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"I libri anticipano l'eternità"

Duemilasedici in libri.

Che anno strano questo 2016. Tra le diverse problematiche e la morte di David Bowie, il mio artista preferito, tirando le somme posso dire che è stato un anno davvero orribile; però le cose brutte ci plasmano e ci danno più forza per affrontare il resto. Con la compagnia della mia musica, dei libri, inizierò il 2017 con una diversa consapevolezza di me stessa. No, non sono una di quelle persone che fanno i buoni propositi per l’anno nuovo, la trovo una cosa estremamente falsa ma credo fermamente nel cambiamento e nella nuova visione che ho di me stessa e di quello che mi circonda.

Proprio per i diversi problemi affrontati quest’anno le mie letture sono state davvero scarse, circa una quarantina di libri rispetto ai sessanta dello scorso anno, però sono contenta delle esperienze vissute al Salone del Libro e a Più Libri Più Liberi, cose che un lettore consapevole porta sempre dentro. Vago alla ricerca del mio genere letterario, cosa estremamente difficile da trovare. Non ho ancora trovato il mio preferito, continuo a leggere una varietà di libri estremamente diversi tra di loro e continuo ad amarli tutti.

In questo articolo vorrei parlarvi dei libri che quest’anno hanno forgiato l’amante di libri che è in me; di alcuni vi ho già parlato, troverete i post dedicati, magari con un commento più lucido visto che ho una memoria che fa davvero pena. Non sono in ordine di importanza, non ci riuscirei mai.

Storia di chi fugge e di chi resta, Elena Ferrante: sinceramente tutta la vicenda sull’identità di Elena Ferrante mi ha lasciata disgustata, la sua volontà di rimanere nell’anonimato non è stata rispettata e questo mi ha resa triste. Ai lettori che sono rimasti ammaliati dalla storia di Lila e Lunù non importa la vera identità della persona che ha scritto questa saga, la ringraziano soltanto per quello che ha donato, per aver messo tutto all’interno di questi quattro libri; il terzo è il mio preferito (oltre il primo). A chi ancora non ha letto la saga dell’Amica geniale perché la vede distante, io continuo a dire di provarci. Prima di comprare il primo volume anch’io ero estremamente diffidente e sicura al 90% che la storia e l’ambientazione non mi sarebbero piaciute; mi sono ricreduta dopo la prima pagina.

La ferocia, Nicola Lagioia: andando indietro tra gli articoli del blog troverete un post dedicato a questo libro, scritto in maniera ricercata, proprio come l’essenza di Clara.

New York Stories, a cura di Paolo Cognetti: devo ancora parlare? Penso di avervi rotto abbastanza le scatole con Paolo Cognetti. Anche per questo trovate un post dedicato alla raccolta di questi racconti americani.

La porta, Magda Szabò: è una relazione atipica la protagonista di questo libro. Tutti i nostri “interni” che possiamo nascondere e che non mostriamo. Credi di conoscere profondamente una persona che fa parte della tua vita da tanto tempo, ma non è così.

Kobane Calling, Zerocalcare: sì, inserisco Zerocalcare qui nonostante le sue pubblicazioni facciano parte di un’altra categoria. Come dice una mia amica “i libri di Zerocalcare non sono fumetti, sono capolavori”. Continuerò a lodare quest’uomo e per me non sarà mai abbastanza, per il suo talento, perché ha un ruolo attivo nelle tremende vicende del nostro tempo e perché nonostante il grande successo è rimasto una persona squisita, gentile e umile.

Gli anni della leggerezza, Elisabeth Jane Howard: ho approfittato dell’offerta della Fazi al Salone del Libro prendendo i primi due volumi anche se fin ad ora ho letto solo il primo. La saga dei Cazalet rientra in quella che potremmo definire “letteratura classica” ma con una netta differenza rispetto al solito stile utilizzato in questo genere di romanzi: l’autrice si concentra sulla mente dei personaggi. Ogni pagina è un’immersione profonda nei pensieri di uno dei membri di questa grande famiglia, piena di segreti.

Moby Dick, Herman Melville: un colosso da divorare. La mia lettura estiva impegnativa si è rivelata più semplice di quanto mi aspettassi. Avevo sempre sentito parlare di questo romanzo come qualcosa di estremamente complesso da terminare soprattutto per il gergo marinaresco ma devo dire che è stata una lettura piacevole e mi sono innamorata anch’io di questa enorme e crudele balena bianca.

La nausea, Jean-Paul Sartre: siete tristi? Riflettete sulla vostra esistenza? Ecco, non leggete Sartre. Potrebbe anche essere un conforto, dipende da che punto di vista lo si guarda ma il suo modo di analizzare le problematiche dell’esistenza dell’uomo è DEVASTANTE.

Le otto montagne, Paolo Cognetti: la smetto, lo giuro (prima però recupero tutti i suoi lavori).


Per il 2017 ho già una TBR piena. Vi auguro una buona vigilia e un buon anno in compagnia di ottimi libri.

 

La potenza di una parola che colpisce l’anima.

La difficoltà estrema nel riuscire a parlare di un libro che ti ha colpita nel profondo. Dovrebbe essere semplicissimo, eppure riuscire ad esprimere elementi così essenziali e nascosti della nostra anima è quasi impossibile, solo gli scrittori ci riescono-non tutti. Proprio ieri ricordavo Sylvia Plath e quanto ha aiutato la “me” adolescente, quella ragazza complessa che non riusciva ad accettarsi/bastarsi e che nelle sue parole ha trovato un conforto, un confronto, una compagnia.

Da cosa nasce questo articolo? Dalla volontà di scrivere e consigliarvi “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, libro che ho desiderato fin dal giorno della sua uscita in libreria. Non credo riuscirò a parlare di questa piccola meraviglia in modo logico perché per quanto semplice e lineare nella scrittura e nella trama, è un libro che va riletto più volte-che sento già il bisogno di rileggere. Le otto montagne ha di fondo uno scenario meraviglioso che scandisce la vita, gli umori, le occupazioni dei personaggi che ne fanno parte. Al centro della vicenda vi è un’amicizia, quelle che non hanno bisogno di risposte, fatte di silenzi o semplicemente di presenze. La montagna accomuna identità diverse e in un certo qual modo le rappresenta: spigolose, distanti, fredde, attraenti.

“Ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene.”

A fare da contorno all’amicizia di Pietro e Bruno persone così ferme e solide come la neve che non riescono a trovare un incrocio in questa distesa immensa. La testardaggine di Bruno, la solitudine di Pietro, la durezza di suo padre, il bisogno di compagnia di sua madre, la difficoltà delle persone che abitano in montagna di riuscire a concepire un mondo diverso da quello “bianco”. Non c’è un’altra visione, un altro modo di vedere la vita lontano da Grana.

La prima parte del romanzo è fatta di rapporti difficili, da neve che cela; la seconda è un cielo limpido su quel bosco che, in tanti anni, ha nascosto i sentimenti e le emozioni inespresse sono quelle che ci fanno sprofondare.

“Diceva così: che l’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato.”

Chi mi conosce sa che odio parlare delle trame dei libri sia perché preferisco scoprirle sola sia perché secondo me quando si parla troppo di trama è perché sotto c’è poco da dire. In questo romanzo, invece, la sostanza è tutta sepolta sotto una valanga: le cose non dette, la paura di manifestarsi limpidamente, il “freddo della montagna” che rende insensibili e lontani.

Tutto ciò che ho scritto probabilmente non ha senso ma è un consiglio dal cuore: fatevi un regalo per il Natale, regalatevi Le otto montagne di Cognetti, immergetevi nella montagna e fatevi riscaldare dalle sue parole.

 

La ricerca della speranza.

Butcher’s crossing?  Una scelta, un viaggio e una risposta. Una scelta da parte di chi ha sempre navigato nell’agio, da parte di chi ‘non ha vissuto abbastanza’; un viaggio all’inseguimento di una vita arida, vera, come se la spensieratezza fosse un peccato, una vita vissuta a metà. La ricerca della speranza, all’origine del mondo.

Il secondo romanzo di John Williams ci porta nel far west, in un piccolissimo abitato scrutabile interamente tramite un solo sguardo. Il protagonista è William Andrews, ventitreenne inesperto, esitante, irresoluto. Dopo aver lasciato Harvard e la sua città natale-Boston-il  suo cammino lo conduce a Butcher’s crossing.


Will vuole arrivare al limite delle cose, vuole sentirsele addosso, ha bisogno di affrontare le difficoltà per convincersi della sua esistenza. Rifiuta un lavoro appagante, respinge la donna ideale, è insicuro delle sue scelte e del suo ‘essere’. Decide di intraprendere il viaggio che gli darà delle grandi risposte, in intimità con la natura selvaggia. Le aspettative su questa caccia ai bufali sono enormi: Miller vede nei suoi occhi un bottino proficuo, un riconoscimento mai avuto, una ricompensa; Will sogna una grande risposta alla grande domanda della sua esistenza.

“Sapeva che le montagne erano lì, riusciva a vederle, ma non capiva esattamente quale genere di fame o di sete avrebbero placato in lui.”

La caccia si rivela difficile, forse proprio quello di cui Will aveva bisogno; e la sua grande risposta? Il significato del viaggio, il senso profondo della vita, l’immensa rivelazione? Beh, non c’è nessuna grande risposta. Solo un grande orrore, solo te stesso, le tue azioni e la tua vita fatta di bugie.

Lo stile di John Williams è perfettamente riconoscibile e in alcuni momenti è del tutto sublime. Avendo anche letto “Stoner” e “Nulla, solo la notte”, e conoscendo le sue capacità, devo dire che il senso del romanzo avrebbe potuto essere ancora più enfatizzato: questa grande risposta enigmatica, il valore del viaggio e della caccia, il desiderio di conquistare il mondo e la delusione nello scoprire che non puoi farlo.
Nonostante questa carenza, rimane un bellissimo romanzo: i vividi ritratti dei personaggi e la loro evoluzione, l’immensità della natura possente, uno dei migliori far west della letteratura; immergetevi nell’abitato di Butcher’s crossing.

Non sono morta, giuro!

Ho abbandonato un po’ il blog, lo ammetto. Non è stato un periodo semplice, in realtà possiamo dire che il 2016 in generale non ci ha portato molta fortuna, anzi, sembra che sopra di me aleggi la nuvola di Fantozzi. Dopo aver salutato questa triennale e aver finito la tesi-che devo ancore discutere, non vogliono farmi laureare-posso tornare finalmente qui, ma soprattutto, posso tornare a leggere tutto il giorno! Vorrei parlarvi oggi di un libro che ho bramato per tantissimo tempo e che ci tengo a consigliarvi: Il cinghiale che uccise Liberty Valance  di Giordano Meacci.

Riuscire a definire l’argomento al centro di questo libro è davvero difficile: la prosa non è assolutamente semplice, vi è una sperimentata molteplicità di personaggi, tante situazioni, salti in avanti e indietro nel tempo che non ci rendono la lettura scorrevole; ma questo non è un difetto. Corsignano è una città inventata, fluida nella sua natura, quasi effimera, come se un battito di mani potesse farla sparire. I personaggi sono così tanti che non riuscirei a parlarvene qui, ma è evidente la ragione che li spinge, che li fa muovere: la solitudine. Si potrebbero comparare le due società, quella degli uomini e quella dei cinghiali. Per quanto diversi, lontani, l’amore, la solitudine, la gelosia, sono sentimenti condivisi; e cosa ci unisce se non la capacità di percepire un’emozione, di provarla?


La solitudine si materializza all’interno di un “personaggio” fondamentale, un’intellettuale, capace di pensare e agire come tale, incapace di parlare agli uomini, e così vicino alla mente degli uomini da essere lontano anni luce dai suoi simili. Apperbohr, il cinghiale, rimane al centro della vicenda e resta incompreso; la parola è l’unica sua arma eppure anche quella, una volta utilizzata, svanirà. Anche la parola è incapace di esprimere l’immensità di un sentimento, e in un mondo di linguaggi diversi, riuscire a comprendersi è difficile, anche tra simili.

“…perchè ora le parole sono prive di significato, sono distruttive, invadenti, sono il male che interviene a spiegare quello che è già tutto lì, e gli fa perdere consistenza, e lo intristisce di fatica, quando è già tutto lì”

L’uomo, così come Apperbohr, combatte contro la consapevolezza che ciò che dice e il modo in cui lo dice, svanirà. Le sue azioni non verranno ricordate, così come la sua volontà di cambiare il meccanismo scorretto che regola le cose.

Ho ascoltato Meacci diverse volte; avrò seguito tre presentazioni di questo libro, ancor prima di leggerlo. L’obiettivo dell’autore era quello di dare uno schiaffo alla deperibilità: le parole invadenti, inconsistenti, effimere, vengono prese in mano dallo scrittore, l’unico in grado di combattere la memoria fugace, l’unico capace di creare qualcosa di indelebile. Posso dire che l’obiettivo è stato raggiunto.

Salone del libro 2016.

Togliamo un po’ di polvere da questo blog abbandonato per colpa della tesi (maledetta tesi) per parlare di questo bellissimo Salone! Cercherò di essere breve, giuro! Lo scorso anno ho potuto godere del Salone soltanto per un giorno quindi quest’anno, per recuperare, ho deciso di esserci tutto il tempo. C’è da dire che i primi giorni gli incontri mi hanno un  po’ lasciata indifferente quindi tendevo ad abbandonarli e a preferire la passeggiata tra gli stand. L’unico evento emozionante, parlando dei primi giorni, è stato l’incontro con Antonio Moresco, autore di Addio, attualmente candidato al premio Strega. Non si è cercato soltanto di promuovere il suo libro ma si è parlato molto dell’autore in generale, di ciò che lo spinge a scrivere, delle sue “fisse” e del modo in cui crea i personaggi. Mi è rimasta particolarmente impressa questa sua frase: “La letteratura muove verso l’impossibile, verso l’indicibile” e io lì inutile dire che mi sono emozionata come poche volte. Durante il weekend la situazione riguardante gli incontri è migliorata: innanzitutto sabato ho trascorso due ore in fila per Zerocalcare. Ne è valsa la pena, naturalmente, e dopo averci parlato posso dire che è l’uomo della mia vita e che me lo voglio sposare. Ciao Zero. No a parte gli scherzi (anche se non scherzavo) è una persona adorabile, con una pazienza inesauribile. Basta regalargli plumcake e lui passa due giorni consecutivi a fare disegni (anche se detto così sembra quasi sfruttamento).

Domenica è stata veramente una giornata meravigliosa, sia per la compagnia di Ilenia ed Enrica, sia per gli incontri, tutti bellissimi. In mattinata sono stata all’Indipendents’ Corner per un incontro con le libraie che sostengono l’Italian book challenge. È un’iniziativa che osservo da tanto e a cui vorrei anche partecipare, la mia preoccupazione è il numero di libri e la mia completa disorganizzazione. Purtroppo non riesco ad organizzare le mie letture e ultimamente ci pensa anche la laurea imminente a mettermi i bastoni tra le ruote. Nel primo pomeriggio ci siamo messe in fila per l’incontro con Marilynne Robinson, in occasione del conferimento del premio internazionale Mondello. Non so come definire questo incontro tra l’esilarante e il riflessivo. Si è parlato di teologia, della Robinson che non si scomoda manco per Obama e di Michela Murgia che si è presentata dicendole “thank you for my english, sorry for your books”. Una volta finito l’incontro con un tacito consenso della Robinson che non so per quale motivo ha accettato di firmare le copie, “some copies”, corriamo a fare la fila da Zerocalcare. Adorabile come sempre. L’ho già detto che è adorabile? Le persone in fila però sono meno adorabili, pensano di fare i furbi e ti ignorano pure, e vabbé, com’è che si dice? Siamo in Italia. Ad ogni modo dovete comprare Kobane calling. Se siete quel tipo di persone che non guardano i telegiornali in parte perché non vogliono soffrire, in parte perché consapevoli delle false notizie che ci propinano, questo capolavoro fa per voi. Ormai è inutile continuare a parlare della capacità di Zerocalcare di esporre tematiche così importanti, di farti venire il magone e di farti morire dalle risate dopo solo due tavole. L’abbiamo già detto vero? Bene, andate a comprare Kobane calling. ADESSO. Subito dopo aver salutato Ilenia che ha detto che verrà a trovarmi a Roma (ci conto), mi sono recata all’Indipendents’ Corner per due incontri: alle 18 per l’Abbecedario, alle 18.30 per “Visioni indipendenti: la promozione della lettura.”  L’Abbecedario è un incontro che si tiene ogni giorno al salone alle ore 18 in cui si parla di quei libri dimenticati, vittime del sistema editoriale. L’incontro delle 18.30 era invece con Marco Zapparoli, editore di Marcos y Marcos, che ci ha proposto un excursus sulla storia del libro Chiedi alla polvere, di John Fante, parlando non solo del libro ma della forza di una lettera, del lavoro editoriale e di quanto la lettura cambi la vita. Ultimo incontro della giornata quello con Giordano Meacci, autore de Il cinghiale che uccise Liberty Valance, candidato attualmente al premio Strega. Questo libro già mi ispirava abbastanza, dopo questa presentazione è entrato a far parte dei primi posti della mia wishlist (la settimana prossima è il mio compleanno eh). Il protagonista è questo cinghiale intellettuale, capace di sentire e provare sentimenti senza riuscire ad esprimerli né ai suoi amici cinghiali, né agli umani. I libri che pongono al centro questo tipo di solitudine solitamente sono i miei preferiti. Veniamo ora agli acquisti! Devo dire che ho resistito abbastanza: ho resistito al cinghiale, ho resistito ad altri titoli della minimum fax, ho resistito soprattutto allo stand Bao e da Tunuè. Come vedete non mi sono trattenuta invece da Fazi, amo il loro catalogo, la cura e soprattutto gli sconti eheh, sì perché ogni giorno da Fazi c’è un autore al 50%.

Io ho approfittato di questo sconto sulla saga dei Cazalet, su Villette e su Butcher’s Crossing che non vedo l’ora di leggere. Invece Nel bosco di Thomas Hardy l’ho preso l’ultimo giorno, c’era il 20% su tutto il catalogo. Cioè guardate quanto è bello, non è meraviglioso? Fazi ti amo. Poi, ho fatto spese anche all’usato e da Libraccio dove ho trovato Palomar e I ragazzi che amavano il vento che volevo da troppo tempo. L’ultimo giorno ho selezionato i miei acquisti e ho deciso di prendere L’uomo che non riusciva a morire della NN editore e Storie strane di Del Vecchio editore. Devo dirvi che da NN è stato difficilissimo scegliere perché volevo veramente tutto. Cioè voglio tutto. Vogliamo parlare poi dei loro segnalibri? Vogliamo? Da Del Vecchio invece mi sono lasciata ispirare, non conoscevo il loro catalogo ma sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla cura, dalla passione e dall’estrema gentilezza, che non bisogna mai sottovalutare. Del Vecchio e L’Orma sono state due piacevolissime scoperte di questo Salone e spero di approfondire i loro cataloghi il prima possibile. Bene, non è tutto ma questo Salone mi ha regalato davvero tante cose, difficili da esprimere. Sono cose da vivere: il contatto con gli editori, gli autori, ti fanno capire tante cose e ti fanno tornare a casa con una diversa consapevolezza.

Per ora è tutto, spero di riuscire a parlarvi di questi libri il prima possibile.

A presto, Esther Greenwood

New York Stories.

Ho ancora in mente la voce di quella persona adorabile che è Paolo Cognetti, mentre legge un frammento dell’ultimo racconto di questa raccolta scritto da Colson Whitehead. In quel momento, dietro i miei occhiali cercavo di nascondere gli occhi lucidi. In generale mi emoziono facilmente per le cose che amo dal profondo, che so che mi appartengono, ma devo dire che quella lettura è stata particolarmente intensa per la voce che mi accompagnava, ad occhi chiusi.

Paolo Cognetti ci spiega l’intento dell’opera che è quello di raccontare una storia a partire dagli inizi del 900, il momento in cui la città cambia anima attraverso l’immigrazione. New York è stata la capitale dell’immigrazione, la città è stata fatta da persone provenienti dall’altra parte del mondo e non. New York è di tutti, è tua, anche se non ci sei mai stato. Siamo cresciuti con la cultura americana, abbiamo film, libri, abbiamo sogni newyorkesi, è come se fosse già nostra.

“Da quel momento seppi che, per quante volte potessi andarmene, New York sarebbe stata sempre casa mia.” (La mia città perduta, F.S. Fitzgerald)

Ci sono 22 autori in questa raccolta, ognuno con la propria storia, ogni personaggio con la propria compagna, che sia l’alcool, un gatto, la vicina o la donna perfetta.

“Se andavi a guardare le fattezze, perfino alcune delle donne delle fotografie erano meglio di lei; ma lei gli balzò al cuore: aveva vissuto, o voleva vivere – più che voler vivere, forse rimpiangeva come aveva vissuto – e in un modo o nell’altro aveva profondamente sofferto: lo si poteva scorgere dal modo in cui la luce l’avvolgeva e ne rifulgeva, fuori e dentro di lei, aprendo regni di possibilità: lui era la sua possibilità” (Il barile magico, B. Malamud)

Scorgiamo l’incompiutezza, la ricerca minuziosa, quel vagare sfortunatamente infinito o probabilmente compiuto ad un certo punto per qualcosa che desideriamo ardentemente. Per quel qualcosa che potrebbe essere perfetto agli occhi di tutti ma che noi non vediamo con i nostri occhi. La risoluzione nell’imperfezione,  una scintilla inspiegabile. La donna perfetta o la nostra città. New York è nostra. Così come la immaginiamo, così come la vediamo. Ognuno ha una sua New York privata. Quella che vedi la prima volta, quella che continui ad elaborare nella tua testa ed è sempre lì. Lei cambia (sì perché è una Lei). Tu vai via, torni, lei è completamente diversa, ma sempre tua.
Si parlava della New York vista attraverso gli occhi di Pasolini, nel racconto di Oriana Fallaci. Durante la presentazione Marco Cassini si chiedeva il perché di questa visione diversa: è diversa perché è Pasolini o perché davvero c’è una differenza? Solo oggi questa domanda trova risposta in me: New York non è rappresentabile. Gli occhi di Pasolini vedono una città vista tante altre volte, nelle poesie, nel cinema. Ma il doppio senso di New York è questo: “non è cinematografabile. Da lontano è come le Dolomiti, troppo fotogenica, troppo meravigliosa, e dà fastidio. Da vicino, da dentro, non si vede.” L’anima di New York non è visibile, non è rappresentabile. L’anima di New York è tua, è l’importanza che le conferisci quando ci entri, quando la lasci, quando la vedi per la prima volta attraversando il ponte, quando cammini per strada e ti senti solo, quando Lei è l’unica cosa che hai.

“Le nostre strade sono calendari che contengono ciò che siamo stati e ciò che saremo domani.” (Limiti cittadini, C. Whitehead)

Le nostre strade. La nostra New York, che sia un’illusione o l’unica realtà possibile. La sola opportunità di affrontare ciò che in altri luoghi non saresti in grado di scalfire. Puoi plasmare te stesso, puoi cadere in abissi, essere ciò che vuoi. Ognuno ha la propria New York, ognuna per i propri sé.

 Volevo ringraziare Paolo Cognetti perché non l’ho fatto dopo la presentazione. Ero ancora alle prime pagine e non avevo immaginato l’impatto che poi questa antologia avrebbe avuto su di me. Quindi grazie, davvero. Grazie per avermi fatto conoscere autori incantevoli, grazie per quel momento intenso di lettura, grazie per tutta la passione diffusa in questo libro. Aspetto impazientemente il prossimo.

A presto, Esther Greenwood

La ferocia.

Avete presente quella sensazione di distruzione interiore? Un frattura scaturita da un terremoto profondo, radicato. Per parafrasare l’autore Clara è l’epicentro del sisma.

“Capiva, soprattutto, che non aveva sterzato per evitarla ma per salvarsi, perché ogni cosa in lei era magnete e assenza di volontà, l’ipnotico richiamo assecondato il quale tutto si fa identico e perfetto, e noi non esistiamo più.”

Iniziare questo libro per me è stato davvero complicato. La sensazione era quella di una scrittura artificiosa, innaturale, troppo ricercata. Probabilmente è così, Lagioia cerca le parole giuste, le fa cadere di proposito in un ordine talvolta un po’ insolito e anche quando sembra non dica niente di saliente, è lì che dice tutto. È in quel momento, è con quelle parole che ti annienta con ferocia. La struttura del romanzo, l’ordine delle parole, l’attenzione posta sulla vita di ogni singolo personaggio che ha giocato un ruolo nel destino di Clara, è tutto studiato nei minimi dettagli. Ma davvero possiamo parlare di destino? Non credo. Partiamo dalle prime connotazioni: Clara, che nome particolare. Clara è quel tipo di persona che viene notata immediatamente quando entra in un locale. È quella persona che riempie i vuoti, è quella persona che li svuota. In un certo senso tutti vorremmo essere come lei, avere quel tipo di fulgore, quel tipo di volontà che fa sì che ogni scelta sia quella giusta, anche se sbagliata. Sono state le scelte di Clara a condurla sulla statale 100. Quindi no, non si tratta di destino. Potremmo definirlo così, in un certo senso, considerando che le persone come lei hanno sempre questo tipo di sorte. Ma no, qui si tratta di Ferocia. La ferocia di Clara, la ferocia inaspettata di Michele, la ferocia di Vittorio, la ferocia di tutti gli uomini di Clara, tranne quella di suo marito. È questo il motore in una realtà così ben definita da Lagioia. È anche per questo che mi sono sentita così demolita, la vivida Bari, Taranto, la statale 100, luoghi che frequento costantemente. Clara è entrata nella mia vita e mentre ero sulla statale e leggevo questo libro io la vedevo camminare, andare incontro alle sue scelte e vedevo Orazio che cercava di evitare il centro gravitazionale in cui stava per andare ad abbattersi. Nel frattempo pensavo al senso di abbandono di Michele, alle sue domande e alle sue risposte:

“Per Clara l’amore era importante. Lo cercava nel modo assurdo con cui andiamo a caccia di cose che non esistono. Lo sappiamo che non esistono. Eppure ci sbattiamo il muso di continuo.”

Per quanto mi riguarda l’unica pecca di questo libro è l’incipit sulla copertina che per mesi non mi ha attirato, credo dovrebbe essere più incline allo spirito magnetico di Clara. Per il resto credo che andrò a recuperare immediatamente gli altri romanzi di Lagioia.

Probabilmente non avrò reso giustizia al vincitore del premio strega dello scorso anno, e mi scuso per questo, ma volevo raccontarvi di questo terremoto.

A presto, Esther Greenwood

L’amica geniale.

Salve cari lettori,
come al solito tocca ricredermi e devo dire che non lo faccio con dispiacere. Ho appena terminato il quarto volume del ciclo di Elena Ferrante e dopo tanto tempo posso dire di aver fatto fatica a chiudere un libro. Non avvertivo questa sensazione da tanto, dalle mie prime letture. Invece poco fa ero a circa venti pagine dalla fine di “Storia della bambina perduta” e ho desiderato una storia senza fine. Nella mia testa: «Ti prego Elena, non smettere di raccontare».
La storia della Ferrante è un’impalcatura perfetta. I primi due libri rappresentano le fondamenta di questo colossale edificio, ci danno stabilità senza troppe certezze ma ecco che, con Storia di chi fugge e di chi resta, compare la gru dal nulla. Dall’impalcatura iniziano a cadere mattoni, mattoni pesanti che colpiscono la tua testa, ti stordiscono per un po’, il tempo di socchiudere il libro, metabolizzare, riprendere a leggere per rendersi conto che la caduta fa parte di questa costruzione immane. E continuare a leggere perché non vedi l’ora che caschi un altro macigno, vuoi assolutamente scoprire in che modo il prossimo mattone colpirà la tua testa.
A partire dal primo volume la storia di una vita è raccontata da una donna, da quell’Elena adulta che ormai è cresciuta come ragazza, come moglie, come madre, come amica. Nonostante questo le riflessioni, i giudizi, le situazioni sono raccontati così come li ha vissuti, con un’età diversa e con una maturità diversa. Elena racconta un passato che sembra presente. E’ vivido, intenso, sembra lo stia rivivendo lei stessa e noi insieme a lei. Tenendoci per mano ci mostra l’evoluzione della protagonista “Elena Greco, l’amica geniale di Raffaella Cerullo” in tutte le sue tappe.

Non posso dire altro, rovinerei tutto; vi lascio con questa citazione:

“In quale disordine vivevamo, quanti frammenti di noi stessi schizzavano via come se vivere fosse esplodere in schegge.”

Spero vi immergerete anche voi nella storia di Elena e Lila. Spero che quest’autrice possa farvi vivere quest’amicizia che io non ho mai vissuto realmente ma che lei mi ha regalato con la sua maestria.

Mi ci vorranno giorni per riprendermi questa volta
A presto, Esther Greenwood

La top ten del 2015.

Cari lettori,
inutile sprecare parole annoiandovi e contando le ore perse facendo questa piccola lista. I libri letti quest’anno (o meglio, l’anno scorso) sono tantissimi e di questo sono molto contenta. Il Salone del libro di Torino ha contribuito molto anche in questo, facendomi svuotare la carta di credito in poche ore. Eppure, spendere soldi in libri mi rende davvero troppo felice. Diciamo che adoro spendere soldi in generale (sì, sono una shopping dipendente, tra poco mi toccherà andare anche alle riunioni) ma quando si tratta di libri non mi pento mai.
Non ho inserito i libri in ordine o meglio, facendo questa lista inizialmente i numeri li ho inseriti ma subito dopo mi sono sentita troppo male, pensavo di fare un torto a qualcuno e mi sono resa conto che è impossibile fare una classifica. Ogni libro ci regala qualcosa di diverso, ognuno di questi libri ha contribuito alla mia vita da lettrice in modo differente.

  •  La montagna incantata di Thomas Mann
    Cosa posso dire? Ci sono davvero parole? A partire dall’edizione che è MERAVIGLIOSA. Il ritratto della società degli anni precedenti alla prima guerra mondiale che trabocca dai dialoghi dei personaggi, la magia che circonda un luogo meraviglioso. La montagna incantata, una calamita che genera un campo magnetico per chiunque si trovi nei paraggi, compreso Hans Castorp che era lì solo per una breve visita. Vale la pena leggerlo, immergersi nel suo incanto.

  • Guerra e pace di Lev Tolstoj
    L’ultimo classico dell’anno. Un mattone della letteratura. Uno di quelli portanti: Un’idea; La forza; Che cos’è il potere?; La guerra; La volontà delle masse; La critica storica; L’intera umanità
    Le ultime cinquanta pagine che rileggerei per il resto della vita
  • Nulla, solo la notte di John Williams

“Per quelle persone egli era un rumore privo di significato, un’esplosione senza conseguenze” 

Le prime pagine per me sono poesia. John Williams ha il potere di farmi precipitare nelle sue parole. Perdo me stessa. Il resto del romanzo va un po’ a scemare di intensità ma comunque rimane un’ottima scelta soprattutto per gli amanti del suo stile.

  • Lacci di Domenico Starnone

C’è una distanza che conta più dei chilometri e forse degli anni luce, è la distanza dei cambiamenti.

La verità cruda. Non posso dirvi che sarete contenti una volta terminato questo libro. Avrete tante domande, molti pensieri. Starnone ci pone di fronte quella che è un po’ la riflessione sulla vita in generale, parlando di rapporti personali. Siamo plasmati, allacciati a tutto ciò che abbiamo vissuto, alle persone che abbiamo conosciuto, inevitabilmente.

  • Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij
    Posso davvero? Sul serio? No, le mie parole non valgono tanto. Non sono all’altezza. Vi dico solo: non abbiate paura, LEGGETELO.
  • Il maestro e margherita di Mikhail Bulgakov

“Le tessere, prego” la donna guardava meravigliata il pincenez di Korov’ev e il fornello a petrolio di Ippopotamo e il suo gomito lacerato.
“Le porgo mille scuse, quali tessere?” chiese stupido Korov’ev.
“Sono scrittori loro?” domandò a sua volta la donna.
“Indubbiamente” rispose con dignità Korov’ev.
“Le tessere, prego” ripeté la donna.
“Tesoro mio…” attaccò teneramente Korov’ev.
“Io non sono un tesoro” l’interruppe la donna.
“Oh, che peccato” disse deluso Korov’ev e continuò “Dunque, se lei non gradisce essere un tesoro, il che sarebbe oltremodo piacevole, pazienza. Ma per convincersi che Dostoevskij è uno scrittore, possibile che sia necessario chiedergli la tessera? Prenda cinque pagine qualsiasi di un suo romanzo e senza bisogno di nessuna tessera si renderà conto di avere a che fare con uno scrittore. E anzi suppongo che non abbia mai avuto una tessera! Tu che ne pensi?” disse Korov’ev rivolto a Ippopotamo.
“Scommetto che non l’aveva” rispose Ippopotamo, posando il fornello sul tavolo vicino al libro e asciugandosi con la mano il sudore dalla fronte annerita dal fumo.
“Lei non è Dostoevskij” disse la donna, disorientata dai ragionamenti di Korov’ev.
“Come fa a saperlo, come fa a saperlo?!” rispose costui.
“Dostoevskij è morto” disse la donna, ma in tono non troppo convinto.
“Protesto!” esclamò Ippopotamo calorosamente “Dostoevskij è immortale!”

Diciamo che ho fatto un po’ di fatica a terminare questo romanzo. La prima volta lo lessi al liceo, me lo prestò la mia professoressa di italiano ma non riuscii a portarlo a termine, non mi piacque molto. Lo misi da parte per una rilettura futura e proprio mentre pensavo di dargli una seconda possibilità ecco che me lo ritrovo su Bookmooch, nell’edizione BUR che io amo tanto. Lungi da me analizzarlo nei minimi dettagli, lo reputo “complesso” sia per quanto riguarda i personaggi sia per la filosofia che si cela al di sotto della storia in sé. Vi parlo però della cosa che più mi è piaciuta: la “magia”, la meraviglia. Basti pensare al fatto che Ippopotamo (altrimenti noto come Behemoth) è un demone sotto forma di un enorme e grasso gatto parlante, capace di camminare sulle zampe posteriori, atteggiarsi a uomo raffinato e assumere talvolta sembianze umane combinando diversi guai insieme a quel simpaticone di Korov’ev. Vedremo scope volanti, uomini senza testa e Ponzio Pilato. E’ uno di quei libri che nell’arco della vostra vita non potete proprio evitare di leggere.

  • I fiori del male di Charles Baudelaire
    Non avevo mai letto Baudelaire e sinceramente la mia paura era smisurata nei suoi confronti. Solitamente le poesie sono difficili da digerire, pensiamo di doverle centellinare giorno per giorno perché masticarle tutte insieme è impossibile. Io le ho divorate in tre giorni. Ho apprezzato la delicatezza e allo stesso tempo l’intensità. La passione e il veleno.
  • Da dove sto chiamando di Raymond Carver
    Ci penso e mi tremano le ginocchia. Non ho più certezze dal momento in cui ho incontrato Carver, soprattutto la mia convinzione “non sono tipo da racconti”. Lui fa questo effetto.
  • La morte del padre di Karl Ove Knausgard

Scrivere significa portare alla luce l’esistente facendolo emergere dalle ombre di ciò che sappiamo. La scrittura è questo. Non quello che vi succede, non gli avvenimenti che vi si svolgono, ma lì in se stessa. Lì, risiede i luogo e l’obiettivo dello scrivere.

Ancora non ho compreso. In questa citazione trovate l’ispirazione, la vocazione, il mantra di questo autore norvegese che quest’anno mi ha fatto spendere un sacco di soldi insieme alla Ferrante. Non capisco come possa tenermi incollata alle pagine. Il pensiero non è “devo continuare a leggere per vedere come va a finire”. No, semplicemente quest’uomo è magico, basta. Non saprei in che altro modo esprimermi.

  • Roderick duddle di Michele Mari
    Non c’è una classifica ma posso sicuramente dire che questo splendido romanzo occupa il primo posto della mia top ten 2015 e si è fatto strada tra i miei libri preferiti. Continui richiami alla letteratura internazionale a partire dal protagonista e al modo in cui Mari dipinge il mondo che lo circonda. Drammi, intrighi, morte, la voce dell’autore che ogni tanto irrompe nella storia e la rende ancora più viva. Leggendolo avrete la sensazione di avere in mano un classico. Io ho un piccolo taccuino su cui segno i passi che più mi colpiscono, le frasi essenziali dei libri che leggo. Su Roderick duddle non ho scritto una frase. Ho amato ogni singola pagina e ogni singola avventura di questo piccolo ragazzo ingenuo e il suo medaglione influente, sostanzioso, essenziale.

 

Le mie parole sono davvero poche, preferisco siano i libri stessi a parlare
Alla prossima lettura, Esther Grenwood

Raymond Carver.

“Mi piace il salto rapido di un buon racconto, l’emozione che spesso comincia già nella prima frase, il senso di bellezza e mistero che si riscontra nei migliori esemplari; e il fatto – di un’importanza cruciale per me all’inizio della mia carriera, ma una caratteristica essenziale anche ora – che un racconto può essere scritto e letto in una sola seduta (proprio come una poesia!). All’inizio – e forse ancora adesso – i migliori scrittori di racconti per me erano Isaac Babel’, Anton Čechov, Frank O’Connor e V.S. Pritchett. Non ricordo più chi è che mi ha passato una copia di Tutti i racconti di Babel’, ma ricordo benissimo il momento in cui mi sono imbattuto in una riga di uno dei suoi migliori racconti. Me la copiai su un taccuino che a quei tempi portavo sempre con me. Il narratore, parlando di Maupassant e dell’arte del narrare, dice: «Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto». Appena l’ho letta la prima volta, questa frase mi ha colpito con tutta la forza di una rivelazione. Era proprio quello che volevo fare con i miei racconti: mettere in fila le parole giuste, le immagini precise, ma anche la punteggiatura più efficace e corretta, in modo che il lettore venisse trascinato dentro e coinvolto nella storia, e non potesse distogliere lo sguardo dal testo a meno che non gli andasse a fuoco la casa.”

Io non so davvero da dove iniziare, quali parole usare e in che modo esprimermi. Ho iniziato con “Il mestiere di scrivere” per cercare di immergermi pian piano e per comprendere lo stile e la bellezza dei suoi racconti. Non sono mai stata un’amante del genere, son sempre rimasta lontana dalle raccolte, ho sempre preferito i romanzi, luoghi in cui potermi immergere completamente senza doverne uscire dopo qualche pagina. Ma Carver andava letto. Ho preso Cattedrale. Le prime pagine sono “diverse”, è così che le definirei. Diverse da tutto ciò che abbiamo sempre letto. Siamo abituati, anche se non sempre, ad avere una panoramica dei personaggi, della storia, solitamente abbiamo un’introduzione che ci permette di entrare pian piano nelle vite narrate e di essere spettatori silenziosi, sullo stesso pavimento dei protagonisti. Questa volta no, con Carver siamo in bilico su una fune. Osserviamo (quello che in realtà è già successo) con i piedi su di un sottilissimo filo. Mentre i racconti proseguono e nella tua testa pensi “Ma dove vuole arrivare? Qual è il senso di tutto questo? Avrà un significato alla fine?” ti accorgi che Carver, senza farsi notare, ti ha fatto indossare delle scarpe, quelle adatte a camminare sulla fune. E questo “essere in bilico” è una delle cose più belle che potessero succederti.

Nel momento in cui ho terminato Cattedrale (che prende il titolo dall’ultimo racconto) mi sono sentita mancare le ginocchia. Mi sono sentita senza sostegno, vulnerabile, colpita dalla vita rappresentata in modo così chiaro e semplice e allo stesso tempo sublime.

Esther Greenwood