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"I libri anticipano l'eternità"

Exit west – Mohsin Hamid

Ho iniziato questo libro con la consapevolezza che mi avrebbe colpita, ma non credevo mi avrebbe resa così infelice. Si tratta di una infelicità temporanea e inquieta, dovuta alla rara immedesimazione con i protagonisti di questa storia.

In un paese del medio oriente a noi sconosciuto, in un futuro non troppo lontano, due sguardi si incrociano. Saeed è un po’ impacciato, timido, Nadia indossa costantemente la tunica per scelta, per mantenere la sua indipendenza, e guida una moto sportiva. Il clima che si respira nella loro città è tossico: a cavallo di una guerra civile pronta a scoppiare. Vivere nel proprio paese smosso dalle sparatorie è difficile, ancora più difficile è fuggire. Ancora più difficile è accettare che il tuo paese ti sta rifiutando, sta cambiando, e che il luogo che hai sempre identificato come casa, è il luogo in cui sei in pericolo. Un luogo senza futuro.

Nadia e Saeed si incontrato in un’aula scolastica e cautamente iniziano a vedersi di nascosto perché uomini e donne non sposati non possono farsi vedere insieme. Si avvicinano tramite la lettura, la marjiuana, la musica, e dopo poco tempo si scoprono innamorati. Il loro amore ci viene dipinto come un amore giovane, timoroso ed esitante, represso dalla società e dalla religione di Saeed.

La guerra incalza e giornalmente ci sono tragiche notizie. Non c’è più la corrente, i cellulari smettono di funzionare e il mondo sembra fermarsi. Tutto diventa opaco, immobile. Non c’è modo di fuggire fino a quando, silenziosamente, si sparge la voce di alcune porte nascoste e controllate, capaci di portarti altrove. Difficile da credere e difficile da affrontare, dovendo pagare per fuggire e con il rischio di finire uccisi nell’intento.
Nadia lascia la sua casa, il suo giradischi, la sua indipendenza tanto guadagnata; Saeed lascia la sua famiglia.

…ma così vanno le cose, perché quando emigriamo assassiniamo coloro che ci lasciamo alle spalle.

Insieme a Nadia e Saeed, Hamid ritrae altri esseri umani sparsi per il mondo: immigrati, nativi, stranieri nella propria terra, facendoci capire quanto sia labile il confine o del tutto inesistente.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

Ciò che fa Hamid è colpirti silenziosamente: il narratore esterno non rende questa storia sottotono, non cerca di renderla triste in qualche modo, non ce n’è bisogno. Si tiene distante, semplicemente raccontando, e alla fine di ogni capitolo ti lancia un dardo, una riflessione capace di farti rimanere con il libro chiuso per un po’ di tempo a pensare. A immaginare come affronteresti tutto questo se al posto di Nadia e Saeed ci fossi tu.
Ho riscontrato nella scrittura di Hamid la grande capacità di farti immedesimare, tanto da rendere i miei giorni un po’ più infelici, influenzati da questa storia fin troppo vera e vicina a noi.

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Atlante leggendario delle strade d’Islanda

In un luogo scarsamente popolato da esseri umani per il suo clima non proprio confortevole, troviamo un’infinità di creature magiche, a partire da reverendi con doti portentose finendo a elfi, spettri, trollesse e mostri marini. L’Atlante leggendario ci permette di avventurarci nei luoghi fantastici dell’Islanda, luoghi sconosciuti e poco accoglienti, seguendo la statale n°1 che percorre l’intera isola.

I racconti sono molto brevi (massimo quattro pagine) ed è possibile trovare qualche volta anche un’illustrazione che alimenta la nostra fantasia. Alla fine del libro si rivela una cartina apribile che ci mostra come queste sessanta leggende ricoprano tutto il territorio, tanto è vero che il volume è diviso in sei capitoli: Islanda Occidentale, Fiordi Occidentali, Islanda Settentrionale, Islanda Orientale, Islanda Meridionale e Islanda Centrale. Personalmente ho amato molto i racconti dell’Islanda orientale, popolati soprattutto da elfi e con protagonisti luoghi completamente disabitati.


Questo magico atlante è a cura di Jón R. Hjálmarsson, esperto in storia e cultura islandese, ed è tradotto da Silvia Cosimini. Se come me siete innamorati dell’Islanda quello che farete è un viaggio interiore con questi luoghi meravigliosi nella vostra mente. Sono storie talvolta macabre e “strane” ai nostri occhi, ma che fanno parte della cultura Islandese e sono particolarmente legate ai luoghi in cui si suppone siano avvenute.

Ho amato davvero tanto questa raccolta così come sto amando ogni singolo libro edito da Iperborea ma in questo caso ho notato una piccola mancanza: nonostante ci sia un’introduzione iniziale e un’introduzione per ogni leggenda, ci sarebbe bisogno di una guida per noi che leggiamo con occhi diversi, noi che non abbiamo occhi islandesi.
Ci sono creature che ricorrono molto spesso, di buon auspicio e non, e sarebbe stato bello comprendere come vengono viste queste creature nel loro immaginario (quello degli islandesi). Ecco, credo ci sarebbe voluta una piccola guida alle creature. Al di là di questo lo ritengo un libro perfetto.

Qualche colonna sonora migliore dei Sigur Ros per questo atlante? Mettetevi al buio sotto le coperte con le cuffie nelle orecchie e guardate la copertina del libro che sembra fatta a mano. Guardatela con attenzione e vi ritroverete lì al freddo, su una costa che sta per essere sepolta dal mare o nei pressi di un lago ghiacciato, e guardatevi sempre dietro, potrebbe esserci un elfo nascosto, una trollessa pronta a farvi un dispetto o uno spirito di qualcuno che non ha ancora trovato pace e che urla nella notte. 

Il porto proibito – Teresa Radice, Stefano Turconi

Nonostante nulla possa restituirci
lo splendore del prato, la gloria del fiore,
noi non piangeremo, piuttosto troveremo
forza in ciò che è rimasto indietro.

Pagine bianche caratterizzate da ombre, come il passato di Abel, come la sua memoria. Il porto proibito è un’opera a matita non inchiostrata divisa in quattro atti; la poesia è il filo conduttore, incastonata all’inizio di ogni atto, radicata nello spirito dei personaggi.

Tra lampi di luce e contorni sfocati emerge dal mare un naufrago, spoglio di qualsiasi informazione su di sé tranne il nome: Abel. Un superstite inspiegabilmente importante, candido come un libro senza parole.

Tra onde impetuose e navi reali ci troviamo nel 1807. Abel viene rinvenuto sulle coste del Siam da William Roberts, primo ufficiale della Explorer, nave in missione momentaneamente senza capitano. Il capitano Stevenson ha l’onore macchiato: ha ucciso le guardie, tradito la patria e rubato il bottino dell’ultima vittoria, fuggendo chissà dove.

Roberts prende a cuore le sorti di questo ragazzo che inspiegabilmente sa assolvere abilmente i compiti destinati a un uomo di equipaggio. Una volta tornato a Playmouth, non avendo un luogo dove andare, Roberts sistema Abel all’interno dell’Albatros Inn, la locanda gestita dalle figlie del capitano Stevenson, piene di dolore per la scomparsa del padre e incredule per le dicerie sul suo conto. Un uomo buono, generoso e privo di pregiudizi. La sua apparente fuga è un mistero.
Abel si sente grato; inizia a farsi volere bene, a diventare uno di famiglia svolgendo piccoli lavori per non essere di peso alle ragazze, scoprendo pian piano tasselli sul suo passato tramite lampi di reminiscenze. Tra i compiti da svolgere c’è quello di fare la spesa e portarla al Pillar to post, luogo di perdizione a Playmouth. La tenutaria di questo luogo è Rebecca: capelli rossi, lentiggini e un destino inciso negli occhi. Abel e Rebecca iniziano a tessere un legame tramite la lettura: Wordsworth, Coleridge, Blake. Il potere della poesia di scavare negli animi. La capacità di riconoscersi pur non essendosi mai visti. 

La storia d’amore che spacca il cuore però non è quella tra Abel e Rebecca (no, loro condividono un altro tipo di rapporto) ma tra Rebecca e Nathan Macleod, capitano della Last Chance. Macleod è una di quelle persone figlie di due luoghi: il mare e la terra. Ha bisogno di entrambe. Rebecca è nelle poesie e come loro non può essere spiegata fino alla fine, perderebbe di significato. Innamorati fin dalla prima volta ma liberi come il mare. Un legame indissolubile, oltre il tempo e le assenze.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, 
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore. 

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Il porto proibito è un luogo surreale: scompare e riappare nella nebbia. Un miraggio che si manifesta solo a pochi eletti, solo ad Abel e Rebecca. Rebecca diventa madre e maestra tramite le poesie che la consolano e che la rendono a tratti inesplicabile. Abel comprende la fugacità della vita e impara a conoscere la preziosità di ogni istante prima di perderlo. Capisce di avere un compito e di essere destinato a portarlo a termine, pur perdendo qualsiasi cosa.

In questa storia ogni personaggio ha una meta inconscia dentro di sé che alla fine riesce a raggiungere. Ogni matassa si sbroglia diventando nitida e lineare ma piena di cose vissute.

L’uso singolare della matita e l’abilità nell’utilizzarla rendono le tavole dinamiche e intense, piene di particolari. Stefano Turconi e Teresa Radice ci hanno messo tutto il cuore e l’impegno possibile in quest’opera, strutturata e sviluppata in maniera magistrale.  Vorrei solo dire: grazie. Ho voltato l’ultima pagina e ho riaperto la prima per rileggerlo da capo, con le lacrime agli occhi, assaporando ogni tavola e ogni meravigliosa parola. Il porto proibito è poesia grafica. È pura poesia.

 

Il mio cuore è squarciato, come la quarta di copertina aveva promesso. Sarà la mia somiglianza con Rebecca, sarà Macleod e il suo sentirsi sempre a metà. Porterò Il porto proibito sempre con me.
C’è bisogno di tempo per ammirare le tavole, per comprendere appieno le parole scelte una per una e posate nel punto giusto. Centellinate le pagine e prendetevi tutto il tempo del mondo per questa graphic novel. Alla fine troverete anche una lista di brani che hanno accompagnato i due autori nella stesura e che vi terranno compagnia. Questa graphic novel è edita da Bao al prezzo di 27 euro. Fino al 24 Settembre troverete il 25% di sconto su tutto il loro catalogo. Non fatevi sfuggire questa ballata marinaresca. Io aspetterò con impazienza Novembre per il prossimo lavoro firmato Radice-Turconi.

 

Liebster Award 2017

Arranco sulla tastiera. Ho difficoltà ad accettare la fine dell’estate, unico periodo per me senza programmi. Tornare a scrivere sul blog significa tornare alla realtà, alla mia vita pianificata giorno per giorno e per quanto io ami iniziare cose nuove, quest’anno avrei voluto un’estate molto più lunga, ma soprattutto, più godibile. Il lavoro mi ha portato via tanto tempo e per una persona come me che ha tanti hobby, restringere le proprie passioni in sole tre ore giornaliere è davvero complicato e opprimente.

Sto ancora pianificando i prossimi articoli di questo mese ma nel frattempo ne approfitto per rompere il silenzio e rispondere alla nomina di L’ultima pagina del libro, che ringrazio davvero molto, soprattutto per le domande interessanti! Questa è la mia prima volta con il Liebster award.

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REGOLE

1. Ringraziare chi ti ha premiato.
2. Scrivere qualche riga (max 300 parole) per promuovere un blog interessante che seguite.
3. Rispondere alle 11 domande poste dal blog o dai blogger che ti hanno nominato.
4. Scrivere a piacere 11 cose di te.
5. Premiare a tua volta 11 blog.
6. Formulare 11 domande per i blogger che si nomineranno.
7. Informare i blogger del premio assegnato.

Promuovi un blog 

Vorrei parlarvi del blog di Elisabetta, conosciuta come “sissiforbooks“. L’ho scovata tramite Instagram e mi ha incuriosita con le sue foto. Da lì ho scoperto il suo blog e da allora cerco di seguirla sempre. Scrive articoli interessanti, ma soprattutto con criterio e passione.

Rispondi alle domande

  1. Cosa non ti piace trovare in un blog? Parlando di blog letterari ho davvero difficoltà a sopportare quei blog che pubblicano solo articoli copiati e incollati, mi spiego: vedo molto spesso persone che scrivono “recensioni” (il termine recensione, per me, è già pretenzioso di per sé visto che non siamo dei critici) semplicemente incollando la trama presa dal sito della casa editrice, le informazioni principali sul libro e riscrivendo la trama in maniera più dettagliata, senza alcun trasporto, senza nessuna informazione davvero preponderante o personale.
  2. Che tipologia di articoli preferisci scrivere? Sicuramente articoli dedicati a libri che mi hanno rubato il cuore. Mi sento libera in quel momento, è come se le parole uscissero sole e quando mi rileggo mi rendo conto di quanto quel libro mi ha lasciato.
  3. Quanto impieghi in media per leggere un libro? Dipende. In periodi di nullafacenza ho una media di 100 pagine al giorno, altrimenti 50. Quindi diciamo dai tre ai cinque giorni. Per i classici invece mi dono un minimo di 15 giorni per godermeli.
  4. Che cibo assoceresti al tuo libro preferito? Più che cibo forse vino bianco.
  5. Il libro più brutto che tu abbia mai letto? Piccole donne, INSOPPORTABILE.
  6. Hai mai incontrato qualche scrittore/scrittrice? Sì, Paolo Cognetti e Zerocalcare. Poi in realtà nei diversi anni di Salone del libro/Più libri più liberi ho seguito diversi incontri con gli autori.
  7. Hai fratelli o sorelle? Sì, una sorella più piccola. Sto cercando di invogliarla alla lettura ma è caduta nella trappola dei manga (con tutto il rispetto per i manga).
  8. Pensi di andare in vacanza o ci sei già andata? Dove? Partirò tra una settimana, un piccolo viaggetto in Toscana.
  9. Pasta con o senza parmigiano? Vi giuro che è una questione di estrema importanza. Assolutamente con.
  10. Quale insetto ti fa più schifo? Le cavallette. Potrei morire.
  11. Qual è tuo punto debole? L’impulsività, credo. E l’ansia. Mi fa sembrare quella che non sono.

Undici cose su di me (ma perché)

  1. Sono follemente innamorata dell’archeologia. Ho avuto diverse passioni e fatto tante cose in 23 anni ma niente mi ha mai presa così tanto.
  2. Collegato al numero 1, tra una settimana inizierò il corso per la laurea specialistica in Egittologia a Pisa.
  3. Ho vissuto tre anni a Roma.
  4. Ho i capelli rossi ma non so come. Forse qualche antenato vichingo.
  5. Sono ipocondriaca e germofoba. Facile la vita con me eh.
  6. Odio il freddo, lo soffro terribilmente e sto già aspettando il 21 marzo 2018.
  7. Mi drogo di tè alla pesca e di succo di aloe.
  8. Secondo l’applicazione tvshowtime ho passato 5 mesi della mia vita a guardare serie tv, e ne sono fiera. Altro che vita sociale.
  9. Odio la pioggia. Ho bisogno del sole costantemente. Ne va della mia salute mentale.
  10. Potrei vivere solo di dolci.
  11. Sono una organizzatrice seriale dipendente. Se non mi organizzo la vita annualmente non sono contenta.

Nomino

  1. Radical Ging
  2. La sala da tè di una lettrice
  3. La stanza 101
  4. Madame Michel
  5. Il salotto irriverente
  6. Nessun cancello nessuna serratura
  7. Notes of a bookworm
  8. Cherie colette
  9. Liberi di scrivere
  10. La siepe di more
  11. Tope da biblioteca

 

Domande 

  1. Cosa ti spinge a seguire un blog?
  2. Cosa invece, immediatamente, ti fa chiudere il sito?
  3. Ti senti in colpa quando, per noia o per scarso interesse, non riesci a terminare un libro?
  4. Team inverno o team estate? Importantissimo.
  5. Ci sono periodi in cui senti maggiormente il bisogno di comprare libri? Io per esempio divento compulsiva quando sono triste.
  6. Preferisci acquistare i libri nelle librerie indipendenti o nelle grandi catene?
  7. Sottolinei i libri? Matita, evidenziatore, quel che sia.
  8. Qual è il libro che senti ti abbia “iniziato” al mondo della letteratura?
  9. Ricordi, invece, il tuo primissimo libro?
  10. Dolce o salato?
  11. Per quale motivo hai deciso di aprire un blog?

So che molti sono già stati nominati, più e più volte, quindi tranquilli non mi offendo se deciderete di non partecipare nuovamente. Anche per me, credo che questa sarà la prima e ultima volta perché altre undici domande e altre undici cose su di me non so dove andarle a pescare!

Infine, vi lascio qualche link, se volete seguirmi su Instagram (dove posto solo libri in pratica) o sulla pagina Facebook del blog!

Il libro del mare – Morten A. Stroksnes

Uscito per Iperborea qualche mese fa, finalmente ho nella mia libreria uno di quei libri che inspiegabilmente emanano vibrazioni fortissime, quelli che sai già che amerai, senza aver letto nulla. Un libro con una delle copertine più belle mai viste.

Il libro del mare (pp. 352, €17.50) è uno di quei libri che vorresti sempre avere come compagno di viaggio, che tu sia al mare o in montagna, o semplicemente steso sul divano ad immaginare luoghi che ti riprometti di ammirare, un giorno. Il sottotitolo “o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare” è esplicativo per quello che accade realmente, per la storia che il narratore decide di raccontarci, ma in realtà la storia non è una sola. Questa grande sfida, questa incredibile caccia allo squalo della Groenlandia diventa occasione per creare un compendio sulle creature marine, sulla storia del mondo, su quello che conosciamo e su quello che ancora temiamo. Citando la letteratura e la poesia marinaresca, Morten ci fa galleggiare insieme a lui e ad Hugo su questo gommone che potrebbe essere benissimo capovolto da un branco di orche incattivite, o disperso per la fortissima corrente.

“Ma a quanto ne sappiamo, negli abissi il numero di specie è superiore, e quasi tutta la vita laggiù ha caratteristiche stupefacenti, come se appartenesse a un altro pianeta, o fosse stata creata in un lontano passato in cui vigevano altre regole, e qualunque fantasia poteva realizzarsi.”

Un sorta di saggio/romanzo in cui si intrecciano mille storie e leggende: quella di Morten, quella di Hugo e di tutti i suoi antenati abili pescatori, le storie di tutte le persone che hanno catturato uno squalo della Groenlandia e dell’abilità che hanno sviluppato dopo un’impresa del genere.


Una ricerca senza fine per qualcosa che probabilmente non riusciremo mai a conoscere o ad ammirare. La bellezza dell’ignoto e di quello che nasconde. 

Ci sono libri che ti fanno comprendere determinate cose, libri che ti lasciano impassibile e libri che sembrano macigni per quello che ti lasciano dentro, Il libro del mare è uno di questi. Sicuramente sono io che ho una passione smisurata per il mare e per le creature che lo popolano, ma davvero, avrei voluto che fosse senza fine.

 

Cari lettori, il blog va in vacanza! Io no in realtà. Però vorrei prendermi una pausa da tutto il mondo social in generale e rifugiarmi nel grande classico che mi attende sul comodino quest’anno: Anna Karenina. Buone vacanze e buone letture! Ci rivediamo a Settembre.

 

Indiscrete domande letterarie Book Tag!

Non ho mai fatto un articolo del genere, credo sia arrivato il punto in cui è doveroso conoscerci meglio! Vi rimando al blog della mia cara amica Carla, da dove ho presto il tag! Siete tutti invitati a rispondere, anche solo commentando! Sono curiosa di conoscere le vostre abitudini.

1. Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni?

Ni. Tempo fa, non essendo pratica di social, sceglievo i libri in base alle sensazioni che mi davano, leggendo il titolo o guardando la copertina. Adesso devo dire che con il magico mondo di Instagram non ho più il problema del “non so cosa leggere” perché seguo tantissimissime persone che fanno della lettura il loro credo, quindi consiglio di qua, consiglio di là, ecco la mia wishlist di cento titoli!

2. Dove compri i libri? In libreria o online?

Anche quì, dipende. Al sud non ci sono molte librerie, anzi nel mio paese non ce ne sono affatto, quindi quando sono a casa in Puglia compro principalmente online, soprattutto perché spesso non trovo quello che cerco nelle librerie in città. Quando vivevo a Roma invece il mio passatempo preferito era andare in giro a scovare luoghi meravigliosi, in cui poter mangiare e leggere contemporaneamente ❤

3. Aspetti di finire un libro prima di comprarne un altro? O hai una scorta?

Ho sempre una scorta di circa quaranta titoli che non si esaurisce, MAI. Principalmente perché invece che smaltirli io continuo a comprare e comprare! Devo dire che mi sento un po’ in colpa ma in realtà la maggior parte dei libri ancora da leggere provengono da quel meraviglioso sito di scambi che è BOOKMOOCH (cliccate per leggere l’articolo), quindi l’idea di non aver speso soldi mi fa stare più tranquilla.

4. Di solito quando leggi?

Ehm, sempre? :’) Adesso che sono in vacanza tutto il giorno! Quando studio invece cerco di ritagliarmi un po’ di spazio la mattina appena sveglia o nei momenti morti, la sera sono troppo troppo stanca!

5. Ti fai influenzare dal numero di pagine quando compri un libro?

Quando lo compro no, quando devo leggerlo sì. Dipende in che mood sono, se ho bisogno di variare velocemente o se mi va di buttarmi in un mattone senza fine!

6. Genere preferito?

Lo sapete che lo sto cercando ma proprio non lo so? Fino a qualche anno fa avrei detto classici, ora invece sto sperimentando tantissimo andando dalle graphic novel alla letteratura contemporanea, americana ed europea. La risposta è: per ora non lo so.

7. Hai un autore preferito?

Sylvia Plath, assolutamente. Non ho ancora parlato per bene di lei ma credo che dal titolo del blog si intuisca quanto sia importante per me: è stata l’unica a dare a voce ai miei pensieri in un certo periodo della mia vita, a farmi sentire compresa e meno sola.

8. Quando è iniziata la tua passione per la lettura?

Fin da piccola. Iniziai con Geronimo Stilton e con i libri de Il battello a vapore che le maestre ci consigliavano a scuola. Mia madre era contraria a comprarmi libri e la sua giustificazione era “li finisci in un giorno!”, quindi io pur di leggere rileggevo in continuazione quelli che avevo ❤

9. Presti i libri?

Mmm, no. Credo che siano solo due le persone a cui presterei i miei libri perché so che li tratterebbero come li tratterei io. Tendo a tenere i miei libri immacolati, così come li ho acquistati e l’idea di non saperli al sicuro con me non mi fa stare tranquilla!

10. Leggi un libro alla volta o più libri insieme?

Dipende. Se ho un bel mattone da leggere cerco di alternarlo con qualcosa di leggero, magari una graphic novel o un romanzo di massimo duecento pagine.

11. I tuoi amici e familiari leggono?

Purtroppo no, ecco uno dei motivi principali per cui ho creato questo blog. Il mio bisogno di parlare di libri è smisurato e le persone che mi circondano si sono stancate del mio essere monotematica! Dico solo che l’unico libro che c’era in casa prima di iniziare a creare la mia libreria era quello di Maurizio Costanzo!

12. Quanto tempo ci metti mediamente a leggere un libro?

Dipende dalle pagine! La mia media è di circa venti pagine ogni mezz’ora. Poi ci sono quei libri scorrevolissimi con caratteri cubitali che riesci a terminare anche in un paio di ore 🙂

13. Quando vedi una persona che legge, ti metti a sbirciare il titolo?

Sì sì! Sono una persona che sbricia e che giudica molto in base a ciò che si legge; lo so, sono cattiva. Lo faccio anche con i gusti musicali delle persone! Credo che i gusti letterari e musicali siano rappresentativi della persona stessa, non posso fare a meno di tenerli in considerazione.

14. Se tutti i libri del mondo fossero distrutti e tu ne potessi salvare solo uno quale sceglieresti?

Sono scontata se dico La campana di vetro, vero? No, non lo so, troppo difficile!

15. Perché ti piace leggere?

Perché mi fa sentire piena, sazia, un po’ come Firmino.

16. Leggi libri in prestito da amici o biblioteca o solo quelli che compri?

In prestito da amici no, praticamente non è mai successo. La biblioteca ho smesso di frequentarla da un po’ perché mi ci affeziono troppo ai libri e va a finire che alla fine li compro comunque.

17. Qual è il libro che non sei mai riuscita a finire?

L’amante di Lady Chatterly che comunque conto di riprendere, un giorno. Dracula di Bram Stoker che so che non ce la farò mai a finirlo perché l’ho trovato incredibilmente pesante e Piccole donne, mamma mia quanto l’ho odiato! Ci sarebbero anche Caos Calmo di Veronesi e L’amore ai tempi del colera.

18. Hai mai comprato un libro solo perché ti piaceva la copertina? E cosa ti piace della copertina?

Assolutamente sì, per me la copertina è importantissima. Rappresenta il lavoro che è stato fatto dietro quel libro e le edizioni curate nei minimi dettagli sono quelle che apprezzo di più.

19. C’è una casa editrice che ami particolarmente e perché?

La Fazi, sicuramente. La grafica delle loro copertine è eccezionale, per non parlare del meraviglioso profumo delle pagine che solo i loro libri hanno! Loro spaziano molto, dai classici alla letteratura contemporanea e anche young adult. Al secondo posto o forse anche primo insieme alla Fazi sicuramente metterei la Bur, adoro tutto del loro catalogo. Ultimamente però sto apprezzando tantissimo anche Einaudi e Iperborea.

20. Porti i libri dappertutto? O li tieni al sicuro in casa?

Se è nuovo solitamente lo porto in borsa all’interno di una bustina, per non farlo rovinare. Se è usato oppure molto resistente lo butto un po’ così, senza danneggiarlo troppo però!

21. Qual è stato il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?

Cattedrale di Carver, regalatomi da Carla ❤ e Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari da parte dei miei amici, come regalo di compleanno.

22. Come scegli un libro da regalare?

Regalo libri o fumetti anche a chi di solito non legge, da qui potete capire quanto sono rompiscatole! Cerco di rispettare sempre i gusti e non so come ma solitamente mi viene spontaneo pensare un libro e associarlo a una persona a cui potrebbe piacere!

23. La tua libreria è ordinata secondo un criterio o in ordine sparso?

La mia libreria è ordinata secondo casa editrice e all’interno di questo ordine secondo autore. Cerco di rispettare i colori e trovo che la soluzione per casa editrice sia ottima.

24. Quando leggi un libro che ha le note le leggi?

Certo!

25. Leggi le prefazioni, postfazioni, introduzioni?

Sempre alla fine! Di alcuni libri non voglio sapere una virgola, voglio che sia tutto una sorpresa.

Ed eccoci alla fine, ce l’ho fatta! Solitamente non amo questi tag ma questo è abbastanza esaustivo e vi da un po’ di informazioni su di me. Ora voglio sapere tutto su di voi!

Vi lascio qualche link, se volete seguirmi su Instagram (dove posto solo libri in pratica) o sulla pagina Facebook del blog! Fresca fresca.

La linea sottile tra l’esilarante e l’amaro.

Sono stata assente, lo so, chiedo perdono! Posso attribuire anche la colpa al corriere? Dai sì. Mi farò perdonare con ben due articoli questa settimana!

Le mie mani fremono perché voglio parlarvi di una delle graphic novel più belle che io abbia mai letto: Residenza Arcadia di Daniel Cuello, edita da Bao (176 pag., €20). Come sempre ho delle grandi difficoltà a parlare di qualcosa che mi ha davvero colpita ed è anche la prima volta che cerco di non terminare una graphic novel, solitamente le divoro in poche ore! L’ho amata così tanto da centellinare le pagine in modo da finirla il più tardi possibile.

“Residenza Arcadia è un microcosmo che pullula di emozioni taciute. Lamentazioni, rivendicazioni e le insondabili profondità di animi che guardano il mondo dal silenzio dello spioncino.”

Residenza Arcadia, nella sua limitatezza in termini di personaggi e di ambienti (in quanto si svolge interamente in un condominio e i personaggi sono una decina), è incredibilmente rappresentativa del nostro tempo nonostante sia ambientata in un futuro prossimo. I protagonisti sono per lo più anziani, condòmini di questa residenza su cui incombe un pericolo: nuovi inquilini. La nazionalità e le caratteristiche di questa nuova famiglia non sono specificate, proprio per adattare questa forma di “razzismo”. Gli inquilini storici si rifiutano di accettare questo cambiamento, visto come una macchia sulla bella reputazione della residenza e come una rottura degli equilibri presenti. La coalizione contro i nuovi arrivati è inevitabile.

Alla base dei rapporti tra gli inquilini c’è il silenzio sulle loro vite, le urla invece per scegliere le petunie o le gardenie. C’è Mirta e la sua costante paura di essere derubata, Emilio e i social, Dirce e le apparenze, Dimitri, il riso che gli arriva per posta e i segreti condivisi con Ester, figura autoritaria di fronte la quale tutti si sentono in dovere di essere ben sistemati, nel giusto. Ad ogni appartamento è abbinata una tavola di colori, rappresentativa per i personaggi che ci vivono e per il tipo di storia che nascondono all’interno.

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Fin dal principio Residenza Arcadia si presenta come un racconto divertentissimo, capace di farti ridere a crepapelle anche se sei sui mezzi pubblici; in realtà questi appartamenti sono dei piccoli contenitori che si aprono al lettore circa a metà volume, rivelandoci storie di grande impatto, originali e soprattutto tristissime. Mi aspettavo una graphic novel divertente e invece mi sono ritrovata in una graphic novel divertente e ben strutturata, capace di farmi ridere a pagina 66 e farmi piangere a pagina 67.

Daniel Cuello penso lo conosciate già per le magnifiche vignette che propaga nel web, con uno stile che è già di per sé esilarante. Io mi sono innamorata delle sue tavole e ho voluto immediatamente recuperare il suo primo lavoro! Attendo i prossimi con impazienza.

Il suono del mondo a memoria – Giacomo Bevilacqua

Il suono del mondo a memoria è una graphic novel edita da Bao (192 pag., €21) e creata da Giacomo Bevilacqua. Il protagonista di questa tenera ed emozionante storia è Sam, un ragazzo che decide di vivere per due mesi a New York senza parlare, senza particolari contatti, tutto per scrivere un articolo su una rivista.


Già dalle prime tavole vediamo Sam immerso in questa avventura: ormai sa come pagare la padrona di casa, come gestire i contatti quotidiani, come farsi capire quando ha bisogno di un caffè o di ordinare qualcosa in un ristorante. Ha già compreso i meccanismi e tutto sembra procedere per il meglio. Il bianco e il nero in qualche modo sono la sua essenza, il suo modo di vivere, ma ad un certo punto questa monotonia, questa patina sbiadita, svanisce.
Sam ha una patina davanti agli occhi, una barriera da cui si può vedere tutto ma a niente e nessuno è permesso l’ingresso. La macchina fotografica, le cuffie, modi per entrare in contatto con il mondo e allo stesso tempo isolarsi. Ponendosi dietro l’obiettivo, Sam ha modo di vedere ciò che lo circonda, cercando di entrare a farne parte, senza essere toccato, senza soffrire.

Tra i colori scuri, ad un certo punto del racconto, iniziano ad esserci dei colori vivaci: colori che neanche Sam aveva notato e che iniziano a comparire ovunque, in qualsiasi luogo, in tutte le sue fotografie. È il colore che silenziosamente entra a far parte della sua vita, pur cercando di non vederlo.

“Le regole autoimposte nascono da un mio bisogno primario: soffrire il meno possibile”

Cosa è successo a Sam si capisce solo nelle ultime pagine. Le perdite che subiamo nella nostra vita ci portano a pensare che qualsiasi forma di contatto, di amore, equivalga a sofferenza. Portano l’isolamento, ci fanno chiudere come un riccio, e le spine ci aiutano a tenere lontane le cose brutte, ma anche quelle belle.

Il suono del mondo a memoria è una storia commovente, tenera e soprattutto vera. Tramite i colori pastello e le diverse sfumature, Giacomo Bevilacqua è riuscito a rappresentare New York perfettamente, con alcune tavole che ho trovato incredibilmente suggestive. L’armonia tra i colori ispira un senso di pace, tranquillità, quel silenzio che Sam vive in quei mesi e che improvvisamente diviene suono.

 

Stoner – John Williams 

In pochi anni, questa è la terza volta che rileggo Stoner, pubblicato da Fazi editore. È il mio porto sicuro, un po’ come La campana di vetro. È la certezza di ritrovarsi in parole già lette e ogni volta è un “ritrovarsi” diverso.

Il ritratto di Stoner è il ritratto di un uomo che mai si sarebbe aspettato di esser smosso da una passione. Stoner vive con i genitori a Booneville, li aiuta con la terra e proprio per fornire aiuto alla sua famiglia a diciannove anni, quasi per inerzia, si iscrive alla facoltà di Agraria all’Università del Missouri. Durante il secondo anno si imbatte in un esame richiesto a tutti gli studenti: letteratura inglese. Senza neanche accorgersene, dentro di lui si accende una luce che non aveva mai pensato di avere. Abbandona la facoltà di Agraria, spinto dall’unica persona che aveva visto in lui la scintilla, e inizia a studiare Lettere per diventare un insegnante.


Stoner si comporta da spettatore, osservando ciò che succede intorno a lui. L’insegnamento, un matrimonio infelice, due soli amici neanche tanto stretti: la vita di Stoner potrebbe essere definita una vita ordinaria e desolata ma, proprio come dice Peter Cameron nella postfazione, è stata la bravura di John Williams ad averla resa così appassionante e straziante.

“L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio.”

Questa citazione potrebbe rappresentare il percorso di Stoner nell’intero romanzo. Un incontro casuale e fortuito che porta a galla quello che non sapevi di avere. Lo scopri così e lo accetti perché ti è stato caldamente consigliato e poi diventa l’unica cosa che ti fa vivere, l’unica che ti fa sentire te stesso e che fino alla fine difendi con tutta la forza e l’orgoglio che hai. Una vita che trova uno scopo in una passione inspiegabile, non rappresentabile, intima, solo sua. La vita di Stoner è anche crescita simultanea, accettazione, consolazione e rammarico. Una storia il cui segreto non è ancora stato carpito. 

Incredibile anche il caso editoriale: un romanzo pubblicato nel 1965 e poi riscoperto nel 2006 con grande interesse da parte della critica e dei lettori. L’abilità di John Williams sta nel far vivere in simbiosi il lettore con il protagonista perché per quanto possa essere ordinaria la sua vita, Stoner affronta interrogativi profondi e onnipresenti dell’esistenza.

Sentivo di doverlo rileggere dopo aver recuperato Nulla, solo la notte e Butcher’s crossing, ma per quanto impeccabili e appassionanti, Stoner ha il primo posto nel mio cuore. Aspetto impazientemente l’uscita di Augustus, l’ultimo romanzo di John Williams per Fazi Editore (nonché la mia casa editrice preferita) ❤️

Vorrei dirvi altro ma mi fermo qui, vorrei che vi sorprendeste ad ogni piccola scoperta, proprio come ha fatto Stoner nella sua vita.

La mia seconda occasione a Philip Roth. Pastorale americana.

Mi ritrovo dopo cinque anni a parlare nuovamente di Philip Roth, questa volta in modo positivo. Mi approcciai a Roth scovando in biblioteca La macchia umana, piena di aspettative per un titolo che consideravo incredibile. Sarà stata l’età, sarà stata la mia immaturità come lettrice, sta di fatto che non riuscii ad apprezzarlo e lo abbandonai dopo circa cinquanta pagine. Sono qui adesso invece perché devo ASSOLUTAMENTE consigliarvi uno dei libri più rappresentativi dell’America, non a caso si chiama Pastorale americana. Dovrebbe essere qualcosa di simbolico, in un certo senso anche convenzionale, dipende però dal modo in cui lo si guarda.


Attraverso la ricerca di Nathan Zuckerman, uno pseudonimo che Roth usa spesso, percorriamo i passi del “vincente” Seymour Levov, chiamato Lo Svedese, una stella promettente nel mondo atletico. “Lo Svedesone” ha la vita programmata: è popolare, benestante, ogni pedina della sua vita è già sistemata, pronta a fare quello che lui desidera. La sua famiglia ebrea è una delle più importanti, conosciuta per la produzione di guanti in pelle. Seppure così portato nello sport, Seymour finisce a lavorare nell’azienda di famiglia, sposa una bellissima donna proclamata Miss New Jersey, concepisce una figlia in cui ripone tutte le sue speranze. Dovrebbe essere una normale famiglia americana, ma no, è proprio l’America. Ambientato all’epoca della guerra del Vietnam, Pastorale americana è l’emblema della decadenza: è la vita sconvolta da un uragano, dopo averla programmata passo per passo. Non è la storia di una guerra. Non è la storia di una figlia incompresa, influenzata, dirottata. Non è la storia di una ex Miss New Jersie etichettata per la sue bellezza e la sua mancanza di aspettative nella vita. È l’America privata del suo velo di perfezione. 

La caratterizzazione dei personaggi, in questo romanzo, è a dir poco eccezionale. Io ci provo a descrivere i miei preferiti, ma sminuirò sicuramente l’operato di Roth. Down, moglie dello Svedese, è una donna bellissima; ha partecipato a Miss New Jersie solo per poter vincere il premio in denaro in modo da poter alleggerire il peso di suo padre, ma l’etichetta della bellezza senza sostanza rimarrà sempre come una luce al neon sul suo volto.
Merry è sua figlia, dolce, piccola e balbuziente. Quanti anni passati per farla stare meglio, per comprendere il suo problema e risolverlo, ma Merry è coinvolta nella guerra, quella che hanno portato nel suo paese e che lei ha portato nella sua casa.

Tua figlia è il terremoto che non avevi programmato, quello che maledici e che ti fa pensare a cosa hai sbagliato nella vita, quello che ti fa pensare “perché a me”. Il lifting è quella cosa che fai per tirarti su, per stare meglio, per cancellare le sofferenze dal volto. L’amore è quella cosa che ricerchi, che ti fa combattere, ma da cui rifuggi per andare in lidi sconosciuti. E passo dopo passo ti accorgi che tutte le pedine che avevi predisposto sono cadute, sono andate a fuoco, hanno ribaltato il gioco.

A letto, di notte, vedeva tutta la sua vita come una bocca balbuziente e una faccia contorta: una vita senza scopo, senza senso e completamente sbagliata. Non aveva più la stessa nozione di ordine. Non c’era nessun ordine. Nessuno. Lo Svedese vedeva la sua vita come il pensiero di un balbuziente: totalmente sfuggita a ogni controllo.

Non ammazzatemi, io ci ho provato. In questo libro Philip Roth analizza la vita e l’America, due cose che in un singolo articolo non possono proprio starci. Ma ci tenevo a parlarvene, ci tenevo a consigliarvelo. Non credevo mi prendesse così tanto, ci sono andata piano per la delusione precedente e per l’ambientazione della guerra che (fortunatamente per i miei gusti) è trattata solo sullo sfondo. L’ho divorato in pochi giorni e rimarrà come un quadro dell’America impresso nella mia mente. Cinque stelle.