Non sono morta, giuro!

di esthergreewood

Ho abbandonato un po’ il blog, lo ammetto. Non è stato un periodo semplice, in realtà possiamo dire che il 2016 in generale non ci ha portato molta fortuna, anzi, sembra che sopra di me aleggi la nuvola di Fantozzi. Dopo aver salutato questa triennale e aver finito la tesi-che devo ancore discutere, non vogliono farmi laureare-posso tornare finalmente qui, ma soprattutto, posso tornare a leggere tutto il giorno! Vorrei parlarvi oggi di un libro che ho bramato per tantissimo tempo e che ci tengo a consigliarvi: Il cinghiale che uccise Liberty Valance  di Giordano Meacci.

Riuscire a definire l’argomento al centro di questo libro è davvero difficile: la prosa non è assolutamente semplice, vi è una sperimentata molteplicità di personaggi, tante situazioni, salti in avanti e indietro nel tempo che non ci rendono la lettura scorrevole; ma questo non è un difetto. Corsignano è una città inventata, fluida nella sua natura, quasi effimera, come se un battito di mani potesse farla sparire. I personaggi sono così tanti che non riuscirei a parlarvene qui, ma è evidente la ragione che li spinge, che li fa muovere: la solitudine. Si potrebbero comparare le due società, quella degli uomini e quella dei cinghiali. Per quanto diversi, lontani, l’amore, la solitudine, la gelosia, sono sentimenti condivisi; e cosa ci unisce se non la capacità di percepire un’emozione, di provarla?


La solitudine si materializza all’interno di un “personaggio” fondamentale, un’intellettuale, capace di pensare e agire come tale, incapace di parlare agli uomini, e così vicino alla mente degli uomini da essere lontano anni luce dai suoi simili. Apperbohr, il cinghiale, rimane al centro della vicenda e resta incompreso; la parola è l’unica sua arma eppure anche quella, una volta utilizzata, svanirà. Anche la parola è incapace di esprimere l’immensità di un sentimento, e in un mondo di linguaggi diversi, riuscire a comprendersi è difficile, anche tra simili.

“…perchè ora le parole sono prive di significato, sono distruttive, invadenti, sono il male che interviene a spiegare quello che è già tutto lì, e gli fa perdere consistenza, e lo intristisce di fatica, quando è già tutto lì”

L’uomo, così come Apperbohr, combatte contro la consapevolezza che ciò che dice e il modo in cui lo dice, svanirà. Le sue azioni non verranno ricordate, così come la sua volontà di cambiare il meccanismo scorretto che regola le cose.

Ho ascoltato Meacci diverse volte; avrò seguito tre presentazioni di questo libro, ancor prima di leggerlo. L’obiettivo dell’autore era quello di dare uno schiaffo alla deperibilità: le parole invadenti, inconsistenti, effimere, vengono prese in mano dallo scrittore, l’unico in grado di combattere la memoria fugace, l’unico capace di creare qualcosa di indelebile. Posso dire che l’obiettivo è stato raggiunto.

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