Perché le storie ci aiutano a vivere – Michele Cometa

di esthergreewood

«Dunque quando diciamo “letteratura necessaria” intendiamo molte cose: parliamo di necessità biologica, insistiamo sulla funzione che la letteratura ha per la vita, sulla sua indispensabilità nel quadro dell’evoluzione della specie e in particolare nell’evoluzione delle capacità cognitive dell’Homo sapiens e forse anche di tutti gli altri ominidi che lo hanno preceduto.»

“La letteratura necessaria”, sottotitolo di questo saggio, esplica totalmente il suo fine ultimo: dimostrare come la letteratura aiuti l’uomo a vivere. Per avvalorare questa tesi, Michele Cometa parte da lontano, dai primi utensili che l’uomo ha creato come estensione della propria mente. Strumenti utili e necessari alla sopravvivenza e allo svolgimento delle prime attività per il sostentamento, ma con un valore simbolico molto più grande. L’archeologia cognitiva si occupa di ciò, di ricercare il pensiero e il simbolismo che c’è negli oggetti; di comprendere i meccanismi e le architetture della mente. Addentrandosi in questo scenario e citando alcuni grandi dell’archeologia come per esempio Colin Renfrew, questo saggio ci pone di fronte all’esistenza di un linguaggio, ancora prima della nascita del linguaggio stesso. Linguaggio dei gesti, linguaggio degli oggetti. La necessità di ottenerlo e, per noi, di comprenderlo.

«I rituali, la pittura, la scrittura e la narrazione, sarebbero in quest’ottica un magazzino, un’estensione, un “mezzo” che ci permette di trascendere i limiti impostici dalla struttura della nostra mente e dalla nostra storia evolutiva, un modo per evitare quel “carico computazionale” che neppure il cervello esteso dell’Homo sapiens poteva sopportare.»

L’uomo ha naturalmente questa tendenza ad estendere il proprio pensiero, ad alleggerire il carico della mente, a costruire al di fuori di sé. Lo facciamo fin da piccoli nel momento in cui giochiamo e per farlo creiamo delle vicende, costruiamo scenari, immaginiamo persone. Plasmiamo storie che ci riguardano, che ci fanno percepire come esseri attivi, in movimento, e quelle stesse storie hanno bisogno di evolversi, di modificarsi, di trovare una svolta per percepirci sempre in maniera diversa. Per sentire che procediamo, che non siamo esseri statici, che abbiamo imparato dall’esperienza. La narrazione diviene così uno strumento terapeutico.

«L’incertezza, invece, caratterizza l’Homo sapiens come essere storico. L’uomo è l’unico animale che possiede una storia e ne è consapevole, e dunque è costantemente sospeso tra passato e futuro, entrambi forieri di incertezza e instabilità esistenziali. Tutte queste esperienze producono ansia e l’ansia va immediatamente ridimensionata, se non vogliamo che da fenomeno eminentemente adattivo si trasformi in handicap, o divenga addirittura fatale.»

Tra i quattro capitoli di questo saggio (1. Elementi di Biopoetica; 2. Archeologia del Sé; 3. Poetiche della mente; 4. Antropologia dell’ansia), l’ultimo è forse il mio preferito. L’abilità di Michele Cometa è stata quella di partire dal principio ed arrivare ai nostri giorni, dove l’ansia regna sovrana e il cui vocabolo è presente su buona parte dei libri in commercio.
L’uomo moderno si sente distaccato, percepisce problemi relativi al sé che lo immobilizzano, lo estraniano, lo separano dalla logica. Nel tempo, l’Homo sapiens è riuscito a fuggire da questa sua propensione all’incertezza: è la mente stessa dell’uomo a renderlo un essere manchevole. Le arti e la cultura vengono percepiti come degli “strani utensili” che hanno aiutato l’uomo a colmare le sue debolezze nel corso del tempo, implementando però la sua necessità di riempirsi, andando a cercare nuove forme di compensazione, spingendosi fino all’impossibile. In questo scenario, la narrazione ha la capacità di supplire alle inquietudini biologiche dell’uomo.

«La narrazione è, come abbiamo ricordato, lo strumento più efficace di esonero dalla realtà e dal peso soverchiante dell’assoluto.»

L’uomo è forse l’unico animale capace di riconoscere l’infinito, la distesa sconosciuta in grado di divorarlo, sia che ci si riferisca allo spazio, sia che ci si riferisca al tempo, soprattutto al grande ignoto che chiamiamo futuro – aggiungerei: specialmente per i millennials. La letteratura, come dice Boyd, è in grado di “predire ciò che sta per accadere”, di proporci scenari possibili, di illuderci di sapere come affrontarli se dovessero accadere a noi perché li abbiamo già letti, ci siamo già immedesimati grazie al mind reading: uno dei tanti concetti base di questo saggio.

«è infatti la creatività quella che ci permette scorciatoie meno faticose, cioè di illuminare come un lampo territori che la ragione scientifica conquisterebbe a fatica.»

Non posso addentrarmi ulteriormente in questo saggio colmo di concetti, di referenze e con una bibliografia di settanta pagine che già solo menzionandola può farvi comprendere la mole del lavoro.
Inconsapevolmente, è un saggio perfetto per un’archeologa lettrice accanita quale sono. Non vi nascondo che è stato uno dei libri più belli letti questa estate, così come non vi nascondo la necessità di centellinare le pagine: si tratta pur sempre di un libro che presenta diversi livelli di lettura e una certa complessità, ma totalmente affrontabile per un amante del linguaggio, della narrazione, dell’arte in toto.

 

Ringrazio davvero Raffaello Cortina Editore per avermi dato la possibilità di scegliere questo libro dal loro catalogo.
Gioia e dolore perché, sfogliandolo, mi sono accorta della sua vastità e della necessità di altri titoli, visto che parliamo di “letteratura necessaria”.