Meglio sole che nuvole – Jane Alison

di esthergreewood

“Volevi essere marmo, ardesia, vetro, cromo: qualsiasi cosa ma non carne.”

J. ha deciso di cambiare aria, di tornare a Miami. Di allontanarsi dagli scenari del suo matrimonio appena terminato.
Si prende cura del suo gatto, ormai anziano, bisognoso di cure; e nei pressi di un laghetto, in questa sfavillante Miami, trova un’anatra a cui manca un’ala, e che decide di aiutare a tutti i costi.
Vive in un residence popolato da persone anziane: qualche pettegolezzo, particolari stranezze. La sua costante è Ovidio: deve tradurre ventiquattro racconti in versi, in centouno giorni. La sua però non è solo una traduzione, è un adattamento, è una riscoperta di sé attraverso le figure femminili che Ovidio presenta. Ci sono continui riferimenti interessanti alla mitologia, alle connessioni tra l’aria rarefatta delle leggende e la realtà quotidiana. È confortante, e curioso, vedere come nascono le cose, come non siano poi cambiate così tanto.

“Fammi d’osso, dicevano quegli occhi. Fammi di una materia così dura che nessuno possa penetrarla.” 

Da quello che si comprende, mentre passeggiamo nella sua mente, è che la nostra protagonista probabilmente soffre di disturbi ossessivo-compulsivi. Tende a contare tutto ciò che la circonda; sommato questo alla sua auto ironia, il risultato sono pagine davvero esilaranti.
Non è certo un libro per chi cerca una trama avvincente; è più un percorso: con Ovidio, con il suo gatto, con sua madre ormai ottantenne, passando in rassegna una serie di persone inadatte, una collezione di uomini banali e incapaci che la fanno riflettere sui suoi bisogni.
Siamo davvero incompleti, a metà? Perché una delle costanti dell’amore è il bisogno?

Il tema principale, che guida i suoi passi, è la frammentarietà insita nella donna. Ci rompiamo, da sempre. È nella nostra natura, veniamo rotte quando decidiamo di perdere la verginità, e non possiamo più essere riparate. Ci rompiamo nel momento in cui i nostri bisogni non sono più colmati, ma sembra che gli uomini non siano soggetti a questo problema.

“Bé, sì, è vero: sei partita sapendo di cosa eri fatta e sapendo che volevi continuare a essere così – di pietra – poi però un giorno di punto in bianco è arrivato qualcuno che ti ha squarciata, e lì dove prima eri compatta adesso c’è un vuoto.” 

J. si convince che ciò che ha le basta, e forse è davvero così. Che male c’è a bere da soli? A prendersi cura del proprio gatto, ad amare qualcuno che non è un compagno? Cosa c’è di male nell’autoerotismo, nel trovare appagante la traduzione di un autore antico? Cosa c’è di male in una donna che è “capace di scovare dentro di sé le risorse necessarie per resistere anche nei momenti più neri”?
Probabilmente niente ci completa, non sempre. Anche quando hai qualcuno accanto, non è detto che tu sia completo. O forse è come dice N.: “Congedarsi dall’amore, è come congedarsi dalla vita.”
Il diario di J. oscilla tra questi due concetti contrapposti.

L’autrice, ad un certo punto del libro, ci fa perdere tra le sue cause, tra il suo volersi integrare e aggrappare; quasi perdiamo la rotta. Ma l’aspetto interessante è proprio questo: non sappiamo dove arriveremo scivolando tra i suoi pensieri.

Il mese di Agosto dell’IndieBBBCaffé img_0282-1
è dedicato a NN editore,
che ringrazio davvero tanto per questo libro.