Quanto di noi lasciamo fuori dallo schermo? – La società della perfomance, Maura Gancitano e Andrea Colamedici

di esthergreewood

Gli interrogativi esistenziali, negli ultimi tempi, si sono consumati all’interno della mia mente e forse questo sarà più un articolo personale che un consiglio di lettura. O forse entrambi, visto che i miei pensieri vanno di pari passo.

Questi quesiti hanno scaturito in me una voglia di letture di un certo tipo: saggi sull’umanità, sulla società e su come viene percepita oggi l’interiorità. Questo ha fatto sì che, per il BBB del mese di Giugno, scegliessi La società della performance tra il catalogo di Edizioni Tlon.

Questo piccolo volume illuminante è in realtà parte di un progetto più ampio degli editori, preceduto da Tu non sei Dio e Lezioni di Meraviglia. Mettiamoli insieme alla cicciona bibliografia alla fine del libro e avremo letture per i prossimi anni.
La società della performance si pone come conclusione di questo disegno e propone un percorso per uscire dagli schemi di questa società e aiutare chi ci circonda a fare altrettanto. Non starò qui a parlarvi di come riuscirvi perché, ovviamente, dovrete leggere il libro per scoprirlo. La mia intenzione è quella di mettere in tavola alcune riflessioni con il semplice scopo di suscitare la vostra curiosità. La prima è: quanto di noi lasciamo fuori dallo schermo?

“Viene comunicato ciò che è positivo, ciò che può accrescere la propria immagine, aumentare il ranking. Per questo ciò che è negativo viene eliminato e nascosto e la realtà va aggiustata per entrare meglio in uno scatto, filtrata perché rimanga soltanto ciò che è performativo.
[…] Ciò che non appare è dunque frutto di una autocensura: agli occhi degli altri non esiste, ma per chi si è autocensurato rappresenta una parte di sé rimossa, non accettata e dunque non compresa.”

Siamo i protagonisti di questi eventi e ci lasciamo trascinare da ciò che vediamo perché non farne parte sarebbe un reato. Sarebbe come non esistere.
Evitiamo di condividere pensieri fuori dalla massa, citazioni, cose che non verrebbero comprese, o peggio, mal interpretate. Perché nella società della performance non puoi permetterti di sbagliare: la gogna mediatica è immediata e potresti essere ricordato per quell’unica parola sbagliata che non hai misurato abbastanza sulla bilancia della discriminazione. Allo stesso tempo hai bisogno di parlare, di far sì che l’icona della tua immagine del profilo sia sempre presente, altrimenti l’engagement si abbassa e per farlo risalire ci vogliono sforzi disumani (infatti esistono i bot). Questa continua esigenza di esprimere i propri pensieri ha fatto sì che nella società della performance non ci sia distinzione tra chi ha le competenze per esporre e chi invece ha solo letto un articolo online o, come quasi sempre accade, solo il titolo. Siamo richiamati costantemente a mostrarci e più spuntiamo sullo schermo, più sentiamo il bisogno di quei brevi momenti di celebrità che, ormai, sono diventati una droga. Tutti hanno un seguito. 

“I nostri comportamenti privati, la nostra sessualità, le scelte alimentari, qualunque aspetto della nostra vita potrebbe causarci la morte sociale. Basterebbe poco. Sentendoci costantemente sorvegliati, abbiamo sempre più paura di essere noi stessi, cioè persone complesse e mutevoli, in grado di sbagliare e di cambiare idea. In altre parole: imprevedibili.”

Il conformismo è un effetto collaterale inevitabile, al primo posto tra la lista del bugiardino dei social network. L’imprescindibile conseguenza del conformismo è la paura di non essere conformati. Abbiamo imparato a slegarci dalle catene della non accettazione per determinate categorie: vedi l’omosessualità, o il body shaming, ma non lo abbiamo ancora imparato per le singolarità. Quindi, ingarbugliandoci il cervello, anche lo slegarci dalle catene della non accettazione è ormai diventato conformazione? Credo proprio di sì.

Il bello di seguire queste linee di pensiero è che si finisce per svolgere della analisi filosofiche senza rendercene conto. Non a caso i due autori del libro citano Platone e il mito della caverna, e non credo di dovervi spiegare il perché. La filosofia antica è alla base del nostro comportamento. Chissà se, davvero, avevano previsto tutto o l’uomo, incapace di cambiare, continua a ricadere negli stessi schemi anche dopo più di duemila anni di esperienza.

“E, a forza di guardare dentro lo schermo, lo schermo finisce per guardare dentro di te.”

La società attuale ha perso religione, o forse l’ha enfatizzata troppo. Indipendentemente dalle divinità che tendiamo ad adorare, siamo tutti fedeli adepti del Dataismo: il culto del dato. Produciamo dati in continuazione, inconsapevolmente, anche solo cliccando sul pollice blu di Facebook. Da lì riparte tutto: un massa enorme di dati per rielaborare le nostre preferenze, migliorare la conoscenza di noi, pronta a proporci un annuncio pubblicitario di qualcosa che, forse, non sapevamo neanche di volere ma che, wow! Come posso farne a meno ora che so della sua esistenza? Ma soprattutto: che posso ottenere così facilmente?

Viviamo incoscienti solo nel presente, con la continua tendenza a dover dimostrare di esistere. Se non posti qualcosa non stai facendo niente della tua vita. Sei in viaggio, potresti goderti il panorama e l’eventuale compagnia, ma c’è quel desiderio impellente di estrarre il cellulare dalla tasca e di dover dimostrare a tutto il mondo di star facendo davvero quell’esperienza. Se loro non lo sanno è come se non l’avessi fatto davvero. Le nostre esperienze assumono valore e realtà solo se clicchiamo su Pubblica. Ma poi: è davvero quella la realtà o qualcosa che abbiamo rivestito come tale? Forse, qualcosa che abbiamo scambiato. Sbagliamo ad attribuire importanze. 
E per quanto tu abbia una tua personalità, per quanto tu abbia dei principi ben saldi, sei costretto a reinventarti ogni giorno. E a furia di reinventarti, a furia di volerti vedere sullo schermo, ti ritrovi a produrre contenuti privi di valore, a creare una comunicazione vuota.

Siamo al centro di tutto questo, e vogliamo esserlo, perché alla base c’è un profondo egoismo che scinde dalla comunità e che allo stesso tempo ci chiama a farne parte. La soluzione ci sarebbe, non a caso La società della performance è diviso in dieci capitoli e ci pone di fronte un percorso di conoscenza di sé e di meccanismi di cui talvolta non ci rendiamo neanche conto di far parte. In maniera chiara e stimolante, i due autori Gancitano e Colamedici, ci inseriscono in un complesso di pensieri che vanno da Platone a Black Mirror, citando i più recenti lavori di Baricco (The Game) e Harari (su cui trovate anche un mio articolo accurato di qualche mese fa). La società della performance è il libro giusto al momento giusto, e non parlo solo di me. Per dimostrarvelo, vi lascio con un quesito:

“Quanto spazio c’è nella nostra vita quotidiana per l’intimità, il silenzio, la contemplazione?”

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