Il lenzuolo che occulta – Fumo negli occhi di Caitlin Doughty

di esthergreewood

Duecentoquarantadue pagine lette e alla fine non sono riuscita a definire questo libro. Memoire o saggio antropologico? La linea di demarcazione è debolissima ed è ciò che lo rende così attraente.
Caitlin Doughty ha deciso di raccontare la sua esperienza personale con la morte, in particolare quella svolta in un’impresa di pompe funebri. All’inizio del volume viene specificato che tutto quello che leggeremo è realmente accaduto e non si può che rimanere perplessi leggendo le pagine successive in cui vengono descritti con minuzia i cadaveri che Caitlin ha rasato, truccato, cremato. È qualcosa che collide con la nostra idea di morte, quella che ci è sempre stata data e che continua a prevalere. Quella che vede costretta a truccare i defunti, a imbalsamarli, a fargli la piega: le agenzie di pompe funebri ci convincono dell’essenzialità di questi gesti.
Sappiamo benissimo cosa accade al corpo umano dopo la morte, conosciamo i vermi che mangeranno la nostra carne una volta nella tomba, eppure ignoriamo tutto questo ed è ciò che alimenta ancora di più la paura.

“…noi viviamo già in questo tipo di cultura. Una cultura di negazione della morte.”

La morte che ci viene presentata in tv o sui giornali non è quella reale. Ci viene posto al di sopra un velo perché la società occidentale non è capace di guardarla in faccia.
Lasciamo sempre che sia qualcun altro a occuparsi dei nostri defunti, a pulirli, a vestirli, e infine li releghiamo sotto terra per non guardarli. Per sigillarli il più lontano possibile da noi per paura che tornino a tormentarci. Ma la realtà dei fatti non può essere raccontata e fin da piccoli veniamo riempiti di favole: i bambini che provengono dalle cicogne, i defunti che vanno in cielo, “in un posto migliore”. Ci raccontiamo una storia che ci fa sentire meglio per l’incapacità di accettare la realtà, o semplicemente guardarla.

Ogni capitolo è il racconto di una vita che Caitlin si ritrova a guardare in quegli occhi che non sanno rimanere chiusi, in quella mandibola che non riesce a stare dritta, in quella pelle dal colore fosforescente indefinibile. Un intreccio di racconti tra le vite delle vittime, le esperienze personali dell’autrice e frammenti di studi antropologici e filosofici su ciò che ha sempre accomunato tutti, nel tempo e nello spazio. Riflessioni su quanto la nostra cultura occidentale sia profondamente diversa in questo e quanto possiamo imparare da chi la morte, da secoli, è in grado di guardala in faccia.
Ogni caso fa riferimento a un topic, tra cui per esempio la visione del suicidio come unica libertà dell’uomo, la percezione della vita dei senzatetto, la pena degli anziani incapaci ormai di esprimere le proprie volontà. Questo forse è quello che mi ha colpito di più; rappresenta appieno le contraddizioni e l’ipocrisia della società moderna:

“Non abbiamo le risorse (né le avremo un domani) per prenderci cura in maniera adeguata degli anziani, sempre più numerosi; eppure continuiamo imperterriti a ricorrere all’intervento medico per tenerli in vita. Perché lasciarli morire sarebbe un segno evidente del fallimento dell’attuale sistema sanitario, che in teoria dovrebbe essere infallibile.”

Siamo ormai abituati a nascondere e modificare. Cerchiamo di ingannare la morte ogni giorno con i nostri cosmetici e con quelle creme che ci aiutano a nascondere i segni del tempo che ci scivola dalle mani. Ma è proprio la mancanza di tempo a rendere la vita così preziosa.

“La morte sembra distruggere il senso delle nostre vite, invece è, a dire il vero, la fonte primaria della nostra creatività. La morte è il motore che continua a farci andare avanti, dandoci la motivazione per realizzarci, per imparare, per amare e per creare. […] Tutte le grandi conquiste dell’umanità derivavano dai limiti di tempo imposti dalla morte.”

Qui mi son venuti in mente tutti quei saggi che ho letto ultimamente e che mi piacciono tanto. Quelli in cui si parla di tecnologia e immortalità, o meglio, aspirazione all’immortalità. Un concetto che mi terrorizza e che per quanto mi riguarda, non dovremmo nemmeno contemplare.

L’esperienza di Caitlin Doughty è stata guidata da una vocazione e la scelta di scrivere questo libro è stata influenzata dalla volontà di lasciarci ciò che ha imparato: la capacità di comprendere la morte, di accettarla e di vederla come motore che muove le cose e non come un punto di arresto fatto solo di disperazione.

Definire memoire questo libro è riduttivo. “Fumo negli occhi” è un’esperienza universale che consiglio a chiunque.