New York Stories.

Ho ancora in mente la voce di quella persona adorabile che è Paolo Cognetti, mentre legge un frammento dell’ultimo racconto di questa raccolta scritto da Colson Whitehead. In quel momento, dietro i miei occhiali cercavo di nascondere gli occhi lucidi. In generale mi emoziono facilmente per le cose che amo dal profondo, che so che mi appartengono, ma devo dire che quella lettura è stata particolarmente intensa per la voce che mi accompagnava, ad occhi chiusi.

Paolo Cognetti ci spiega l’intento dell’opera che è quello di raccontare una storia a partire dagli inizi del 900, il momento in cui la città cambia anima attraverso l’immigrazione. New York è stata la capitale dell’immigrazione, la città è stata fatta da persone provenienti dall’altra parte del mondo e non. New York è di tutti, è tua, anche se non ci sei mai stato. Siamo cresciuti con la cultura americana, abbiamo film, libri, abbiamo sogni newyorkesi, è come se fosse già nostra.

“Da quel momento seppi che, per quante volte potessi andarmene, New York sarebbe stata sempre casa mia.” (La mia città perduta, F.S. Fitzgerald)

Ci sono 22 autori in questa raccolta, ognuno con la propria storia, ogni personaggio con la propria compagna, che sia l’alcool, un gatto, la vicina o la donna perfetta.

“Se andavi a guardare le fattezze, perfino alcune delle donne delle fotografie erano meglio di lei; ma lei gli balzò al cuore: aveva vissuto, o voleva vivere – più che voler vivere, forse rimpiangeva come aveva vissuto – e in un modo o nell’altro aveva profondamente sofferto: lo si poteva scorgere dal modo in cui la luce l’avvolgeva e ne rifulgeva, fuori e dentro di lei, aprendo regni di possibilità: lui era la sua possibilità” (Il barile magico, B. Malamud)

Scorgiamo l’incompiutezza, la ricerca minuziosa, quel vagare sfortunatamente infinito o probabilmente compiuto ad un certo punto per qualcosa che desideriamo ardentemente. Per quel qualcosa che potrebbe essere perfetto agli occhi di tutti ma che noi non vediamo con i nostri occhi. La risoluzione nell’imperfezione,  una scintilla inspiegabile. La donna perfetta o la nostra città. New York è nostra. Così come la immaginiamo, così come la vediamo. Ognuno ha una sua New York privata. Quella che vedi la prima volta, quella che continui ad elaborare nella tua testa ed è sempre lì. Lei cambia (sì perché è una Lei). Tu vai via, torni, lei è completamente diversa, ma sempre tua.
Si parlava della New York vista attraverso gli occhi di Pasolini, nel racconto di Oriana Fallaci. Durante la presentazione Marco Cassini si chiedeva il perché di questa visione diversa: è diversa perché è Pasolini o perché davvero c’è una differenza? Solo oggi questa domanda trova risposta in me: New York non è rappresentabile. Gli occhi di Pasolini vedono una città vista tante altre volte, nelle poesie, nel cinema. Ma il doppio senso di New York è questo: “non è cinematografabile. Da lontano è come le Dolomiti, troppo fotogenica, troppo meravigliosa, e dà fastidio. Da vicino, da dentro, non si vede.” L’anima di New York non è visibile, non è rappresentabile. L’anima di New York è tua, è l’importanza che le conferisci quando ci entri, quando la lasci, quando la vedi per la prima volta attraversando il ponte, quando cammini per strada e ti senti solo, quando Lei è l’unica cosa che hai.

“Le nostre strade sono calendari che contengono ciò che siamo stati e ciò che saremo domani.” (Limiti cittadini, C. Whitehead)

Le nostre strade. La nostra New York, che sia un’illusione o l’unica realtà possibile. La sola opportunità di affrontare ciò che in altri luoghi non saresti in grado di scalfire. Puoi plasmare te stesso, puoi cadere in abissi, essere ciò che vuoi. Ognuno ha la propria New York, ognuna per i propri sé.

 Volevo ringraziare Paolo Cognetti perché non l’ho fatto dopo la presentazione. Ero ancora alle prime pagine e non avevo immaginato l’impatto che poi questa antologia avrebbe avuto su di me. Quindi grazie, davvero. Grazie per avermi fatto conoscere autori incantevoli, grazie per quel momento intenso di lettura, grazie per tutta la passione diffusa in questo libro. Aspetto impazientemente il prossimo.

A presto, Esther Greenwood

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