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"I libri anticipano l'eternità"

Book haul

Onestamente non so chi sia rimasto su questi schermi dopo le mie repentine assenze ma confido ancora nella perseveranza di chi mi sopporta. Non credo di aver mai fatto un book haul perché onestamente non credo di aver mai ricevuto/acquistato così tanti libri tutti insieme (tranne al Salone del libro ma vabbé, lì spendo tutto il ricavato del lavoro di mamma e papà).

Questi nuovi libri che entrano a far parte della mia libreria sono parte di un ordine Mondadori (ultimamente fanno sempre sconti e ci sono molti libri al 40%), e poi ci sono altri libricini ricevuti in dono, che mi accingo a farvi vedere!

Il primo è Diario di un fantasma, la famosissima graphic novel edita da Eris edizioni che ho ricevuto come regalo di Natale in ritardo. Seguo Nicolas de Crecy su Instagram da un po’ e non so quale strana magia si nasconda all’interno della sua mano. È così che vedo questo libro: un viaggio in qualche modo magico e prodigioso.

Il secondo libro mi è stato inviato dalla casa editrice LiberAria con una gentilezza incredibile. Dal loro catalogo ho scelto Stelle ossee di Orazio Labbate. Non ho letto nulla di questo nuovo e giovane autore ma ho seguito diversi suoi incontri al Pisa book festival e ad altre fiere e devo dire che mi ha davvero incuriosita. Oltretutto, Stelle ossee mi sembra un libro particolarmente nelle mie corde.

Il paccozzo Mondadori contiene titoli molto diversi tra di loro e che non potevo assolutamente lasciare sul sito col 40% di sconto: innanzitutto ci sono Le fiabe di Beda e il Bardo, che sì, mea culpa, non avevo ancora letto.
Dopo circa sei anni di presenza nella mia lista desideri, ecco tra le mie mani I paradisi artificiali di Baudelaire. è un titolo che mi ha sempre intrigato e Baudelaire fa parte di quegli autori che mi hanno colpita particolarmente e che vorrei tanto approfondire di più.
Infine, il mio amato Carver, ben tre titoli: Il mestiere di scrivere, America oggi e Principianti. Il mestiere di scrivere l’ho già letto in ebook, dovevo solo recuperarlo. Per quanto riguarda gli altri due sono altre due raccolte dell’autore e sicuramente alcuni racconti li avrò già letti leggendo Da dove sto chiamando ma non fa mai male rileggere Carver. Anzi sì, in realtà per la mia instabilità emotiva di questo periodo, Carver è proprio il colpo di grazia e l’ho scelto di proposito perché mi piace farmi del male.

Un altro libro presente nella mia wishlist da tanto tempo e che finalmente ho tra le mie mani è: Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson. Ho sentito opinioni negative e opinioni positive ma mi sono buttata per due motivi: sia perché io con i libri vado molto a sensazioni e su questo ho buone sensazioni; secondo, non sono molto ferrata sul genere e vorrei dargli una possibilità. Questo l’ho comprato qualche giorno fa dopo aver superato l’esame di Arabo perché sì, io mi premio con i libri dopo gli esami (in realtà anche se vanno male compro comunque qualcosa per consolarmi).

L’ultimo libro è arrivato nella mia libreria per caso e per fortuna (che strana parola per me questa). Ho vinto il giveaway natalizio di Papermoon e la mia risposta a Diletta è stata “non ho mia vinto qualcosa in vita mia!”. Un piccola gioia insomma in un periodo brutto. Il premio del giveaway poteva sceglierlo il vincitore e io ho scelto Di bestia in bestia di Michele Mari. Conosco già l’autore e l’ho davvero amato con Roderick duddle, con le sue poesie a Ladyhawke e con Tutto il ferro della torre Eiffel ma credo che debba essere ancora approfondito, non ci si può fermare alla superficie.

Bene, detto questo vado a riordinare la mia libreria perché non ci sta più nulla!

Buone letture, Esther Greenwood

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Felicità perduta – Anne Percin

Sapete che ogni tanto sparisco, ormai ci siete abituati! Questa volta però ho preso degli impegni e quindi il proposito di non sparire più spero di poterlo spuntare finalmente! Inauguro oggi una serie di articoli in collaborazione con il Book Bloggers Blabbering, se non sapete cosa sia, cliccateci sopra! Sono davvero contenta di essere entrata a far parte di questo progetto.

Il mese di Gennaio è il mese dedicato a Hop edizioni, una casa editrice che si occupa principalmente di graphic novel con un’impronta femminile. Nel loro catalogo però, ciò che è saltato ai miei occhi è un romanzo, “Felicità perduta” di Anne Percin, scrittrice ancora inedita in Italia. Questo piccolo libro fa parte della collana Bonheur, i libri della felicità.

Il protagonista, colui che narra questa storia, è Pierre: ventotto anni, una storia particolare, una sensibilità incredibile. Pierre dopo aver studiato filosofia, inizia a lavorare per conto suo, rimettendo a posto le anticaglie e vendendole, quel che vien definito un “pescatore di luna”. La specialità di Pierre sono le storie degli altri, così tanto che talvolta tende ad annullare se stesso. Ha perso il suo fratello gemello all’età di dieci anni e questo, la situazione della sua famiglia, gli ha reso più semplice andare via di casa e andare a vivere a Parigi. Neanche la vita parigina però gli si addice, quella dello studente che per guadagnare qualcosa fa il modello e si sente in qualche modo diverso da se stesso. Alla fine Pierre sceglie la solitudine della Provenza, che non sa se essere la sua più grande fortuna o una silenziosa condanna.

“La certezza che ho di amare è il solo bene che mi sembra immortale.”

Il romanzo procede come un flusso di coscienza del protagonista che tramite riflessioni riguardanti la filosofia, la poesia, l’arte, ci presenta tutti i frammenti della sua vita, quelli che lo hanno reso felice e quelli che ancora lo inseguono, come se fossero fantasmi. L’omosessualità di Pierre viene affrontata in maniera spontanea e sottile, così come dovrebbe essere. L’arte è onnipresente: Pierre lavora alla biografia di una pittrice dell’ottocento, è l’intento che fa da sfondo al racconto della sua vita.

“L’arte è una maschera. È la maschera che rende accettabile, tollerabile, visibile, persino apprezzabile, per la società, una singolarità che normalmente ti condanna al rifiuto.”

Proiettato verso il futuro, Pierre ci parla del suo passato, lanciandoci insegnamenti preziosi di pagina in pagina, con la malinconia di quella felicità in qualche modo impossibile da riconquistare.

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L’albero rosso – Shaun Tan (Tunué)

Scrivere un articolo per questo piccolo libro inizialmente mi sembrava superfluo. Le immagini sono le protagoniste e credo che solo loro siano in grado di esprimere tutta la solitudine e l’inquietudine che Shaun Tan ha celato all’interno. Poi l’ho riletto, e l’ho riletto, e l’ho riletto, e ho pensato che in qualche modo dovevo cercare di tirare fuori il dolore che questo libro mi ha causato, almeno per farvi capire quanto vale la pena comprarlo e sfogliarlo di tanto in tanto; per sentire un abbraccio rassicurante che nella vita di tutti i giorni molto spesso non riceviamo.

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Sulla copertina c’è una bambina dai capelli rossi su una barca piena di parole infelici. La vita che vuole rappresentare l’autore è una vita che procede in modo ordinario, aggravata dal peso dei pensieri oscuri e dell’incomprensibilità. Una vita che attende davanti alla finestra un cambiamento, ma nell’universo che configura Shaun Tan è come se non ci fossero suoni e a nessuno sembra importare più della luce che contraddistingue le persone. Succedono cose brutte inspiegabilmente. È un mondo in cui è difficile scegliere cosa fare, o che tipo di persona essere; un mondo in cui ci si perde per la sua vastità e complessità. Un universo non tanto diverso dal nostro.
Però rimane la speranza, la capacità di cogliere ciò che fiorisce inaspettatamente e di vedere quella luce che ormai teniamo nascosta dentro il petto, riflettersi anche fuori.

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Shaun Tan ci pone di fronte a 32 pagine strazianti e allo stesso tempo confortanti, con delle tavole incredibilmente belle. Credo sia un piccolo viaggio capace di adattarsi a ciascuno di noi.

La principessa che scriveva – Nerina Fiumanò, Angelo Ruta

La settimana scorsa vi ho parlato del Pisa book festival e della mia felicità nel vedere l’editoria indipendente così attiva e apprezzata. Oggi vi parlo della casa editrice che più mi ha colpita durante questo festival, e che, debbo ammettere, non conoscevo!
Avevo sentito nominare diverse volte Verbavolant edizioni ma non so per quale motivo non mi sono mai avvicinata al loro stand durante le varie fiere sparse per l’Italia; di conseguenza, non conoscevo il loro catalogo.

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Quello che più mi ha colpita è il modo in cui mi sono stati presentati i libri e la passione che ho sentito traboccare dalle parole degli editori. Credo sia difficile attribuire ad una categoria le pubblicazioni di Verbavolant, infatti il “libro” di cui vorrei parlarvi oggi è un ibrido, una via di mezzo tra un albo illustrato e un poster d’autore, tanto che il marchio “Libri da parati” è stato registrato proprio da loro.

La storia si segue tramite le diverse facciate di questo poster che si dispiega pian piano e che alla fine raggiunge le dimensioni 100×70. La scelta è stata davvero difficile tanto che ormai ho deciso che piano piano tutti i Libri da parati diventeranno miei e riempiranno le pareti della mia camera. Quello di cui non potevo fare a meno però, dopo averlo visto, è La principessa che scriveva.

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Questa bellissima storia narrata da Nerina Fiumanò e illustrata da Angelo Ruta inizia con “C’era una volta”. La protagonista è una principessa che viveva in un castello, in un regno tranquillo. La principessa amava scrivere, scriveva sempre e ciò la faceva sentire in pace.

“Perché il suo sentire il mondo
era un albero agitato del vento.”

Un giorno, l’ordine nel suo regno viene sconvolto e la principessa viene resa prigioniera in una piccola cella, con nulla di suo tranne penna e inchiostro. In quella terribile condizione, isolata da tutti e incapace di fare qualcosa, la principessa continuò a scrivere e l’inchiostro è come se scorresse dentro di lei, facendola sentire ancora viva.

“Scriveva con quell’unica penna
scriveva sulla sua veste,
sulla sua camicia,
sui piedi;
sulle mani
su ogni angolo di pelle del suo corpo.
Perché nulla restasse senza parole,
perché tutto rimanesse su di lei.”

Quando il regno fu liberato tutti gioirono alla visione della principessa sana e salva e rimasero colpiti guardando il suo corpo interamente ricoperto da tutto ciò che aveva vissuto. Una volta libera, la principessa decise di immergersi nelle acque di un fiume vicino, lavando via le parole che la ricoprivano, diffondendo nei luoghi vicini un messaggio di speranza.

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Sono rimasta davvero folgorata dai Libri da parati, a partire dalla carta in sé, finendo alle illustrazioni che ricoprono ogni singola facciata, per non parlare della poesia. Una cosa così bella non potevo non farvela conoscere, soprattutto ora che si avvicina il Natale!

Pisa book festival

Mi avevano parlato del Pisa book festival come di un evento triste e poco frequentato invece credo di non aver mai visto una comunità così attiva nella lettura come quella di Pisa.
Sono passati due mesi dal mio trasferimento in questa piccola città e una delle cose che ho notato, nonostante gli strani orari dei negozi, è la grande presenza delle librerie indipendenti con i loro lettori fidati.

Mi aspettavo un festival piccolo e mi sono ritrovata di fronte ad un festival ancora più piccolo, ma nel suo esiguo spazio il Pisa book festival ha saputo sfruttare tutte le possibilità che aveva. Anzi, forse è proprio l’essenzialità la sua carta vincente.
Il Pisa book festival è una fiera degli editori indipendenti che ormai si tiene da quindici anni e che fa della qualità il proprio credo: non ci sono programmi infiniti impossibili da gestire o labirintiche scale in cui perdersi. Ci sono due piani di stand, un’area junior e poco meno di dieci sale per gli incontri, il tutto facile da gestire per una persona che si perderebbe dentro casa sua e per una indecisa cronica che perde ore per decidere a quale incontro partecipare. Al visitatore viene offerto un ventaglio di circa cinque incontri diversi ogni ora, scelti con cura e divisi equamente per caratteristiche; la scelta è immediata e soddisfacente.

La mia presenza costante al festival era inevitabile: avevo voglia di spendere tanti soldini in libri e di immergermi in quell’atmosfera meravigliosa che mi fa sentire il cuore pieno. Il primo giorno, venerdì, sono andata a tastare il territorio: ho girato più volte l’edificio, ho segnato i possibili acquisti e mi sono anche innervosita per tutta la gente che c’era! Cosa super positiva e di cui sono stra contenta ma con tanta gente intorno, personalmente, non riesco a godermi l’esperienza appieno, ho bisogno di calma.

Sabato, tatticamente, sono entrata in fiera subito dopo pranzo e ho trovato la giusta tranquillità per fare un po’ di acquisti. Alle 16 invece mi attendeva un incontro con Minna Lindgren, autrice della trilogia di Helsinki (Mistero a Villa del Lieto Tramonto) e la sua traduttrice, Irene Sorrentino. Un incontro chiamato Women in writing in cui si è parlato del ruolo della donna nella letteratura e soprattutto delle scrittrici in Finlandia, e del grande potere che ha il lettore quando entra in libreria e fa una scelta, quella scelta che poi finirà nelle statistiche di mercato e determinerà le uscite successive.

Domenica, realizzato ormai che non ho più l’età per fare queste maratone ai festival, ho partecipato ad una serie di incontri interessanti:

  • “Cosa leggono gli scrittori d’oggi” con Vanni Santoni, Orazio Labbate, Ilaria Gaspari e Giuliano Pesce, in cui si è discusso delle opere che ispirano uno scrittore, quelle che buttano giù per la loro grandezza e quelle che danno la giusta dose di autostima per provarci. Mi è piaciuta soprattutto una riflessione di Ilaria Gaspari, “la letteratura è come un mercatino”: ci sono cose usate, cose brutte, cose che però pur essendo fatte male in qualche modo le prendi, le apprezzi e le puoi riutilizzare, le puoi rimodellare ed entrano a far parte di te o delle tue opere.
  • “Dare una voce al Kraken. Appunti di uno sceneggiatore”, presentazione del nuovo fumetto di Emiliano Pagani e Bruno Cannucciari, Kraken, edito da Tunué.
  • “Paolo Cognetti: Le otto montagne.” Ormai la mia ossessione per Cognetti la conoscete e qui confermo, nuovamente, che è un uomo adorabile. La mia copia de Le otto montagne purtroppo l’ho lasciata a casa in Puglia però mi consolo con la bellissima dedica che mi ha lasciato su New York stories.

Ed eccomi agli acquisti, lo so che stavate aspettando questa parte! Ho scelto le case editrici che mi hanno più impressionata, per passione, per gentilezza (caratteristica da non sottovalutare), per qualità. La mia scelta è ricaduta innanzitutto su Verbavolant edizioni e uno dei suoi bellissimi Libri da parati. Anche Add edizioni mi ha sedotta con “L’arte dell’attesa” che, a dire la verità, non era nella mia wishlist ma quando l’ho visto lì non ho potuto fare a meno di prenderlo. Infine due acquisti che avevo già programmato, devo dire la verità: “Il corpo che vuoi” di Alexandra Kleeman di Black coffee edizioni, da cui mi aspetto tantissimo, e “L’albero rosso” di Shaun Tan che mi ha letteralmente lasciata incantata.

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Quindi spoiler, ora sapete quali saranno i miei prossimi consigli di lettura!
Quando torno a casa da questi festival mi pervade una felicità strana, un tipo di felicità che solo i libri sanno donarmi, alimentata dalla passione che vedo nel momento in cui gli editori mi presentano un loro libro o dalle riflessioni che vengono fatte durante le presentazioni. Ci sono stati anche editori che mi hanno consigliato libri di altre case editrici, per puro amore nei confronti del proprio lavoro.

Vi lascio la pagina Facebook del blog dove condivido wishlist, giveaway di case editrici e citazioni meravigliose, e il mio Instagram, pieno di libri ❤

Buone letture, qualsiasi esse siano,
Esther Greenwood

Exit west – Mohsin Hamid

Ho iniziato questo libro con la consapevolezza che mi avrebbe colpita, ma non credevo mi avrebbe resa così infelice. Si tratta di una infelicità temporanea e inquieta, dovuta alla rara immedesimazione con i protagonisti di questa storia.

In un paese del medio oriente a noi sconosciuto, in un futuro non troppo lontano, due sguardi si incrociano. Saeed è un po’ impacciato, timido, Nadia indossa costantemente la tunica per scelta, per mantenere la sua indipendenza, e guida una moto sportiva. Il clima che si respira nella loro città è tossico: a cavallo di una guerra civile pronta a scoppiare. Vivere nel proprio paese smosso dalle sparatorie è difficile, ancora più difficile è fuggire. Ancora più difficile è accettare che il tuo paese ti sta rifiutando, sta cambiando, e che il luogo che hai sempre identificato come casa, è il luogo in cui sei in pericolo. Un luogo senza futuro.

Nadia e Saeed si incontrato in un’aula scolastica e cautamente iniziano a vedersi di nascosto perché uomini e donne non sposati non possono farsi vedere insieme. Si avvicinano tramite la lettura, la marjiuana, la musica, e dopo poco tempo si scoprono innamorati. Il loro amore ci viene dipinto come un amore giovane, timoroso ed esitante, represso dalla società e dalla religione di Saeed.

La guerra incalza e giornalmente ci sono tragiche notizie. Non c’è più la corrente, i cellulari smettono di funzionare e il mondo sembra fermarsi. Tutto diventa opaco, immobile. Non c’è modo di fuggire fino a quando, silenziosamente, si sparge la voce di alcune porte nascoste e controllate, capaci di portarti altrove. Difficile da credere e difficile da affrontare, dovendo pagare per fuggire e con il rischio di finire uccisi nell’intento.
Nadia lascia la sua casa, il suo giradischi, la sua indipendenza tanto guadagnata; Saeed lascia la sua famiglia.

…ma così vanno le cose, perché quando emigriamo assassiniamo coloro che ci lasciamo alle spalle.

Insieme a Nadia e Saeed, Hamid ritrae altri esseri umani sparsi per il mondo: immigrati, nativi, stranieri nella propria terra, facendoci capire quanto sia labile il confine o del tutto inesistente.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

Ciò che fa Hamid è colpirti silenziosamente: il narratore esterno non rende questa storia sottotono, non cerca di renderla triste in qualche modo, non ce n’è bisogno. Si tiene distante, semplicemente raccontando, e alla fine di ogni capitolo ti lancia un dardo, una riflessione capace di farti rimanere con il libro chiuso per un po’ di tempo a pensare. A immaginare come affronteresti tutto questo se al posto di Nadia e Saeed ci fossi tu.
Ho riscontrato nella scrittura di Hamid la grande capacità di farti immedesimare, tanto da rendere i miei giorni un po’ più infelici, influenzati da questa storia fin troppo vera e vicina a noi.

Atlante leggendario delle strade d’Islanda

In un luogo scarsamente popolato da esseri umani per il suo clima non proprio confortevole, troviamo un’infinità di creature magiche, a partire da reverendi con doti portentose finendo a elfi, spettri, trollesse e mostri marini. L’Atlante leggendario ci permette di avventurarci nei luoghi fantastici dell’Islanda, luoghi sconosciuti e poco accoglienti, seguendo la statale n°1 che percorre l’intera isola.

I racconti sono molto brevi (massimo quattro pagine) ed è possibile trovare qualche volta anche un’illustrazione che alimenta la nostra fantasia. Alla fine del libro si rivela una cartina apribile che ci mostra come queste sessanta leggende ricoprano tutto il territorio, tanto è vero che il volume è diviso in sei capitoli: Islanda Occidentale, Fiordi Occidentali, Islanda Settentrionale, Islanda Orientale, Islanda Meridionale e Islanda Centrale. Personalmente ho amato molto i racconti dell’Islanda orientale, popolati soprattutto da elfi e con protagonisti luoghi completamente disabitati.


Questo magico atlante è a cura di Jón R. Hjálmarsson, esperto in storia e cultura islandese, ed è tradotto da Silvia Cosimini. Se come me siete innamorati dell’Islanda quello che farete è un viaggio interiore con questi luoghi meravigliosi nella vostra mente. Sono storie talvolta macabre e “strane” ai nostri occhi, ma che fanno parte della cultura Islandese e sono particolarmente legate ai luoghi in cui si suppone siano avvenute.

Ho amato davvero tanto questa raccolta così come sto amando ogni singolo libro edito da Iperborea ma in questo caso ho notato una piccola mancanza: nonostante ci sia un’introduzione iniziale e un’introduzione per ogni leggenda, ci sarebbe bisogno di una guida per noi che leggiamo con occhi diversi, noi che non abbiamo occhi islandesi.
Ci sono creature che ricorrono molto spesso, di buon auspicio e non, e sarebbe stato bello comprendere come vengono viste queste creature nel loro immaginario (quello degli islandesi). Ecco, credo ci sarebbe voluta una piccola guida alle creature. Al di là di questo lo ritengo un libro perfetto.

Qualche colonna sonora migliore dei Sigur Ros per questo atlante? Mettetevi al buio sotto le coperte con le cuffie nelle orecchie e guardate la copertina del libro che sembra fatta a mano. Guardatela con attenzione e vi ritroverete lì al freddo, su una costa che sta per essere sepolta dal mare o nei pressi di un lago ghiacciato, e guardatevi sempre dietro, potrebbe esserci un elfo nascosto, una trollessa pronta a farvi un dispetto o uno spirito di qualcuno che non ha ancora trovato pace e che urla nella notte. 

Il porto proibito – Teresa Radice, Stefano Turconi

Nonostante nulla possa restituirci
lo splendore del prato, la gloria del fiore,
noi non piangeremo, piuttosto troveremo
forza in ciò che è rimasto indietro.

Pagine bianche caratterizzate da ombre, come il passato di Abel, come la sua memoria. Il porto proibito è un’opera a matita non inchiostrata divisa in quattro atti; la poesia è il filo conduttore, incastonata all’inizio di ogni atto, radicata nello spirito dei personaggi.

Tra lampi di luce e contorni sfocati emerge dal mare un naufrago, spoglio di qualsiasi informazione su di sé tranne il nome: Abel. Un superstite inspiegabilmente importante, candido come un libro senza parole.

Tra onde impetuose e navi reali ci troviamo nel 1807. Abel viene rinvenuto sulle coste del Siam da William Roberts, primo ufficiale della Explorer, nave in missione momentaneamente senza capitano. Il capitano Stevenson ha l’onore macchiato: ha ucciso le guardie, tradito la patria e rubato il bottino dell’ultima vittoria, fuggendo chissà dove.

Roberts prende a cuore le sorti di questo ragazzo che inspiegabilmente sa assolvere abilmente i compiti destinati a un uomo di equipaggio. Una volta tornato a Playmouth, non avendo un luogo dove andare, Roberts sistema Abel all’interno dell’Albatros Inn, la locanda gestita dalle figlie del capitano Stevenson, piene di dolore per la scomparsa del padre e incredule per le dicerie sul suo conto. Un uomo buono, generoso e privo di pregiudizi. La sua apparente fuga è un mistero.
Abel si sente grato; inizia a farsi volere bene, a diventare uno di famiglia svolgendo piccoli lavori per non essere di peso alle ragazze, scoprendo pian piano tasselli sul suo passato tramite lampi di reminiscenze. Tra i compiti da svolgere c’è quello di fare la spesa e portarla al Pillar to post, luogo di perdizione a Playmouth. La tenutaria di questo luogo è Rebecca: capelli rossi, lentiggini e un destino inciso negli occhi. Abel e Rebecca iniziano a tessere un legame tramite la lettura: Wordsworth, Coleridge, Blake. Il potere della poesia di scavare negli animi. La capacità di riconoscersi pur non essendosi mai visti. 

La storia d’amore che spacca il cuore però non è quella tra Abel e Rebecca (no, loro condividono un altro tipo di rapporto) ma tra Rebecca e Nathan Macleod, capitano della Last Chance. Macleod è una di quelle persone figlie di due luoghi: il mare e la terra. Ha bisogno di entrambe. Rebecca è nelle poesie e come loro non può essere spiegata fino alla fine, perderebbe di significato. Innamorati fin dalla prima volta ma liberi come il mare. Un legame indissolubile, oltre il tempo e le assenze.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, 
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore. 

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Il porto proibito è un luogo surreale: scompare e riappare nella nebbia. Un miraggio che si manifesta solo a pochi eletti, solo ad Abel e Rebecca. Rebecca diventa madre e maestra tramite le poesie che la consolano e che la rendono a tratti inesplicabile. Abel comprende la fugacità della vita e impara a conoscere la preziosità di ogni istante prima di perderlo. Capisce di avere un compito e di essere destinato a portarlo a termine, pur perdendo qualsiasi cosa.

In questa storia ogni personaggio ha una meta inconscia dentro di sé che alla fine riesce a raggiungere. Ogni matassa si sbroglia diventando nitida e lineare ma piena di cose vissute.

L’uso singolare della matita e l’abilità nell’utilizzarla rendono le tavole dinamiche e intense, piene di particolari. Stefano Turconi e Teresa Radice ci hanno messo tutto il cuore e l’impegno possibile in quest’opera, strutturata e sviluppata in maniera magistrale.  Vorrei solo dire: grazie. Ho voltato l’ultima pagina e ho riaperto la prima per rileggerlo da capo, con le lacrime agli occhi, assaporando ogni tavola e ogni meravigliosa parola. Il porto proibito è poesia grafica. È pura poesia.

 

Il mio cuore è squarciato, come la quarta di copertina aveva promesso. Sarà la mia somiglianza con Rebecca, sarà Macleod e il suo sentirsi sempre a metà. Porterò Il porto proibito sempre con me.
C’è bisogno di tempo per ammirare le tavole, per comprendere appieno le parole scelte una per una e posate nel punto giusto. Centellinate le pagine e prendetevi tutto il tempo del mondo per questa graphic novel. Alla fine troverete anche una lista di brani che hanno accompagnato i due autori nella stesura e che vi terranno compagnia. Questa graphic novel è edita da Bao al prezzo di 27 euro. Fino al 24 Settembre troverete il 25% di sconto su tutto il loro catalogo. Non fatevi sfuggire questa ballata marinaresca. Io aspetterò con impazienza Novembre per il prossimo lavoro firmato Radice-Turconi.

 

Liebster Award 2017

Arranco sulla tastiera. Ho difficoltà ad accettare la fine dell’estate, unico periodo per me senza programmi. Tornare a scrivere sul blog significa tornare alla realtà, alla mia vita pianificata giorno per giorno e per quanto io ami iniziare cose nuove, quest’anno avrei voluto un’estate molto più lunga, ma soprattutto, più godibile. Il lavoro mi ha portato via tanto tempo e per una persona come me che ha tanti hobby, restringere le proprie passioni in sole tre ore giornaliere è davvero complicato e opprimente.

Sto ancora pianificando i prossimi articoli di questo mese ma nel frattempo ne approfitto per rompere il silenzio e rispondere alla nomina di L’ultima pagina del libro, che ringrazio davvero molto, soprattutto per le domande interessanti! Questa è la mia prima volta con il Liebster award.

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REGOLE

1. Ringraziare chi ti ha premiato.
2. Scrivere qualche riga (max 300 parole) per promuovere un blog interessante che seguite.
3. Rispondere alle 11 domande poste dal blog o dai blogger che ti hanno nominato.
4. Scrivere a piacere 11 cose di te.
5. Premiare a tua volta 11 blog.
6. Formulare 11 domande per i blogger che si nomineranno.
7. Informare i blogger del premio assegnato.

Promuovi un blog 

Vorrei parlarvi del blog di Elisabetta, conosciuta come “sissiforbooks“. L’ho scovata tramite Instagram e mi ha incuriosita con le sue foto. Da lì ho scoperto il suo blog e da allora cerco di seguirla sempre. Scrive articoli interessanti, ma soprattutto con criterio e passione.

Rispondi alle domande

  1. Cosa non ti piace trovare in un blog? Parlando di blog letterari ho davvero difficoltà a sopportare quei blog che pubblicano solo articoli copiati e incollati, mi spiego: vedo molto spesso persone che scrivono “recensioni” (il termine recensione, per me, è già pretenzioso di per sé visto che non siamo dei critici) semplicemente incollando la trama presa dal sito della casa editrice, le informazioni principali sul libro e riscrivendo la trama in maniera più dettagliata, senza alcun trasporto, senza nessuna informazione davvero preponderante o personale.
  2. Che tipologia di articoli preferisci scrivere? Sicuramente articoli dedicati a libri che mi hanno rubato il cuore. Mi sento libera in quel momento, è come se le parole uscissero sole e quando mi rileggo mi rendo conto di quanto quel libro mi ha lasciato.
  3. Quanto impieghi in media per leggere un libro? Dipende. In periodi di nullafacenza ho una media di 100 pagine al giorno, altrimenti 50. Quindi diciamo dai tre ai cinque giorni. Per i classici invece mi dono un minimo di 15 giorni per godermeli.
  4. Che cibo assoceresti al tuo libro preferito? Più che cibo forse vino bianco.
  5. Il libro più brutto che tu abbia mai letto? Piccole donne, INSOPPORTABILE.
  6. Hai mai incontrato qualche scrittore/scrittrice? Sì, Paolo Cognetti e Zerocalcare. Poi in realtà nei diversi anni di Salone del libro/Più libri più liberi ho seguito diversi incontri con gli autori.
  7. Hai fratelli o sorelle? Sì, una sorella più piccola. Sto cercando di invogliarla alla lettura ma è caduta nella trappola dei manga (con tutto il rispetto per i manga).
  8. Pensi di andare in vacanza o ci sei già andata? Dove? Partirò tra una settimana, un piccolo viaggetto in Toscana.
  9. Pasta con o senza parmigiano? Vi giuro che è una questione di estrema importanza. Assolutamente con.
  10. Quale insetto ti fa più schifo? Le cavallette. Potrei morire.
  11. Qual è tuo punto debole? L’impulsività, credo. E l’ansia. Mi fa sembrare quella che non sono.

Undici cose su di me (ma perché)

  1. Sono follemente innamorata dell’archeologia. Ho avuto diverse passioni e fatto tante cose in 23 anni ma niente mi ha mai presa così tanto.
  2. Collegato al numero 1, tra una settimana inizierò il corso per la laurea specialistica in Egittologia a Pisa.
  3. Ho vissuto tre anni a Roma.
  4. Ho i capelli rossi ma non so come. Forse qualche antenato vichingo.
  5. Sono ipocondriaca e germofoba. Facile la vita con me eh.
  6. Odio il freddo, lo soffro terribilmente e sto già aspettando il 21 marzo 2018.
  7. Mi drogo di tè alla pesca e di succo di aloe.
  8. Secondo l’applicazione tvshowtime ho passato 5 mesi della mia vita a guardare serie tv, e ne sono fiera. Altro che vita sociale.
  9. Odio la pioggia. Ho bisogno del sole costantemente. Ne va della mia salute mentale.
  10. Potrei vivere solo di dolci.
  11. Sono una organizzatrice seriale dipendente. Se non mi organizzo la vita annualmente non sono contenta.

Nomino

  1. Radical Ging
  2. La sala da tè di una lettrice
  3. La stanza 101
  4. Madame Michel
  5. Il salotto irriverente
  6. Nessun cancello nessuna serratura
  7. Notes of a bookworm
  8. Cherie colette
  9. Liberi di scrivere
  10. La siepe di more
  11. Tope da biblioteca

Domande 

  1. Cosa ti spinge a seguire un blog?
  2. Cosa invece, immediatamente, ti fa chiudere il sito?
  3. Ti senti in colpa quando, per noia o per scarso interesse, non riesci a terminare un libro?
  4. Team inverno o team estate? Importantissimo.
  5. Ci sono periodi in cui senti maggiormente il bisogno di comprare libri? Io per esempio divento compulsiva quando sono triste.
  6. Preferisci acquistare i libri nelle librerie indipendenti o nelle grandi catene?
  7. Sottolinei i libri? Matita, evidenziatore, quel che sia.
  8. Qual è il libro che senti ti abbia “iniziato” al mondo della letteratura?
  9. Ricordi, invece, il tuo primissimo libro?
  10. Dolce o salato?
  11. Per quale motivo hai deciso di aprire un blog?

So che molti sono già stati nominati, più e più volte, quindi tranquilli non mi offendo se deciderete di non partecipare nuovamente. Anche per me, credo che questa sarà la prima e ultima volta perché altre undici domande e altre undici cose su di me non so dove andarle a pescare!

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Il libro del mare – Morten A. Stroksnes

Uscito per Iperborea qualche mese fa, finalmente ho nella mia libreria uno di quei libri che inspiegabilmente emanano vibrazioni fortissime, quelli che sai già che amerai, senza aver letto nulla. Un libro con una delle copertine più belle mai viste.

Il libro del mare (pp. 352, €17.50) è uno di quei libri che vorresti sempre avere come compagno di viaggio, che tu sia al mare o in montagna, o semplicemente steso sul divano ad immaginare luoghi che ti riprometti di ammirare, un giorno. Il sottotitolo “o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare” è esplicativo per quello che accade realmente, per la storia che il narratore decide di raccontarci, ma in realtà la storia non è una sola. Questa grande sfida, questa incredibile caccia allo squalo della Groenlandia diventa occasione per creare un compendio sulle creature marine, sulla storia del mondo, su quello che conosciamo e su quello che ancora temiamo. Citando la letteratura e la poesia marinaresca, Morten ci fa galleggiare insieme a lui e ad Hugo su questo gommone che potrebbe essere benissimo capovolto da un branco di orche incattivite, o disperso per la fortissima corrente.

“Ma a quanto ne sappiamo, negli abissi il numero di specie è superiore, e quasi tutta la vita laggiù ha caratteristiche stupefacenti, come se appartenesse a un altro pianeta, o fosse stata creata in un lontano passato in cui vigevano altre regole, e qualunque fantasia poteva realizzarsi.”

Un sorta di saggio/romanzo in cui si intrecciano mille storie e leggende: quella di Morten, quella di Hugo e di tutti i suoi antenati abili pescatori, le storie di tutte le persone che hanno catturato uno squalo della Groenlandia e dell’abilità che hanno sviluppato dopo un’impresa del genere.


Una ricerca senza fine per qualcosa che probabilmente non riusciremo mai a conoscere o ad ammirare. La bellezza dell’ignoto e di quello che nasconde. 

Ci sono libri che ti fanno comprendere determinate cose, libri che ti lasciano impassibile e libri che sembrano macigni per quello che ti lasciano dentro, Il libro del mare è uno di questi. Sicuramente sono io che ho una passione smisurata per il mare e per le creature che lo popolano, ma davvero, avrei voluto che fosse senza fine.

 

Cari lettori, il blog va in vacanza! Io no in realtà. Però vorrei prendermi una pausa da tutto il mondo social in generale e rifugiarmi nel grande classico che mi attende sul comodino quest’anno: Anna Karenina. Buone vacanze e buone letture! Ci rivediamo a Settembre.