Quarto anno al Salone del Libro di Torino.

di esthergreewood

Le tradizioni vanno rispettate e da quando io e Carla abbiamo iniziato, non abbiamo più smesso. La trentaduesima edizione di questo Salone vedeva come tema principale Il gioco del mondo: un modo per dire che “la cultura salta i confini” e per omaggiare uno dei romanzi di Cortàzar. Non a caso, la lingua ospite di questa edizione è stata lo spagnolo.

Di questo Salone se ne è parlato tantissimo, non sto nemmeno qui a spiegarvi il perché: ho scelto di non dare visibilità e di non menzionare fazioni o personaggi “politici” che, tramite le loro idiozie, ricercano solo pubblicità e popolarità. Non sarò io a dare loro questa soddisfazione.
Quest’anno si sono sfiorati i 150000 visitatori anche se, stranamente, l’affluenza della domenica mi è sembrata davvero davvero scarsa. Ma passiamo alle cose più importanti.

L’ospite di quest’anno era la regione Marche. Questo ha comportato la presenza di tanti incontri su Giacomo Leopardi all’interno del programma. Purtroppo, non sono riuscita a parteciparvi nonostante lui sia uno dei miei amori letterari, forse il primo.
Ogni anno, sempre più, partecipo a sempre meno incontri: scelgo di passeggiare e di chiacchierare con gli editori, di farmi illuminare e plasmare in questo piccolo mondo che mi sorprende costantemente – in senso positivo e negativo. A proposito di negativo, metterei subito in tavola ciò che non mi è piaciuto di questa edizione, per dolcificarvi alla fine con le mie parole smielate su ciò che, come sempre, mi fa essere lì ogni anno.

  1. Il padiglione Oval: quest’anno si è scelto di chiudere il piccolo padiglione che ospitava l’area Bookstock per aprire un nuovo padiglione: l’Oval. Innanzitutto c’è da dire che l’area Bookstock era uno spazio dedicato ai più piccoli, con laboratori e diversi intrattenimenti. Quest’anno, l’area Bookstock è stata inglobata nel secondo padiglione; questo ha fatto sì che i bambini fossero liberi di scorrazzare in un’area non delimitata, disturbando la quiete circostante degli adulti.
    Si è scelto quindi di aprire questo nuovo padiglione più grande, grande quanto gli altri, per ospitare tutti i grandi editori (es. Feltrinelli, Mondadori, Sellerio) insieme ad altri più piccoli. Cosa ha comportato ciò? Ve lo dico io: 10 minuti di cammino. Forse, gli organizzatori, non hanno calcolato il fatto che la gente cammina già tantissimo in queste occasioni, se poi deve farsi anche dieci minuti di strada fuori dalla struttura per entrare in un’altra, naturalmente, si infastidisce. Io, abituata a camminare tantissimo, organizzavo una visita al padiglione Oval solo una volta al giorno, di più era impensabile. Sono favorevole all’apertura di nuovi spazi ma prima, per favore, calcolate le distanze e la stanchezza dei visitatori.
  2. Il progetto “Il prossimo passo”. Attenti che questo fa davvero ridere. Questo progetto riguarda la sostenibilità e prevede delle aree di raccolta differenziata all’interno dei padiglioni, ma non credo che il Salone del libro di Torino possa permettersi di parlarmi di sostenibilità ambientale quando, al servizio di sicurezza all’ingresso, ti fanno lasciare anche le mutande. Per carità, sono consapevole delle esigenze di sicurezza, visti poi gli ospiti di questa edizione (vedi Saviano) ma far lasciare delle piccole borracce di plastica da neanche mezzo litro mi sembra esagerato. Basterebbe verificare il contenuto, no? La cosa bella è che ti dicono che puoi ritirarle all’uscita. Ma chi si riprenderebbe una borraccia lasciata per terra, incustodita per tutta la giornata? Io onestamente no. Per non parlare di deodoranti roll-on e spray, profumi, prodotti cosmetici. Come può, il Salone del libro, parlarmi di sostenibilità ambientale se mi costringe a comprare tre bottigliette di plastica per sopravvivere una giornata all’interno del Lingotto? Cercavo una risposta ma più e più volte sono stata bellamente ignorata (vista la questione scottante) da chi si occupa del profilo Twitter del Salone.
    Chi mi segue su Instagram sa che questa questione mi sta molto a cuore, tanto da bere l’acqua del rubinetto del Lingotto piuttosto che comprare le bottiglie di plastica. Mi sento molto FU** THE SYSTEM.

Ma basta, giungiamo alle cose positive. Ho partecipato a quattro incontri durante la giornata di domenica; gli altri due giorni ho consumato i miei piedi che ora mi chiedono pietà. Il primo incontro è stato domenica mattina, organizzato dal Museo Egizio di Torino: era la presentazione della nuova mostra Archeologia invisibile, visitabile fino al 20 Gennaio 2020. Non avete scuse, dovete assolutamente andarci. Lo so che parlo da archeologa, ancora di più da egittologa, ma è qualcosa di davvero innovativo, qualcosa che non vi aspettereste mai dall’archeologia. L’obiettivo è mostrare come l’archeologia non sia una disciplina ferma, rimasta ai metodi della fine dell’800, ma in continuo movimento, in grado di collaborare con la scienza e con i metodi di indagine moderni per preservare il nostro patrimonio culturale.
Il secondo incontro è stato quello dedicato ad Alberto Moravia. Abbiamo ricordato la sua figura e la sua particolare personalità tramite degli aneddoti che solo sua moglie e uno dei suoi amici potevano raccontarci. Inutile dire che è stato davvero emozionante, anche per me che non ho mai letto niente di suo.
Nel pomeriggio ho partecipato ad un incontro su L’amica geniale con il regista della nuova e incredibile serie tv, l’editore e/o e Alba Rohrwacher che ci ha letto le lettere che Elena Ferrante e il regista si sono scambiati prima dell’uscita. Questo alone di oscurità intorno alla figura della scrittrice certamente rende il tutto ancora più interessante; la sua figura emerge però dalle sue lettere ed io sono sempre più convinta che sia una donna, esattamente come la Lenù ormai matura che ci racconta la sua storia.
Le parole dell’ultimo incontro riecheggiano ancora nel mio cuore – quanto sono smielata. Uno di quegli incontri che vorresti durassero ore, le cui parole non ti stancano mai: l’incontro con Michele Mari e Walter Siti. Di Siti non ho mai letto nulla ma chi mi conosce sa l’amore che provo per Michele Mari, per le sue poesie e per la sua prosa chimerica. È stato un incontro illuminante sul senso della letteratura, sui suoi obiettivi, sulla sua appartenenza al mondo e sul suo essere essa stessa il mondo. Seduta per terra come una bimba in adorazione, avevo gli occhi lucidi. Non saprei nemmeno spiegare cosa mi lasciano questi incontri a chi non c’è mai stato: è qualcosa di chiarificante, diverse epifanie messe insieme. Non credo che vorrei neanche spiegarlo. Ripongo il tutto nel mio cassettino delle esperienze, come se fosse il mio patrimonio.

Speravo di essere breve e invece non ce l’ho fatta. In ogni caso, nonostante alcuni aspetti negativi, ci sarà pur un motivo per cui dilapido tutti i miei risparmi, ogni anno, per questa fiera no? E sono facilmente intuibili.
Per i lettori e i non lettori che non ci sono mai stati: siateci.