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"I libri anticipano l'eternità"

Il paradiso degli animali – David James Poissant

Per quanto riguarda le letture difficilmente seguo la cresta dell’onda, lo trovo veramente complicato; i miei acquisti sono premeditati, ragionati, quindi sì, ci ho messo un anno e alla fine l’ho letto anch’io! Il paradiso degli animali è una raccolta di racconti di David James Poissant, autore americano sbarcato in Italia da qualche tempo grazie alla NN Editore.

Non c’è niente da fare, quando un libro è di una casa editrice indipendente te ne accorgi: la cura nella grafica, la qualità della carta della copertina e delle pagine, i segnalibri! Avete visto quanto sono belli i segnalibri della NN?


Solitamente, quando scelgo un libro, prima di iniziare a leggere io lo accarezzo e lo osservo per un bel po’, poi passo alla quarta di copertina e in questo caso ecco che risalta ai miei occhi il nome di Carver. Sapete che per me Carver è il supremo, l’irraggiungibile, la perfezione, quindi un paragone con lui (per quanto mi riguarda) risulta impossibile. Beh, cari amici, mi sono ricreduta. Come in Carver questi sono racconti struggenti, distruttivi, non lontani dalla nostra vita.

“Non è il sogno americano ma un luogo più selvaggio e ai margini, dove fallimento e successo sono molto più vicini di quanto ci si aspetti..”

Se però con Carver siamo spettatori di cose già successe, con Poissant invece osserviamo ciò che conduce i protagonisti a quel momento di distruzione, di rivelazione. I racconti terminano un attimo prima, per proteggerci dai detriti.

Sono racconti familiari, relazionali. Gli animali sono con noi e sono una sorta di riflesso, o quel qualcosa che riporta a galla. Però perché Il paradiso degli animali? Per la speranza credo. Per la nostra incapacità di accettare le cose vane della vita. Per la nostra capacità di accettarle ma di non comprendere il perché. È una raccolta di racconti circolare, torniamo al punto di partenza sperando di aver imparato qualcosa, sperando di avere un’altra opportunità.

La prosa è essenziale, i messaggi sono nascosti. Come in Carver, lo stile appare semplice ma in realtà è ricercato fino al minimo punto, alla minima virgola, ed è ciò che ci travolge.

“Il braccio”, “La geometria della disperazione” e “Come aiutare tuo marito a morire”, credo siano i racconti più struggenti che io abbia mai letto. Ripeto questa parola perché è così che descriverei i racconti di Poissant.

Nessuno scompare davvero – Catherine Lacey

Da quanto desideravo questo romanzo? Da più di anno? Per un motivo o per un altro non riuscivo mai ad acquistarlo. L’occasione perfetta si è presentata il mese scorso: dovevo fare un grosso ordine di libri e c’era il 25% di sconto su una parte del coloratissimo catalogo Sur.  Attratta tantissimo dal titolo, dalla copertina, questo libro mi ha ispirata fin dall’inizio; queste atmosfere e pensieri alla Sylvia Plath che io non posso che amare.


Elyria è un persona con un passato complicato, lo comprendiamo dal flusso di pensieri che l’accompagna durante questo suo viaggio improvvisato verso la Nuova Zelanda: suo marito era il professore di sua sorella, suicida; sua madre un’alcolizzata. Quando si sposa, Elyria sembra trovare la pace, sembra aver trovato una persona con cui sta bene, che colma quel vuoto improvviso, eppure questa vita apparentemente perfetta non è sua.

…e anzi alcune mattine, pur essendo me stessa, vorrei comunque essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre..”

La combinazione di parole che ricorre maggiormente nel romanzo è “me stessa”, ecco cosa cerca Elyria. Cerca di fare luce sulla sua vita, sui suoi guai, sulla sua infelicità immotivata. Questo è la tematica che mi ricorda maggiormente Sylvia Plath: una vita perfetta, è quello che vogliono tutti, eppure non è mia. Non è quello di cui ho bisogno, non è quello che cerco. Il bufalo che possiede Elyria sembra distruggere ogni equilibrio.

…mi resi conto che anche se non mi avessero trovata mai più, anche se fossi rimasta lì per il resto della mia vita, per sempre dispersa, una persona scomparsa definitivamente dalle vite degli altri, io non sarei mai potuta scomparire da me stessa […. ] ed era questo che desideravo da tanto tempo, scomparire del tutto…

Nella vita tutti lasciamo delle tracce, nelle persone, nei luoghi, ma la traccia più grande è quella che lasciamo in noi stessi. Non possiamo cancellare i pezzi che non ci piacciono, non possiamo svanire nel nulla. Nessuno scompare davvero.

L’empatia in questo romanzo è essenziale per riuscire a comprendere Elyria; è un rapporto di amore e odio quello con il lettore. Per quanto alcune volte a possa sembrare folle, priva di potere decisionale sulla sua vita, il viaggio nella sua mente e per il paese vi aprirà prospettive diverse, in bilico tra il voler essere e la volontà di scomparire.

Il soffio di vento che ha smosso il mio cuore.

Siamo quello che abbiamo fatto, quello che abbiamo visto, i legami che abbiamo stretto e le emozioni che abbiamo provato. Credo sia questo il messaggio, o meglio, uno dei tanti messaggi che ci dona L’uomo montagna, una piccola graphic novel edita da Tunué di cinquanta pagine dedicata ai bambini dagli 8 anni in su, ma non solo.


Ho riletto questo libricino un paio di volte prima di riuscire a carpire tutti i messaggi che ci sono all’interno; sono messaggi che noi adulti analizziamo logicamente ma che probabilmente, per un bambino, sono cose naturali, semplici e immediate. Il volume fa parte della collana Tipitondi, una collana che ormai bramo quasi interamente nonostante sia dedicata ai più piccoli. Al centro del racconto c’è questo forte legame tra un nonno ormai al termine della sua vita e il suo piccolo nipote. Le avventure che hanno vissuto insieme sono eccezionali e tutte da raccontare ma il nonno ormai non ce la fa più, il peso delle montagne che gli sono cresciute sulla testa gli impedisce di affrontare un altro viaggio, o meglio, gli è rimasto un ultimissimo viaggio da affrontare, da solo.


Il bambino sembra non accettare questo senso di fine perché l’idea di mettersi in viaggio per lui acquista significato solo con il suo compagno preferito, il nonno; decide quindi di andare a trovare il vento più forte che si trova sulla montagna più alta che probabilmente riuscirà ad alleviare il peso del suo caro e che gli permetterà di compiere ancora insieme fantastiche avventure.

“Perché il mio viaggio più bello sei tu.”

Oltre ad essere graficamente perfetto, i concetti che le due autrici (Amélie Fléchais e Séverine Gauthier) presentano tramite i dialoghi e i disegni sono molteplici. Una delle costanti nella vita è la solitudine, personificata dal vento che deve stare lontano da tutti per evitare di fare del male e che finalmente, alla richiesta del bambino, si sente felice di poter aiutare qualcuno tramite il suo dono. Allo stesso tempo vi è la gioia della condivisione: tutti i personaggi che il bambino incontrerà gli faranno capire quanto si possa essere uniti, nonostante la diversità.

Il legame con il suo amato nonno è ciò che lo spinge ad allontanarsi dove nessuno è mai arrivato. Durante il percorso imparerà l’importanza dei ricordi, di vivere a pieno le belle avventure e ad accettare che tutto ha una fine- l’importante è il viaggio. Capirà che i legami che stringiamo ci proteggono, ci aiutano nei momenti difficili e che le cose che ci rendono felici hanno più valore se vengono condivise. Tornerà da questo viaggio consapevole del fatto che ognuno di noi ha delle radici e sono questi legami fortissimi, impossibili da spezzare anche nel tempo, anche sotto la più grande delle tempeste. Le esperienze che facciamo sono le montagne sulla nostra testa, sul nostro cuore, ci rendono pesanti con il tempo, ma felici.

Quello che ho scritto nel titolo è vero, queste cinquanta pagine mi hanno davvero smosso il cuore. Se avete intenzione di fare un piccolo regalo, a voi o a un vostro piccolo (e fatelo ora visto che fino al 31 Marzo c’è il 25% di sconto su tutto il catalogo), regalate L’uomo montagna: una gioia per gli occhi e per il cuore.

Le maledette cronache del ghiaccio e del fuoco.

“Al gioco del trono o si vince o si muore”, questo lo sappiamo tutti. Ormai Game of Thrones è diventato un must, se non lo conosci o non lo guardi ti chiedono: “ma dove vivi?”. Ad alcuni piace così tanto da avventurarsi nella prolissa saga di George R.R. Martin, infatti, eccomi! Ho ripreso uno degli ultimi libri della saga dopo molto tempo; avevo bisogno di una lettura scorrevole e di uno stile senza particolari artefici, per questo il vecchio Martin è perfetto. Indubbiamente è difficile considerarla un’opera leggera, prendendo atto del fatto che comunque si tratta di mattoni con cui potresti costruire una casa. In realtà però, come penso sappiate, ci sono collane che pubblicano ciascun singolo libro (dodici in tutto), in questo caso possiamo evitare la noia e goderci quella che io considero una saga eccezionale. Qui non voglio parlarvi dello stile di questo uomo che ci sta facendo davvero penare, né dell’intera saga, ma degli ultimi due libri che ho letto: I guerrieri del ghiaccio e I fuochi di Valyria, quei libri che sono stati quasi rivoltati completamente per la trascrizione scenografica della serie tv. Inizialmente gli autori, collaborando a stretto contatto con Martin, hanno rispettato molto le dinamiche reali della saga, questo almeno fino a Il banchetto dei corvi. Con l’ultimo grande capitolo che si chiama La danza dei draghi (su Wikipedia trovate le diverse pubblicazioni) vi è un cambio di rotta, probabilmente per le celate intenzioni di Martin che non si decide a scrivere i due dannati libri finali. Ho seguito alcune interviste dell’autore dove ha dichiarato di avere una sorta di accordo con gli editori per questa saga: prima de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, con le pubblicazioni precedenti lui si è sempre sentito obbligato, forzato a scrivere libri per colpa delle scadenze e alla fine il risultato non era quello desiderato. Insomma, Martin adesso scrive quando gli pare, facendo fantasticare noi sulla fine; e chissà per quanto ancora fantasticheremo!

Ogni capitolo presenta un focus su di un personaggio, con una narrazione sempre in terza persona ma con uno sguardo sulla mente e sui pensieri. Ora il mio intento è quello di narrare le differenze tra la serie tv e  gli ultimi libri quindi se ancora non siete in pari con la serie o se avete intenzione di leggere i libri…non proseguite la lettura! Io vi ho avvertito!

In realtà c’è ancora un tassello mancante, l’ultimissimo libro che spero di leggere al più presto; intanto ecco una carrellata dei personaggi principali e delle loro vicende nella saga:

  • Ricordate la “morte” del mastino vicino le mura di Delta delle Acque? Ecco, in realtà tutto ciò non avviene per mano di Brienne ma per colpa di una brutta infezione che farà sì che Arya vada via, abbandoni una di quelle persone che lei avrebbe voluto uccidere. Infatti, Arya e Brienne non si incontreranno mai, dopo la morte del mastino e dopo la notizia della morte di sua zia Lisa, il piccolo lupo prende una nave per l’oriente, per scappare dal continente dove ormai più nessuno tiene a lei.
  • Sansa, durante tutto questo tempo, rimane a Nido dell’Aquila con il suo piccolo cugino rompiscatole Robert, e no, non sarà lei a sposare Ramsay Snow/Bolton. Nella saga Ramsay trova una ragazza che assomiglia ad Arya, facendo credere a tutti che sia la vera erede di Grande Inverno, aiutato anche da Reek/Theon, costretto a reggere il gioco. Theon, cresciuto con la famiglia Stark dichiara che quella è Arya, e quindi come possono non credergli? Ecco che tutto il nord si schiera con Bolton ed ecco pronta la trappola per Stannis che marcia verso Grande Inverno convinto di liberare l’ultima Stark.
  • Sam, la persona più buona forse di tutto il regno, parte per la Cittadella, insieme a Gilly e a Maestro Aemon, che muore durante il viaggio. Una volta in oriente incontrerà Arya, non riconoscendola, e le rivelerà del ruolo di Jon Snow come Lord Comandante dei Guardiani della notte.
  • Ricordate le nozze rosse? La moglie di Robb Stark nel libro non vi ha mai preso parte, di conseguenza, non muore. Lei rimane nell’accampamento, incinta di un figlio che però non verrà mai alla luce.
  • Siete pronti per una notiziona che più notiziona non si può? Catelyn Stark risorge. Sì, torna in forma di fantasma. Si mostra a Brienne che ora è di fronte ad un bivio: rispettare il giuramento fatto con Catelyn o quello fatto con Jaime? È Catelyn il fantasma che uccide gli uomini di Bolton tra le mura di Grande Inverno?
  • Asha Greyjoy si dirige verso nord, incontrando nel suo percorso Stannis. Insieme marceranno verso Grande Inverno, verso una grande carneficina contro i Bolton.
  • Daenerys è incerta: l’amore o la pace? L’amore per Daario la motiva più di qualsiasi altra cosa, ma ormai nei suoi territori regna il caos e si vede costretta a sposare Hizdahr zo Loraq per garantire la serenità. Nel frattempo alla sua corte si presenta anche Quentyn Martell di Dorne con una proposta di matrimonio.
  • Cercei, la persona con più complotti alle spalle in questo regno, seconda solo a Ditocorto, viene accusata di tradimento e rinchiusa in cella. Il suo odio per Margaery la spinge a cospirare con Kettleback che in cambio del titolo di lord avrebbe dovuto cogliere il fiore di Margaery, essere condannato per questo e finire alla barriera per uccidere Jon Snow. Due piccioni con una fava, vero Cercei? Margaery sarebbe stata accusata di non essere pura e non avrebbe più potuto sposare il piccolo Tommen. Ma una volta scoperto tutto viene accusata di fornicazione e messa in cella. Scrive una lettera a Jaime, sceglie lui come cavaliere per il singolar tenzone, ma Lo sterminatore di Re è ormai stanco della vita di bugie di sua sorella e una volta letta la lettera la getta nel fuoco.

Ho sentito più volte parlare dei libri di Martin in modo negativo; essendo quasi alla fine posso dire che le accuse rivolte alla sua penna mi sembrano infondate. Oltre ad aver creato un mondo fantastico con draghi, estranei, fantasmi, magia, giganti e nani, si è mostrato competente. Nonostante la divisione dei capitoli/personaggi possa sembrare macchinosa, in realtà mostra esattamente la crescita e l’evoluzione di ogni soggetto; basti pensare ad Arya e Sansa. Oltre questo, Martin fa continui riferimenti alla religione orientale e rende alcuni omaggi alla letteratura.

Spero di avervi in qualche modo incuriosito e di avervi portato una visione diversa rispetto a quella solita del “è solo una serie tv”. Intanto io cerco di fare un mutuo per comprare i libri enormi nell’edizione con la copertina di finta pelle.

Buone letture!

Il primo dell’anno.

Inauguro il 2017 con un libro che ti spacca il cuore e te lo riduce in brandelli: Blankets di Craig Thompson, fumettista statunitense, vincitore di numerosi premi.


Edito da Rizzoli Lizard, Blankets è un romanzo grafico, un’autobiografia che dice tutto attraverso i silenzi. Il racconto inizia con le vicende del Craig bambino, le sere in cui non riusciva a dormire per colpa del suo fratellino con cui condivideva il letto. Gli scherzi, i giochi, talvolta pesanti, non adatti ai canoni dei genitori estremamente religiosi. L’esistenza di Craig è caratterizzata dalla solitudine e dall’emarginazione. La scarsa disponibilità economica della sua famiglia, l’attaccamento alla chiesa, i suoi capelli lunghi, tutti motivi per cui farlo sentire diverso o preso in giro. Craig non ha amici, si sente costantemente fuori luogo, costantemente infelice. La sua vita procede triste e monotona fino all’esperienza del campeggio, dove si fa coraggio e capisce che per farsi qualche amico deve scovare emarginati come lui; è tra di loro che conosce Raina, delicata nei tratti, gentile e in alcuni momenti folle. Il talento dell’autore sta nel caratterizzare i personaggi tramite il disegno: le figure hanno naturalmente delle caratteristiche comuni date dalla sua mano, ma le fattezze esprimono esattamente l’essenza dei soggetti. Questa diversità passa tramite i suoi occhi, non a caso il suo naso è ben contraddistinto, cercando di porre l’attenzione forse su un difetto che solo lui in realtà nota. Il padre robusto con l’espressione sempre corrucciata danno l’idea di una persona burbera e severa, i tratti delicati di Raina la caratterizzano per quella che è e per come Craig la vede.

Il rapporto con la religione è estremamente profondo e radicato, l’unico credo della sua vita fino a quando non conosce l’amore. A partire da quel momento il romanzo diventa tremendamente intenso, tanto da arrivare a te e prenderti il cuore. L’amore è nei gesti, nelle posizioni delle loro figure e nella potenza dei loro sguardi. Le scene di Craig e Raina sono scene prive di didascalie, fatte di silenzi che dicono tutto quello che c’è da dire, o meglio, da sentire; è un modo talmente profondo di comunicare che arriva immediatamente al lettore facendogli leggere le atmosfere senza il bisogno di inserire una sola lettera.


Sono seicento pagine intense di una vita insicura, in cerca di un porto e di una identità oltre quella religiosa ereditata; ve le consiglio con il cuore in mano, rotto.

Duemilasedici in libri.

Che anno strano questo 2016. Tra le diverse problematiche e la morte di David Bowie, il mio artista preferito, tirando le somme posso dire che è stato un anno davvero orribile; però le cose brutte ci plasmano e ci danno più forza per affrontare il resto. Con la compagnia della mia musica, dei libri, inizierò il 2017 con una diversa consapevolezza di me stessa. No, non sono una di quelle persone che fanno i buoni propositi per l’anno nuovo, la trovo una cosa estremamente falsa ma credo fermamente nel cambiamento e nella nuova visione che ho di me stessa e di quello che mi circonda.

Proprio per i diversi problemi affrontati quest’anno le mie letture sono state davvero scarse, circa una quarantina di libri rispetto ai sessanta dello scorso anno, però sono contenta delle esperienze vissute al Salone del Libro e a Più Libri Più Liberi, cose che un lettore consapevole porta sempre dentro. Vago alla ricerca del mio genere letterario, cosa estremamente difficile da trovare. Non ho ancora trovato il mio preferito, continuo a leggere una varietà di libri estremamente diversi tra di loro e continuo ad amarli tutti.

In questo articolo vorrei parlarvi dei libri che quest’anno hanno forgiato l’amante di libri che è in me; di alcuni vi ho già parlato, troverete i post dedicati, magari con un commento più lucido visto che ho una memoria che fa davvero pena. Non sono in ordine di importanza, non ci riuscirei mai.

Storia di chi fugge e di chi resta, Elena Ferrante: sinceramente tutta la vicenda sull’identità di Elena Ferrante mi ha lasciata disgustata, la sua volontà di rimanere nell’anonimato non è stata rispettata e questo mi ha resa triste. Ai lettori che sono rimasti ammaliati dalla storia di Lila e Lunù non importa la vera identità della persona che ha scritto questa saga, la ringraziano soltanto per quello che ha donato, per aver messo tutto all’interno di questi quattro libri; il terzo è il mio preferito (oltre il primo). A chi ancora non ha letto la saga dell’Amica geniale perché la vede distante, io continuo a dire di provarci. Prima di comprare il primo volume anch’io ero estremamente diffidente e sicura al 90% che la storia e l’ambientazione non mi sarebbero piaciute; mi sono ricreduta dopo la prima pagina.

La ferocia, Nicola Lagioia: andando indietro tra gli articoli del blog troverete un post dedicato a questo libro, scritto in maniera ricercata, proprio come l’essenza di Clara.

New York Stories, a cura di Paolo Cognetti: devo ancora parlare? Penso di avervi rotto abbastanza le scatole con Paolo Cognetti. Anche per questo trovate un post dedicato alla raccolta di questi racconti americani.

La porta, Magda Szabò: è una relazione atipica la protagonista di questo libro. Tutti i nostri “interni” che possiamo nascondere e che non mostriamo. Credi di conoscere profondamente una persona che fa parte della tua vita da tanto tempo, ma non è così.

Kobane Calling, Zerocalcare: sì, inserisco Zerocalcare qui nonostante le sue pubblicazioni facciano parte di un’altra categoria. Come dice una mia amica “i libri di Zerocalcare non sono fumetti, sono capolavori”. Continuerò a lodare quest’uomo e per me non sarà mai abbastanza, per il suo talento, perché ha un ruolo attivo nelle tremende vicende del nostro tempo e perché nonostante il grande successo è rimasto una persona squisita, gentile e umile.

Gli anni della leggerezza, Elisabeth Jane Howard: ho approfittato dell’offerta della Fazi al Salone del Libro prendendo i primi due volumi anche se fin ad ora ho letto solo il primo. La saga dei Cazalet rientra in quella che potremmo definire “letteratura classica” ma con una netta differenza rispetto al solito stile utilizzato in questo genere di romanzi: l’autrice si concentra sulla mente dei personaggi. Ogni pagina è un’immersione profonda nei pensieri di uno dei membri di questa grande famiglia, piena di segreti.

Moby Dick, Herman Melville: un colosso da divorare. La mia lettura estiva impegnativa si è rivelata più semplice di quanto mi aspettassi. Avevo sempre sentito parlare di questo romanzo come qualcosa di estremamente complesso da terminare soprattutto per il gergo marinaresco ma devo dire che è stata una lettura piacevole e mi sono innamorata anch’io di questa enorme e crudele balena bianca.

La nausea, Jean-Paul Sartre: siete tristi? Riflettete sulla vostra esistenza? Ecco, non leggete Sartre. Potrebbe anche essere un conforto, dipende da che punto di vista lo si guarda ma il suo modo di analizzare le problematiche dell’esistenza dell’uomo è DEVASTANTE.

Le otto montagne, Paolo Cognetti: la smetto, lo giuro (prima però recupero tutti i suoi lavori).


Per il 2017 ho già una TBR piena. Vi auguro una buona vigilia e un buon anno in compagnia di ottimi libri.

 

La potenza di una parola che colpisce l’anima.

La difficoltà estrema nel riuscire a parlare di un libro che ti ha colpita nel profondo. Dovrebbe essere semplicissimo, eppure riuscire ad esprimere elementi così essenziali e nascosti della nostra anima è quasi impossibile, solo gli scrittori ci riescono-non tutti. Proprio ieri ricordavo Sylvia Plath e quanto ha aiutato la “me” adolescente, quella ragazza complessa che non riusciva ad accettarsi/bastarsi e che nelle sue parole ha trovato un conforto, un confronto, una compagnia.

Da cosa nasce questo articolo? Dalla volontà di scrivere e consigliarvi “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, libro che ho desiderato fin dal giorno della sua uscita in libreria. Non credo riuscirò a parlare di questa piccola meraviglia in modo logico perché per quanto semplice e lineare nella scrittura e nella trama, è un libro che va riletto più volte-che sento già il bisogno di rileggere. Le otto montagne ha di fondo uno scenario meraviglioso che scandisce la vita, gli umori, le occupazioni dei personaggi che ne fanno parte. Al centro della vicenda vi è un’amicizia, quelle che non hanno bisogno di risposte, fatte di silenzi o semplicemente di presenze. La montagna accomuna identità diverse e in un certo qual modo le rappresenta: spigolose, distanti, fredde, attraenti.

“Ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene.”

A fare da contorno all’amicizia di Pietro e Bruno persone così ferme e solide come la neve che non riescono a trovare un incrocio in questa distesa immensa. La testardaggine di Bruno, la solitudine di Pietro, la durezza di suo padre, il bisogno di compagnia di sua madre, la difficoltà delle persone che abitano in montagna di riuscire a concepire un mondo diverso da quello “bianco”. Non c’è un’altra visione, un altro modo di vedere la vita lontano da Grana.

La prima parte del romanzo è fatta di rapporti difficili, da neve che cela; la seconda è un cielo limpido su quel bosco che, in tanti anni, ha nascosto i sentimenti e le emozioni inespresse sono quelle che ci fanno sprofondare.

“Diceva così: che l’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato.”

Chi mi conosce sa che odio parlare delle trame dei libri sia perché preferisco scoprirle sola sia perché secondo me quando si parla troppo di trama è perché sotto c’è poco da dire. In questo romanzo, invece, la sostanza è tutta sepolta sotto una valanga: le cose non dette, la paura di manifestarsi limpidamente, il “freddo della montagna” che rende insensibili e lontani.

Tutto ciò che ho scritto probabilmente non ha senso ma è un consiglio dal cuore: fatevi un regalo per il Natale, regalatevi Le otto montagne di Cognetti, immergetevi nella montagna e fatevi riscaldare dalle sue parole.

 

La ricerca della speranza.

Butcher’s crossing?  Una scelta, un viaggio e una risposta. Una scelta da parte di chi ha sempre navigato nell’agio, da parte di chi ‘non ha vissuto abbastanza’; un viaggio all’inseguimento di una vita arida, vera, come se la spensieratezza fosse un peccato, una vita vissuta a metà. La ricerca della speranza, all’origine del mondo.

Il secondo romanzo di John Williams ci porta nel far west, in un piccolissimo abitato scrutabile interamente tramite un solo sguardo. Il protagonista è William Andrews, ventitreenne inesperto, esitante, irresoluto. Dopo aver lasciato Harvard e la sua città natale-Boston-il  suo cammino lo conduce a Butcher’s crossing.


Will vuole arrivare al limite delle cose, vuole sentirsele addosso, ha bisogno di affrontare le difficoltà per convincersi della sua esistenza. Rifiuta un lavoro appagante, respinge la donna ideale, è insicuro delle sue scelte e del suo ‘essere’. Decide di intraprendere il viaggio che gli darà delle grandi risposte, in intimità con la natura selvaggia. Le aspettative su questa caccia ai bufali sono enormi: Miller vede nei suoi occhi un bottino proficuo, un riconoscimento mai avuto, una ricompensa; Will sogna una grande risposta alla grande domanda della sua esistenza.

“Sapeva che le montagne erano lì, riusciva a vederle, ma non capiva esattamente quale genere di fame o di sete avrebbero placato in lui.”

La caccia si rivela difficile, forse proprio quello di cui Will aveva bisogno; e la sua grande risposta? Il significato del viaggio, il senso profondo della vita, l’immensa rivelazione? Beh, non c’è nessuna grande risposta. Solo un grande orrore, solo te stesso, le tue azioni e la tua vita fatta di bugie.

Lo stile di John Williams è perfettamente riconoscibile e in alcuni momenti è del tutto sublime. Avendo anche letto “Stoner” e “Nulla, solo la notte”, e conoscendo le sue capacità, devo dire che il senso del romanzo avrebbe potuto essere ancora più enfatizzato: questa grande risposta enigmatica, il valore del viaggio e della caccia, il desiderio di conquistare il mondo e la delusione nello scoprire che non puoi farlo.
Nonostante questa carenza, rimane un bellissimo romanzo: i vividi ritratti dei personaggi e la loro evoluzione, l’immensità della natura possente, uno dei migliori far west della letteratura; immergetevi nell’abitato di Butcher’s crossing.

Non sono morta, giuro!

Ho abbandonato un po’ il blog, lo ammetto. Non è stato un periodo semplice, in realtà possiamo dire che il 2016 in generale non ci ha portato molta fortuna, anzi, sembra che sopra di me aleggi la nuvola di Fantozzi. Dopo aver salutato questa triennale e aver finito la tesi-che devo ancore discutere, non vogliono farmi laureare-posso tornare finalmente qui, ma soprattutto, posso tornare a leggere tutto il giorno! Vorrei parlarvi oggi di un libro che ho bramato per tantissimo tempo e che ci tengo a consigliarvi: Il cinghiale che uccise Liberty Valance  di Giordano Meacci.

Riuscire a definire l’argomento al centro di questo libro è davvero difficile: la prosa non è assolutamente semplice, vi è una sperimentata molteplicità di personaggi, tante situazioni, salti in avanti e indietro nel tempo che non ci rendono la lettura scorrevole; ma questo non è un difetto. Corsignano è una città inventata, fluida nella sua natura, quasi effimera, come se un battito di mani potesse farla sparire. I personaggi sono così tanti che non riuscirei a parlarvene qui, ma è evidente la ragione che li spinge, che li fa muovere: la solitudine. Si potrebbero comparare le due società, quella degli uomini e quella dei cinghiali. Per quanto diversi, lontani, l’amore, la solitudine, la gelosia, sono sentimenti condivisi; e cosa ci unisce se non la capacità di percepire un’emozione, di provarla?


La solitudine si materializza all’interno di un “personaggio” fondamentale, un’intellettuale, capace di pensare e agire come tale, incapace di parlare agli uomini, e così vicino alla mente degli uomini da essere lontano anni luce dai suoi simili. Apperbohr, il cinghiale, rimane al centro della vicenda e resta incompreso; la parola è l’unica sua arma eppure anche quella, una volta utilizzata, svanirà. Anche la parola è incapace di esprimere l’immensità di un sentimento, e in un mondo di linguaggi diversi, riuscire a comprendersi è difficile, anche tra simili.

“…perchè ora le parole sono prive di significato, sono distruttive, invadenti, sono il male che interviene a spiegare quello che è già tutto lì, e gli fa perdere consistenza, e lo intristisce di fatica, quando è già tutto lì”

L’uomo, così come Apperbohr, combatte contro la consapevolezza che ciò che dice e il modo in cui lo dice, svanirà. Le sue azioni non verranno ricordate, così come la sua volontà di cambiare il meccanismo scorretto che regola le cose.

Ho ascoltato Meacci diverse volte; avrò seguito tre presentazioni di questo libro, ancor prima di leggerlo. L’obiettivo dell’autore era quello di dare uno schiaffo alla deperibilità: le parole invadenti, inconsistenti, effimere, vengono prese in mano dallo scrittore, l’unico in grado di combattere la memoria fugace, l’unico capace di creare qualcosa di indelebile. Posso dire che l’obiettivo è stato raggiunto.

Salone del libro 2016.

Togliamo un po’ di polvere da questo blog abbandonato per colpa della tesi (maledetta tesi) per parlare di questo bellissimo Salone! Cercherò di essere breve, giuro! Lo scorso anno ho potuto godere del Salone soltanto per un giorno quindi quest’anno, per recuperare, ho deciso di esserci tutto il tempo. C’è da dire che i primi giorni gli incontri mi hanno un  po’ lasciata indifferente quindi tendevo ad abbandonarli e a preferire la passeggiata tra gli stand. L’unico evento emozionante, parlando dei primi giorni, è stato l’incontro con Antonio Moresco, autore di Addio, attualmente candidato al premio Strega. Non si è cercato soltanto di promuovere il suo libro ma si è parlato molto dell’autore in generale, di ciò che lo spinge a scrivere, delle sue “fisse” e del modo in cui crea i personaggi. Mi è rimasta particolarmente impressa questa sua frase: “La letteratura muove verso l’impossibile, verso l’indicibile” e io lì inutile dire che mi sono emozionata come poche volte. Durante il weekend la situazione riguardante gli incontri è migliorata: innanzitutto sabato ho trascorso due ore in fila per Zerocalcare. Ne è valsa la pena, naturalmente, e dopo averci parlato posso dire che è l’uomo della mia vita e che me lo voglio sposare. Ciao Zero. No a parte gli scherzi (anche se non scherzavo) è una persona adorabile, con una pazienza inesauribile. Basta regalargli plumcake e lui passa due giorni consecutivi a fare disegni (anche se detto così sembra quasi sfruttamento).

Domenica è stata veramente una giornata meravigliosa, sia per la compagnia di Ilenia ed Enrica, sia per gli incontri, tutti bellissimi. In mattinata sono stata all’Indipendents’ Corner per un incontro con le libraie che sostengono l’Italian book challenge. È un’iniziativa che osservo da tanto e a cui vorrei anche partecipare, la mia preoccupazione è il numero di libri e la mia completa disorganizzazione. Purtroppo non riesco ad organizzare le mie letture e ultimamente ci pensa anche la laurea imminente a mettermi i bastoni tra le ruote. Nel primo pomeriggio ci siamo messe in fila per l’incontro con Marilynne Robinson, in occasione del conferimento del premio internazionale Mondello. Non so come definire questo incontro tra l’esilarante e il riflessivo. Si è parlato di teologia, della Robinson che non si scomoda manco per Obama e di Michela Murgia che si è presentata dicendole “thank you for my english, sorry for your books”. Una volta finito l’incontro con un tacito consenso della Robinson che non so per quale motivo ha accettato di firmare le copie, “some copies”, corriamo a fare la fila da Zerocalcare. Adorabile come sempre. L’ho già detto che è adorabile? Le persone in fila però sono meno adorabili, pensano di fare i furbi e ti ignorano pure, e vabbé, com’è che si dice? Siamo in Italia. Ad ogni modo dovete comprare Kobane calling. Se siete quel tipo di persone che non guardano i telegiornali in parte perché non vogliono soffrire, in parte perché consapevoli delle false notizie che ci propinano, questo capolavoro fa per voi. Ormai è inutile continuare a parlare della capacità di Zerocalcare di esporre tematiche così importanti, di farti venire il magone e di farti morire dalle risate dopo solo due tavole. L’abbiamo già detto vero? Bene, andate a comprare Kobane calling. ADESSO. Subito dopo aver salutato Ilenia che ha detto che verrà a trovarmi a Roma (ci conto), mi sono recata all’Indipendents’ Corner per due incontri: alle 18 per l’Abbecedario, alle 18.30 per “Visioni indipendenti: la promozione della lettura.”  L’Abbecedario è un incontro che si tiene ogni giorno al salone alle ore 18 in cui si parla di quei libri dimenticati, vittime del sistema editoriale. L’incontro delle 18.30 era invece con Marco Zapparoli, editore di Marcos y Marcos, che ci ha proposto un excursus sulla storia del libro Chiedi alla polvere, di John Fante, parlando non solo del libro ma della forza di una lettera, del lavoro editoriale e di quanto la lettura cambi la vita. Ultimo incontro della giornata quello con Giordano Meacci, autore de Il cinghiale che uccise Liberty Valance, candidato attualmente al premio Strega. Questo libro già mi ispirava abbastanza, dopo questa presentazione è entrato a far parte dei primi posti della mia wishlist (la settimana prossima è il mio compleanno eh). Il protagonista è questo cinghiale intellettuale, capace di sentire e provare sentimenti senza riuscire ad esprimerli né ai suoi amici cinghiali, né agli umani. I libri che pongono al centro questo tipo di solitudine solitamente sono i miei preferiti. Veniamo ora agli acquisti! Devo dire che ho resistito abbastanza: ho resistito al cinghiale, ho resistito ad altri titoli della minimum fax, ho resistito soprattutto allo stand Bao e da Tunuè. Come vedete non mi sono trattenuta invece da Fazi, amo il loro catalogo, la cura e soprattutto gli sconti eheh, sì perché ogni giorno da Fazi c’è un autore al 50%.

Io ho approfittato di questo sconto sulla saga dei Cazalet, su Villette e su Butcher’s Crossing che non vedo l’ora di leggere. Invece Nel bosco di Thomas Hardy l’ho preso l’ultimo giorno, c’era il 20% su tutto il catalogo. Cioè guardate quanto è bello, non è meraviglioso? Fazi ti amo. Poi, ho fatto spese anche all’usato e da Libraccio dove ho trovato Palomar e I ragazzi che amavano il vento che volevo da troppo tempo. L’ultimo giorno ho selezionato i miei acquisti e ho deciso di prendere L’uomo che non riusciva a morire della NN editore e Storie strane di Del Vecchio editore. Devo dirvi che da NN è stato difficilissimo scegliere perché volevo veramente tutto. Cioè voglio tutto. Vogliamo parlare poi dei loro segnalibri? Vogliamo? Da Del Vecchio invece mi sono lasciata ispirare, non conoscevo il loro catalogo ma sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla cura, dalla passione e dall’estrema gentilezza, che non bisogna mai sottovalutare. Del Vecchio e L’Orma sono state due piacevolissime scoperte di questo Salone e spero di approfondire i loro cataloghi il prima possibile. Bene, non è tutto ma questo Salone mi ha regalato davvero tante cose, difficili da esprimere. Sono cose da vivere: il contatto con gli editori, gli autori, ti fanno capire tante cose e ti fanno tornare a casa con una diversa consapevolezza.

Per ora è tutto, spero di riuscire a parlarvi di questi libri il prima possibile.

A presto, Esther Greenwood