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"Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste."

Categoria: Editoria indipendente

Atlante delle ceneri – Blake Butler

Atlante delle ceneri è una raccolta di racconti pubblicata da Pidgin edizioni questo Novembre. Ne son stata attratta fin da subito e ringrazio ancora la casa editrice per la copia che mi è stata inviata.

È un atlante perché ci pone di fronte a una serie di scenari apocalittici di cui noi ammiriamo soltanto le ceneri. Ci troviamo di fronte a devastazioni già avvenute, persone perdute, altre svanite nel fuoco. Ripercorriamo gli errori, i gesti mancati e quelli decisamente sbagliati. È un’analisi della disintegrazione all’indietro, per cercare di comprendere dove c’è stata la svista, per capire se c’era qualcosa da salvare.

Atlante della distruzione e della disperazione incapace di parlare.

Lo definirei anche: atlante delle perdite. Il protagonista di ogni racconto si ritrova a perdere soltanto, a dover fare i conti con ciò che ha smarrito e con la solitudine. Chiedendosi perché non è semplicemente svanito come tutti gli altri; chiedendosi perché è proprio lui a dover affrontare le mancanze.

“Odiando la mia pelle perché non diventava pallida. I miei denti perché non marcivano. Chiedendomi perché dovevo essere io quello a reggere la macchina fotografica.”

Le perdite, talvolta, finiscono nell’oblio. Non c’è spazio nella mente di qualcuno che vive in questa apocalisse moderna. Si dimentica facilmente e si fatica a ricordare. Non c’è lunga memoria per i morti nel mondo raffigurato da Blake Butler.

Il linguaggio di questi racconti è evocativo, fortemente ricercato. Tanto ricercato da affermare che non credo sia un libro per tutti; talvolta questo stile potrebbe arrivare a dar fastidio al lettore. Anche se, in realtà, penso sia tutto in linea con ciò di cui si sta parlando, e credo fosse proprio l’intento dell’autore. La volontà di fuggire da qualcosa da cui però non puoi scappare, devi affrontarlo. è così che definirei questo libro: vuoi correre e non guardare, ma allo stesso tempo non riesci a staccartene.

Tanto di cappello a Pidgin, una casa editrice che ammiro molto. Non so davvero come facciano a fare tutto ciò. E, come ho già detto anche a loro, questo libro è un gioiello: graficamente eccellente. Le pagine macchiate, annerite, riflettono esattamente gli scenari vissuti dal lettore.

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L’indieBBBCaffé del mese di Novembre è dedicato a Pidgin edizioni. Se volete scoprire altro su questa casa editrice indipendente passate dalla nostra pagina Facebook!

Sono il guardiano del Faro – Éric Faye

L’IndieBBBCafé, per il mese di Giugno, ospita la casa editrice Racconti. Sappiamo benissimo che i lettori ci vanno cauti con questa forma letteraria, anzi, spesso ne hanno paura; è per questo che abbiamo scelto questa casa editrice, per farvi scoprire che i racconti, in realtà, non sono dei mostri agghiaccianti da cui fuggire.

Devo dire che la scelta è stata molto difficile, i titoli sono tutti interessanti e come sapete, io leggo molti racconti. Dopo vari tentennamenti, la scelta è ricaduta su Sono il guardiano del faro di Éric Faye, e ringrazio tantissimo la casa editrice per avermelo inviato.

Le ambientazioni di questi nove racconti sono in qualche modo fantastiche, oniriche, leggermente dislocate dalla realtà;  per un certo verso, in alcuni momenti mi hanno ricordato La montagna incantata di Thomas Mann. Ecco, se avete nostalgia di quel romanzo, direi che questi racconti sono la scelta giusta.

I protagonisti sono ai margini del mondo, dispersi nella neve, isolati in riva al mare. Sono anime solitarie piene di desideri, in cerca di un contatto o in preda alla solitudine per averlo appena perso. Sono persone dagli occhi sognanti, sempre in cerca di una risposta, di una significato al di là della mera rappresentazione.

“Sul dirupo delle solitudini, l’ibernazione diventava un rifugio per anime in pena.”

Si parla di attese continue e probabilmente interminabili, di legami spezzati, di possibilità mancate che potrebbero stravolgere la condizione di oblio.
Sono rimasta particolarmente folgorata da I mercanti di nostalgia, sono solo tre pagine, ma pregne di immagini così vivide e forti da scombussolarti completamente.

La scrittura di Faye non ha solo una grande potenza visiva, ma tattile. Gli oggetti e gli ambienti sono descritti in una maniera tale da dare al lettore la sensazione di toccare lo scenario con le proprie mani, di sentire con le proprie orecchie il rumore del mare, o lo stridio del treno.

“L’esistenza è fatta di piccole morti successive, annidate una dentro l’altra.”

I nove racconti presentano, in maniera differente, le tante sfaccettature di questa condizione esistenziale, di cui il racconto finale, Sono il guardiano del faro, ne è il culmine. La malinconia, la speranza in qualcosa che probabilmente non arriverà mai, un desiderio irrealizzabile. Il guardiano del faro è lì, attende la visita del Ministero, svolge impeccabilmente il suo lavoro da anni, e in quella luce che ogni tanto si palesa di fronte al suo faro scorge una possibilità, sogna un’alternativa, una compagna lontana che lo osserva, che gli è illusoriamente vicino. Qualcuno che possa accompagnarlo nella fase finale di questa esistenza ormai completamente permeata dalla solitudine.

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Ci tengo tantissimo a segnalarvi l’intervista che abbiamo fatto agli editori di Racconti, la trovate qui; è davvero interessante, ma soprattutto, anticipa le nuove uscite che sono già finite nella nostra wishlist.

Il disegno a inchiostro e altri racconti- Hjalmar Söderberg

“Cosa dovevo rispondere? Avrei dato molto per poterle dire cosa significasse; ma non potevo perché non significava proprio niente!”

Inizia così questa raccolta di racconti, con una donna che cerca di comprendere il significato di un disegno di un paesaggio; così è l’uomo, concettualizza e pensa che tutto abbia un senso, che al di sotto della trama della nostra vita ci sia un qualcosa di più grande che la muove.

Quest’idea, questa impossibilità di comprendere, è alla base dei venti racconti di questa raccolta; racconti molto brevi, per un totale di cento pagine. Ed è proprio questa l’abilità di Söderberg: quella di riuscire a inserire delle domande così imponenti all’interno di poche righe. Domande che non trovano risposta e in cui talvolta, anche il lettore stesso, con i protagonisti, si perde.

Una vita che gioca sulla speranza, su un qualcosa di futile in grado di risollevare e di dare un minimo senso fugace a tutte le nostre azioni. Söderberg è in grado di creare dei paesaggi meravigliosi e di inserirci all’interno tutta la futilità della vita umana. È in grado di creare atmosfere oniriche impregnate di significati oscuri.

“Non so se amo o odio la vita, ma vi sono attaccato con tutta la mia volontà e con tutti i miei desideri.”

Ambientati nella sua epoca, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, l’autore svedese ci pone di fronte diversi ritratti amari, nati originariamente per essere pubblicati su riviste e quotidiani.

Ho provato a scegliere i miei racconti preferiti ma non ci sono riuscita. Probabilmente Spleen mi ha particolarmente colpita, in cui un uomo trova la sua ragione di vita nella lotteria; è una vita di continua speranza e nel momento in cui vinci non ti rimane più niente. O Il sogno dell’eternità, in cui un uomo, tornando a casa, continua a salire le rampe di scale della sua abitazione; tre rampe di scale che diventano infinite, non si giunge mai alla fine. O La pelliccia, in cui il rimando a Gogol è inevitabile.
Sono affezionata in maniera differente a tutti i personaggi che compongono questo quadro di umanità insaziabile, capace ancora di credere pur essendo stata abbandonata a sé stessa.

Sono davvero contenta di aver letto Söderberg, era come un tassello mancante.

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Stelle ossee – Orazio Labbate

“Scrivo nel buio della mia camera. Devo fuggire da essa e accendere la luce perché possa smettere di sentirmi solo. Sento però che tutto quello che mi circonda non mi aiuterà a farlo. La mia tazza non può parlare, un muro non può dirmi addio, un mobile non ha le mani affinché mi sorregga.”

Presenze mancanti, buio pesto, malinconia. Ecco i tre elementi onnipresenti nei racconti di Orazio Labbate, raccolti in Stelle ossee e pubblicati da Liberaria. Diciassette racconti, alcuni pubblicati su famose riviste, in cui questo giovane autore scalfisce l’idea di ciò che per noi è cupo e macabro, e in qualche modo va oltre, facendoci comprendere di come il tutto, soprattutto gli esseri umani, siano permeati da oscurità e oblio.

I racconti sono per la maggior parte ambientati in contesti naturali, molto spesso siciliani o Americani, proprio perché l’ispirazione proviene da quel background letterario. È una scrittura che parla di carne e di ossa, di cose immateriali e preesistenti. Si nota come ogni parola sia ricercata e posta nel giusto spazio, ogni singolo termine ha un senso di per sé e vi riecheggerà dentro; per questo sono racconti che vanno centellinati e che richiedono una riflessione. Vi assicuro che dopo aver terminato il primo passerete almeno una mezz’ora a fissare il muro, incapaci di andare avanti perché dovrete mettere in ordine tutto quello che vi ha trasmesso.

“…ma io percepisco meccanismi delicati intorno a me, i secondi procedono quando arriva un altro giorno, le ore scadono condannando quest’omicidio buio all’inconsumazione: io invecchio e non c’è cosa più certa, nella mia intelligenza, che essere succube di un mastro orologiaio.”

Il buio è il protagonista dei racconti; il buio è il luogo in cui abitare. È il luogo in cui rimane tutto ciò che è perso, ciò che non è recuperabile e che quindi implica un attaccamento al passato, a ciò che si è dissipato e soprattutto alle persone che si sono dissolte nella terra. Perdite incolmabili che necessitano di un rifugio blindato per non affrontarle. Alcuni racconti sembrano essere soluzioni di contatto con questi esseri umani che ormai sono solo entità, e oltre alle persone vi è un particolare attaccamento a ciò che rimane, a ciò che si utilizza per cercare di sostituire e che permette di illudersi di poter uscire dall’oscurità.

“Perché allora ci siamo conosciuti in questa vita? Per amarci e poi disconoscerci una volta morti o una volta tu morto io dimenticarti a causa degli anni che stanno macerandosi?”

Vi dirò che prima di mettermi a scrivere ho riletto i racconti due volte, principalmente perché non potevo farne a meno. Perché c’è qualcosa di potente al di sotto di queste parole, e che va ricercato. I miei racconti preferiti sono: Un innamorato nell’Apocalisse e Il corvo del mausoleo e so che entreranno a far parte di quei testi che ogni tanto andrò a ripescare dalla libreria, proprio perché non ne potrò fare a meno.

Ringrazio Liberaria per avermi inviato questo libro e Orazio Labbate per averlo scritto. Sapete che io con i libri vado a sensazioni e qui vi dico che erano fortissime, un po’ per il titolo, un po’ per la copertina, un po’ perché quando un libro è nelle mie corde me lo sento. Le sensazioni che ho adesso dopo averlo letto sono ancora più incredibili.
So che i racconti per molti lettori sono visti come uno scoglio insormontabile, lo erano anche per me tempo fa, ma da quando ho iniziato con Carver non ho più smesso. Credo che questa raccolta sia un ottimo inizio per chi non riesce ad approcciarsi al genere e vi consiglio davvero di recuperarla (in ogni caso); io cercherò di far entrare nella mia libreria gli altri titoli di questo autore che ormai l’avrete capito: mi ha sconvolta.

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Meticcio – Bruno Barba

Questo Febbraio sta per giungere al termine e io sono contentissima di averlo passato in compagnia dei libri della casa editrice Effequ. Seppur molto diversi, i libri che ho scelto in realtà presentano delle tematiche simili, e se Orgasmi geneticamente modificati le aveva affrontate in maniera ironica, con Meticcio di Bruno Barba vediamo come vengono affrontate in maniera più “scientifica”.

Bruno Barba è ricercatore di Antropologia all’università di Genova e questo suo libro fa parte della collana Saggi pop di Effequ. È un saggio che “decolonizza la nostra mente” ed è proprio ciò che mi aspettavo da un libro che come sottotitolo ha “L’opportunità della differenza”, un’opportunità che, onestamente, noi non diamo spesso.

“Che errore commettiamo quando pensiamo che l’emigrante sia il rappresentate della propria cultura, come se le culture fossero omogenee…”

Potrei essere scontatissima e parlare di attualità, potrei dire che questo libro dovrebbe esser diffuso nelle scuole, nelle case, perché sono gli ambienti in cui si assorbe maggiormente il pensiero altrui, un pensiero talvolta modellato in maniera sbagliata, ma non renderei giustizia a questo saggio poiché è tutt’altro che scontato. Bruno Barba, partendo dalla storia, mette in luce ogni aspetto del meticciato, facendoci subito capire l’intento del libro con un esempio palese: gli spaghetti col sugo sono un piatto tipicamente italiano ma dobbiamo soffermarci a pensare che gli spaghetti vengono dalla Cina e che il pomodoro proviene dalle Americhe; ci rappresentiamo attraverso questo simbolo come se fosse un qualcosa di esclusivamente nostro quando in realtà è il risultato di un incrocio.

Siamo tutti coinvolti nel meticciato, da sempre; siamo tutti mescolati, non siamo puri come pensiamo di essere. 

Diviso in sette capitoli, questo saggio affronta problemi quotidiani, come per esempio le false informazioni che girano su internet, la fantomatica storia dei “40 euro al giorno agli immigrati” e tutte quelle bufale che naturalmente non possono che diffondersi in un ambiente in cui non si ha niente da perdere perché, fondamentalmente, su internet non siamo nessuno e ci sentiamo in grado di dire tutto, anche ciò che è sbagliato.
Sono rimasta sorpresa quando l’autore ha iniziato a spiegare tutto ciò che un immigrato deve affrontare nel momento in cui “sbarca” in un altro paese, sia per quanto riguarda l’aspetto burocratico (come per esempio le attese di accettazione che si protraggono fino ad un anno), sia sull’aspetto emotivo (lontananza da casa, impossibilità di costruire qualcosa di concreto). Continuiamo a non essere informati, continuiamo a dare per scontato che le persone che cercano asilo in realtà non hanno davvero bisogno di aiuto, e che siccome possono permettersi un cellulare (che serve per comunicare con la loro famiglia), allora hanno già tutto.

“Li odiamo questi uomini, perché ci ricordano in modo irritante quanto sia fragile ed effimero il nostro benessere, guadagnato, così ci sembra, con duro lavoro.”

Stimolata dalle parole di Barba, ho pensato a quelle poche volte in cui sono andata all’estero e a quando, dichiarando di essere italiana, mi è stato detto “ah mafia, Berlusconi!”. Proviamo a pensare a quanto è fastidiosa l’omologazione, come se gli italiani fossero tutti mafiosi, come se i tedeschi fossero tutti nazisti, come se gli arabi fossero tutti kamikaze.
Proprio l’altro giorno mi sono ritrovata a chiamare un call center per assistenza e il messaggio automatico mi ha stupita: “la chiamata verrà inoltrata a un nostro operatore all’interno dell’Unione Europea, se invece desidera parlare con un operatore di un call center italiano prema 1”, come se gli italiani fossero più competenti, come se fosse necessario continuare a marcare questa differenza inesistente. Più penso a questa cosa e più rimango senza parole.
Tutto ciò non fa altro che incrementare l’odio: la televisione, le false notizie sulla rete, la politica pro-razzismo, un odio verso ciò che è diverso ma che poi tanto diverso non è. Continua ad essere un ‘razzismo senza razza’.

“Non stiamo facendo nulla per fermare l’emorragia di persone capaci. L’Italia, è un dato, trascura i propri ricercatori, mette in difficoltà i propri insegnanti, tende a ridicolizzare i propri operatori culturali, penalizzando in questo modo i propri figli e il proprio futuro, ma contemporaneamente lamentandosi della ‘fuga di cervelli’ e del fatto che questi vengano piazzati con tanti migranti privi di istruzione.”

Illogicità nelle nostre parole e nelle nostre azioni, incapacità di informarsi perché in realtà tutto ciò che è a portata di mano è falso; necessità di riflettere.

Spero leggerete questo saggio, vi porterà a vedere le cose in modo diverso.
Ringrazio Effequ per la disponibilità e vi rimando al loro sito dove potrete trovare tanti altri saggi illuminanti.

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Orgasmi geneticamente modificati – Rossella Monaco, Azzurra Galatolo

Già dal titolo avrete capito che il libro di cui sto per parlarvi è davvero, davvero particolare. Il mese di febbraio vede in collaborazione il Book Bloggers blabbering con la casa editrice toscana Effequ, che ringrazio davvero tanto per i libri che mi ha donato.

Il libro di cui vi parlo oggi fa parte della collana Illustri, ovvero narrativa illustrata.
Ci troviamo nella terra di Originalonia, in un mondo che non è il nostro, o che forse lo è fin troppo, tra le diverse trame sociali intessute nel nostro secolo.
Gli esseri umani (gli original) iniziano a sostituire i propri organi con accessori di plastica, in pratica sono oggetti che comprano altri oggetti e tutto questo probabilmente è un bene perché gli oggetti non soffrono. In questo mondo che diventa sempre meno umano, ci sono i cloni, umani e animali, che ormai perfezionati hanno come obiettivo quello di sovvertire l’ordine di Originalonia. Tra i cloni però c’è un problema: non riescono ad essere appagati sessualmente, potrebbero avere più di duecento rapporti consecutivi, sfinire un uomo, e non avere alcuna soddisfazione. Nella terra di Originalonia il sesso è onnipresente e allo stesso tempo così dichiaratamente sporco e immorale da non essere vissuto piacevolmente.
Ogni capitolo si concentra sugli strani esseri ibridi che popolano questa terra: Neon l’uomo scimmia che, visto come va il mondo, è davvero contento di rimanere una scimmia e di non avanzare nel processo evolutivo; Input il computer/umano; Jesux ateo che non crede in sé stesso (geniale vero?) e Mixia la ninfomane. In questo mondo c’è solo un D’io e si pente davvero di aver creato gli uomini.

Ho trovato geniale il modo in cui i nomi sono stati cambiati (vedi “pretofili”) e il modo in cui le illustrazioni e le parole rappresentino perfettamente una satira alla società attuale fin troppo moralista.

“Gli original s’impongono confini immaginari oltre i quali senza un pezzo di carta e una buona ragione non possono andare.”

L’ho trovato anche un libro femminista, che rivendica i diritti delle donne di poter provare ciò che vogliono provare, senza vergogna, mettendo in risalto la loro abilità di aggiustare ciò che non procede nella giusta direzione.

Le solite cagate da donnette, “muta devi stare” le dice “lo sappiamo benissimo di essere ingiusti, ma vi vogliamo sottomesse, a letto e fuori dal letto, sottomessa e muta, sennò ti riempio di bromox”.

Credo che l’apice dell’epicità (adoro i giri di parole) viene raggiunto nel momento in cui si ritrovano tutti insieme: Popy, D’io e Jesux. Anzi, ad un certo punto ecco che arriva Sattana/D’iavolo.

Gli uomini hanno distrutto il mondo e sono costantemente infelici a causa del loro proibizionismo e dei loro pregiudizi. Spetterà a questi nuovi esseri modificare la traiettoria del mondo per far sì che i pretofili abbiano ciò che si meritano, per far sì che da Lampedusca non arrivino originals che verranno posti in gabbie; per far sì che ogni volta che si punti una pistola, il proiettile torni indietro e colpisca il carnefice.

Felicità perduta – Anne Percin

Sapete che ogni tanto sparisco, ormai ci siete abituati! Questa volta però ho preso degli impegni e quindi il proposito di non sparire più spero di poterlo spuntare finalmente! Inauguro oggi una serie di articoli in collaborazione con il Book Bloggers Blabbering, se non sapete cosa sia, cliccateci sopra! Sono davvero contenta di essere entrata a far parte di questo progetto.

Il mese di Gennaio è il mese dedicato a Hop edizioni, una casa editrice che si occupa principalmente di graphic novel con un’impronta femminile. Nel loro catalogo però, ciò che è saltato ai miei occhi è un romanzo, “Felicità perduta” di Anne Percin, scrittrice ancora inedita in Italia. Questo piccolo libro fa parte della collana Bonheur, i libri della felicità.

Il protagonista, colui che narra questa storia, è Pierre: ventotto anni, una storia particolare, una sensibilità incredibile. Pierre dopo aver studiato filosofia, inizia a lavorare per conto suo, rimettendo a posto le anticaglie e vendendole, quel che vien definito un “pescatore di luna”. La specialità di Pierre sono le storie degli altri, così tanto che talvolta tende ad annullare se stesso. Ha perso il suo fratello gemello all’età di dieci anni e questo, la situazione della sua famiglia, gli ha reso più semplice andare via di casa e andare a vivere a Parigi. Neanche la vita parigina però gli si addice, quella dello studente che per guadagnare qualcosa fa il modello e si sente in qualche modo diverso da se stesso. Alla fine Pierre sceglie la solitudine della Provenza, che non sa se essere la sua più grande fortuna o una silenziosa condanna.

“La certezza che ho di amare è il solo bene che mi sembra immortale.”

Il romanzo procede come un flusso di coscienza del protagonista che tramite riflessioni riguardanti la filosofia, la poesia, l’arte, ci presenta tutti i frammenti della sua vita, quelli che lo hanno reso felice e quelli che ancora lo inseguono, come se fossero fantasmi. L’omosessualità di Pierre viene affrontata in maniera spontanea e sottile, così come dovrebbe essere. L’arte è onnipresente: Pierre lavora alla biografia di una pittrice dell’ottocento, è l’intento che fa da sfondo al racconto della sua vita.

“L’arte è una maschera. È la maschera che rende accettabile, tollerabile, visibile, persino apprezzabile, per la società, una singolarità che normalmente ti condanna al rifiuto.”

Proiettato verso il futuro, Pierre ci parla del suo passato, lanciandoci insegnamenti preziosi di pagina in pagina, con la malinconia di quella felicità in qualche modo impossibile da riconquistare.

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L’albero rosso – Shaun Tan (Tunué)

Scrivere un articolo per questo piccolo libro inizialmente mi sembrava superfluo. Le immagini sono le protagoniste e credo che solo loro siano in grado di esprimere tutta la solitudine e l’inquietudine che Shaun Tan ha celato all’interno. Poi l’ho riletto, e l’ho riletto, e l’ho riletto, e ho pensato che in qualche modo dovevo cercare di tirare fuori il dolore che questo libro mi ha causato, almeno per farvi capire quanto vale la pena comprarlo e sfogliarlo di tanto in tanto; per sentire un abbraccio rassicurante che nella vita di tutti i giorni molto spesso non riceviamo.

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Sulla copertina c’è una bambina dai capelli rossi su una barca piena di parole infelici. La vita che vuole rappresentare l’autore è una vita che procede in modo ordinario, aggravata dal peso dei pensieri oscuri e dell’incomprensibilità. Una vita che attende davanti alla finestra un cambiamento, ma nell’universo che configura Shaun Tan è come se non ci fossero suoni e a nessuno sembra importare più della luce che contraddistingue le persone. Succedono cose brutte inspiegabilmente. È un mondo in cui è difficile scegliere cosa fare, o che tipo di persona essere; un mondo in cui ci si perde per la sua vastità e complessità. Un universo non tanto diverso dal nostro.
Però rimane la speranza, la capacità di cogliere ciò che fiorisce inaspettatamente e di vedere quella luce che ormai teniamo nascosta dentro il petto, riflettersi anche fuori.

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Shaun Tan ci pone di fronte a 32 pagine strazianti e allo stesso tempo confortanti, con delle tavole incredibilmente belle. Credo sia un piccolo viaggio capace di adattarsi a ciascuno di noi.

La principessa che scriveva – Nerina Fiumanò, Angelo Ruta

La settimana scorsa vi ho parlato del Pisa book festival e della mia felicità nel vedere l’editoria indipendente così attiva e apprezzata. Oggi vi parlo della casa editrice che più mi ha colpita durante questo festival, e che, debbo ammettere, non conoscevo!
Avevo sentito nominare diverse volte Verbavolant edizioni ma non so per quale motivo non mi sono mai avvicinata al loro stand durante le varie fiere sparse per l’Italia; di conseguenza, non conoscevo il loro catalogo.

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Quello che più mi ha colpita è il modo in cui mi sono stati presentati i libri e la passione che ho sentito traboccare dalle parole degli editori. Credo sia difficile attribuire ad una categoria le pubblicazioni di Verbavolant, infatti il “libro” di cui vorrei parlarvi oggi è un ibrido, una via di mezzo tra un albo illustrato e un poster d’autore, tanto che il marchio “Libri da parati” è stato registrato proprio da loro.

La storia si segue tramite le diverse facciate di questo poster che si dispiega pian piano e che alla fine raggiunge le dimensioni 100×70. La scelta è stata davvero difficile tanto che ormai ho deciso che piano piano tutti i Libri da parati diventeranno miei e riempiranno le pareti della mia camera. Quello di cui non potevo fare a meno però, dopo averlo visto, è La principessa che scriveva.

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Questa bellissima storia narrata da Nerina Fiumanò e illustrata da Angelo Ruta inizia con “C’era una volta”. La protagonista è una principessa che viveva in un castello, in un regno tranquillo. La principessa amava scrivere, scriveva sempre e ciò la faceva sentire in pace.

“Perché il suo sentire il mondo
era un albero agitato del vento.”

Un giorno, l’ordine nel suo regno viene sconvolto e la principessa viene resa prigioniera in una piccola cella, con nulla di suo tranne penna e inchiostro. In quella terribile condizione, isolata da tutti e incapace di fare qualcosa, la principessa continuò a scrivere e l’inchiostro è come se scorresse dentro di lei, facendola sentire ancora viva.

“Scriveva con quell’unica penna
scriveva sulla sua veste,
sulla sua camicia,
sui piedi;
sulle mani
su ogni angolo di pelle del suo corpo.
Perché nulla restasse senza parole,
perché tutto rimanesse su di lei.”

Quando il regno fu liberato tutti gioirono alla visione della principessa sana e salva e rimasero colpiti guardando il suo corpo interamente ricoperto da tutto ciò che aveva vissuto. Una volta libera, la principessa decise di immergersi nelle acque di un fiume vicino, lavando via le parole che la ricoprivano, diffondendo nei luoghi vicini un messaggio di speranza.

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Sono rimasta davvero folgorata dai Libri da parati, a partire dalla carta in sé, finendo alle illustrazioni che ricoprono ogni singola facciata, per non parlare della poesia. Una cosa così bella non potevo non farvela conoscere, soprattutto ora che si avvicina il Natale!