Raymond Carver.

di esthergreewood

“Mi piace il salto rapido di un buon racconto, l’emozione che spesso comincia già nella prima frase, il senso di bellezza e mistero che si riscontra nei migliori esemplari; e il fatto – di un’importanza cruciale per me all’inizio della mia carriera, ma una caratteristica essenziale anche ora – che un racconto può essere scritto e letto in una sola seduta (proprio come una poesia!). All’inizio – e forse ancora adesso – i migliori scrittori di racconti per me erano Isaac Babel’, Anton Čechov, Frank O’Connor e V.S. Pritchett. Non ricordo più chi è che mi ha passato una copia di Tutti i racconti di Babel’, ma ricordo benissimo il momento in cui mi sono imbattuto in una riga di uno dei suoi migliori racconti. Me la copiai su un taccuino che a quei tempi portavo sempre con me. Il narratore, parlando di Maupassant e dell’arte del narrare, dice: «Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto». Appena l’ho letta la prima volta, questa frase mi ha colpito con tutta la forza di una rivelazione. Era proprio quello che volevo fare con i miei racconti: mettere in fila le parole giuste, le immagini precise, ma anche la punteggiatura più efficace e corretta, in modo che il lettore venisse trascinato dentro e coinvolto nella storia, e non potesse distogliere lo sguardo dal testo a meno che non gli andasse a fuoco la casa.”

Io non so davvero da dove iniziare, quali parole usare e in che modo esprimermi. Ho iniziato con “Il mestiere di scrivere” per cercare di immergermi pian piano e per comprendere lo stile e la bellezza dei suoi racconti. Non sono mai stata un’amante del genere, son sempre rimasta lontana dalle raccolte, ho sempre preferito i romanzi, luoghi in cui potermi immergere completamente senza doverne uscire dopo qualche pagina. Ma Carver andava letto. Ho preso Cattedrale. Le prime pagine sono “diverse”, è così che le definirei. Diverse da tutto ciò che abbiamo sempre letto. Siamo abituati, anche se non sempre, ad avere una panoramica dei personaggi, della storia, solitamente abbiamo un’introduzione che ci permette di entrare pian piano nelle vite narrate e di essere spettatori silenziosi, sullo stesso pavimento dei protagonisti. Questa volta no, con Carver siamo in bilico su una fune. Osserviamo (quello che in realtà è già successo) con i piedi su di un sottilissimo filo. Mentre i racconti proseguono e nella tua testa pensi “Ma dove vuole arrivare? Qual è il senso di tutto questo? Avrà un significato alla fine?” ti accorgi che Carver, senza farsi notare, ti ha fatto indossare delle scarpe, quelle adatte a camminare sulla fune. E questo “essere in bilico” è una delle cose più belle che potessero succederti.

Nel momento in cui ho terminato Cattedrale (che prende il titolo dall’ultimo racconto) mi sono sentita mancare le ginocchia. Mi sono sentita senza sostegno, vulnerabile, colpita dalla vita rappresentata in modo così chiaro e semplice e allo stesso tempo sublime.

Esther Greenwood

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