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"I libri anticipano l'eternità"

Stelle ossee – Orazio Labbate

“Scrivo nel buio della mia camera. Devo fuggire da essa e accendere la luce perché possa smettere di sentirmi solo. Sento però che tutto quello che mi circonda non mi aiuterà a farlo. La mia tazza non può parlare, un muro non può dirmi addio, un mobile non ha le mani affinché mi sorregga.”

Presenze mancanti, buio pesto, malinconia. Ecco i tre elementi onnipresenti nei racconti di Orazio Labbate, raccolti in Stelle ossee e pubblicati da Liberaria. Diciassette racconti, alcuni pubblicati su famose riviste, in cui questo giovane autore scalfisce l’idea di ciò che per noi è cupo e macabro, e in qualche modo va oltre, facendoci comprendere di come il tutto, soprattutto gli esseri umani, siano permeati da oscurità e oblio.

I racconti sono per la maggior parte ambientati in contesti naturali, molto spesso siciliani o Americani, proprio perché l’ispirazione proviene da quel background letterario. È una scrittura che parla di carne e di ossa, di cose immateriali e preesistenti. Si nota come ogni parola sia ricercata e posta nel giusto spazio, ogni singolo termine ha un senso di per sé e vi riecheggerà dentro; per questo sono racconti che vanno centellinati e che richiedono una riflessione. Vi assicuro che dopo aver terminato il primo passerete almeno una mezz’ora a fissare il muro, incapaci di andare avanti perché dovrete mettere in ordine tutto quello che vi ha trasmesso.

“…ma io percepisco meccanismi delicati intorno a me, i secondi procedono quando arriva un altro giorno, le ore scadono condannando quest’omicidio buio all’inconsumazione: io invecchio e non c’è cosa più certa, nella mia intelligenza, che essere succube di un mastro orologiaio.”

Il buio è il protagonista dei racconti; il buio è il luogo in cui abitare. È il luogo in cui rimane tutto ciò che è perso, ciò che non è recuperabile e che quindi implica un attaccamento al passato, a ciò che si è dissipato e soprattutto alle persone che si sono dissolte nella terra. Perdite incolmabili che necessitano di un rifugio blindato per non affrontarle. Alcuni racconti sembrano essere soluzioni di contatto con questi esseri umani che ormai sono solo entità, e oltre alle persone vi è un particolare attaccamento a ciò che rimane, a ciò che si utilizza per cercare di sostituire e che permette di illudersi di poter uscire dall’oscurità.

“Perché allora ci siamo conosciuti in questa vita? Per amarci e poi disconoscerci una volta morti o una volta tu morto io dimenticarti a causa degli anni che stanno macerandosi?”

Vi dirò che prima di mettermi a scrivere ho riletto i racconti due volte, principalmente perché non potevo farne a meno. Perché c’è qualcosa di potente al di sotto di queste parole, e che va ricercato. I miei racconti preferiti sono: Un innamorato nell’Apocalisse e Il corvo del mausoleo e so che entreranno a far parte di quei testi che ogni tanto andrò a ripescare dalla libreria, proprio perché non ne potrò fare a meno.

Ringrazio Liberaria per avermi inviato questo libro e Orazio Labbate per averlo scritto. Sapete che io con i libri vado a sensazioni e qui vi dico che erano fortissime, un po’ per il titolo, un po’ per la copertina, un po’ perché quando un libro è nelle mie corde me lo sento. Le sensazioni che ho adesso dopo averlo letto sono ancora più incredibili.
So che i racconti per molti lettori sono visti come uno scoglio insormontabile, lo erano anche per me tempo fa, ma da quando ho iniziato con Carver non ho più smesso. Credo che questa raccolta sia un ottimo inizio per chi non riesce ad approcciarsi al genere e vi consiglio davvero di recuperarla (in ogni caso); io cercherò di far entrare nella mia libreria gli altri titoli di questo autore che ormai l’avrete capito: mi ha sconvolta.

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Meticcio – Bruno Barba

Questo Febbraio sta per giungere al termine e io sono contentissima di averlo passato in compagnia dei libri della casa editrice Effequ. Seppur molto diversi, i libri che ho scelto in realtà presentano delle tematiche simili, e se Orgasmi geneticamente modificati le aveva affrontate in maniera ironica, con Meticcio di Bruno Barba vediamo come vengono affrontate in maniera più “scientifica”.

Bruno Barba è ricercatore di Antropologia all’università di Genova e questo suo libro fa parte della collana Saggi pop di Effequ. È un saggio che “decolonizza la nostra mente” ed è proprio ciò che mi aspettavo da un libro che come sottotitolo ha “L’opportunità della differenza”, un’opportunità che, onestamente, noi non diamo spesso.

“Che errore commettiamo quando pensiamo che l’emigrante sia il rappresentate della propria cultura, come se le culture fossero omogenee…”

Potrei essere scontatissima e parlare di attualità, potrei dire che questo libro dovrebbe esser diffuso nelle scuole, nelle case, perché sono gli ambienti in cui si assorbe maggiormente il pensiero altrui, un pensiero talvolta modellato in maniera sbagliata, ma non renderei giustizia a questo saggio poiché è tutt’altro che scontato. Bruno Barba, partendo dalla storia, mette in luce ogni aspetto del meticciato, facendoci subito capire l’intento del libro con un esempio palese: gli spaghetti col sugo sono un piatto tipicamente italiano ma dobbiamo soffermarci a pensare che gli spaghetti vengono dalla Cina e che il pomodoro proviene dalle Americhe; ci rappresentiamo attraverso questo simbolo come se fosse un qualcosa di esclusivamente nostro quando in realtà è il risultato di un incrocio.

Siamo tutti coinvolti nel meticciato, da sempre; siamo tutti mescolati, non siamo puri come pensiamo di essere. 

Diviso in sette capitoli, questo saggio affronta problemi quotidiani, come per esempio le false informazioni che girano su internet, la fantomatica storia dei “40 euro al giorno agli immigrati” e tutte quelle bufale che naturalmente non possono che diffondersi in un ambiente in cui non si ha niente da perdere perché, fondamentalmente, su internet non siamo nessuno e ci sentiamo in grado di dire tutto, anche ciò che è sbagliato.
Sono rimasta sorpresa quando l’autore ha iniziato a spiegare tutto ciò che un immigrato deve affrontare nel momento in cui “sbarca” in un altro paese, sia per quanto riguarda l’aspetto burocratico (come per esempio le attese di accettazione che si protraggono fino ad un anno), sia sull’aspetto emotivo (lontananza da casa, impossibilità di costruire qualcosa di concreto). Continuiamo a non essere informati, continuiamo a dare per scontato che le persone che cercano asilo in realtà non hanno davvero bisogno di aiuto, e che siccome possono permettersi un cellulare (che serve per comunicare con la loro famiglia), allora hanno già tutto.

“Li odiamo questi uomini, perché ci ricordano in modo irritante quanto sia fragile ed effimero il nostro benessere, guadagnato, così ci sembra, con duro lavoro.”

Stimolata dalle parole di Barba, ho pensato a quelle poche volte in cui sono andata all’estero e a quando, dichiarando di essere italiana, mi è stato detto “ah mafia, Berlusconi!”. Proviamo a pensare a quanto è fastidiosa l’omologazione, come se gli italiani fossero tutti mafiosi, come se i tedeschi fossero tutti nazisti, come se gli arabi fossero tutti kamikaze.
Proprio l’altro giorno mi sono ritrovata a chiamare un call center per assistenza e il messaggio automatico mi ha stupita: “la chiamata verrà inoltrata a un nostro operatore all’interno dell’Unione Europea, se invece desidera parlare con un operatore di un call center italiano prema 1”, come se gli italiani fossero più competenti, come se fosse necessario continuare a marcare questa differenza inesistente. Più penso a questa cosa e più rimango senza parole.
Tutto ciò non fa altro che incrementare l’odio: la televisione, le false notizie sulla rete, la politica pro-razzismo, un odio verso ciò che è diverso ma che poi tanto diverso non è. Continua ad essere un ‘razzismo senza razza’.

“Non stiamo facendo nulla per fermare l’emorragia di persone capaci. L’Italia, è un dato, trascura i propri ricercatori, mette in difficoltà i propri insegnanti, tende a ridicolizzare i propri operatori culturali, penalizzando in questo modo i propri figli e il proprio futuro, ma contemporaneamente lamentandosi della ‘fuga di cervelli’ e del fatto che questi vengano piazzati con tanti migranti privi di istruzione.”

Illogicità nelle nostre parole e nelle nostre azioni, incapacità di informarsi perché in realtà tutto ciò che è a portata di mano è falso; necessità di riflettere.

Spero leggerete questo saggio, vi porterà a vedere le cose in modo diverso.
Ringrazio Effequ per la disponibilità e vi rimando al loro sito dove potrete trovare tanti altri saggi illuminanti.

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Orgasmi geneticamente modificati – Rossella Monaco, Azzurra Galatolo

Già dal titolo avrete capito che il libro di cui sto per parlarvi è davvero, davvero particolare. Il mese di febbraio vede in collaborazione il Book Bloggers blabbering con la casa editrice toscana Effequ, che ringrazio davvero tanto per i libri che mi ha donato.

Il libro di cui vi parlo oggi fa parte della collana Illustri, ovvero narrativa illustrata.
Ci troviamo nella terra di Originalonia, in un mondo che non è il nostro, o che forse lo è fin troppo, tra le diverse trame sociali intessute nel nostro secolo.
Gli esseri umani (gli original) iniziano a sostituire i propri organi con accessori di plastica, in pratica sono oggetti che comprano altri oggetti e tutto questo probabilmente è un bene perché gli oggetti non soffrono. In questo mondo che diventa sempre meno umano, ci sono i cloni, umani e animali, che ormai perfezionati hanno come obiettivo quello di sovvertire l’ordine di Originalonia. Tra i cloni però c’è un problema: non riescono ad essere appagati sessualmente, potrebbero avere più di duecento rapporti consecutivi, sfinire un uomo, e non avere alcuna soddisfazione. Nella terra di Originalonia il sesso è onnipresente e allo stesso tempo così dichiaratamente sporco e immorale da non essere vissuto piacevolmente.
Ogni capitolo si concentra sugli strani esseri ibridi che popolano questa terra: Neon l’uomo scimmia che, visto come va il mondo, è davvero contento di rimanere una scimmia e di non avanzare nel processo evolutivo; Input il computer/umano; Jesux ateo che non crede in sé stesso (geniale vero?) e Mixia la ninfomane. In questo mondo c’è solo un D’io e si pente davvero di aver creato gli uomini.

Ho trovato geniale il modo in cui i nomi sono stati cambiati (vedi “pretofili”) e il modo in cui le illustrazioni e le parole rappresentino perfettamente una satira alla società attuale fin troppo moralista.

“Gli original s’impongono confini immaginari oltre i quali senza un pezzo di carta e una buona ragione non possono andare.”

L’ho trovato anche un libro femminista, che rivendica i diritti delle donne di poter provare ciò che vogliono provare, senza vergogna, mettendo in risalto la loro abilità di aggiustare ciò che non procede nella giusta direzione.

Le solite cagate da donnette, “muta devi stare” le dice “lo sappiamo benissimo di essere ingiusti, ma vi vogliamo sottomesse, a letto e fuori dal letto, sottomessa e muta, sennò ti riempio di bromox”.

Credo che l’apice dell’epicità (adoro i giri di parole) viene raggiunto nel momento in cui si ritrovano tutti insieme: Popy, D’io e Jesux. Anzi, ad un certo punto ecco che arriva Sattana/D’iavolo.

Gli uomini hanno distrutto il mondo e sono costantemente infelici a causa del loro proibizionismo e dei loro pregiudizi. Spetterà a questi nuovi esseri modificare la traiettoria del mondo per far sì che i pretofili abbiano ciò che si meritano, per far sì che da Lampedusca non arrivino originals che verranno posti in gabbie; per far sì che ogni volta che si punti una pistola, il proiettile torni indietro e colpisca il carnefice.

Book haul

Onestamente non so chi sia rimasto su questi schermi dopo le mie repentine assenze ma confido ancora nella perseveranza di chi mi sopporta. Non credo di aver mai fatto un book haul perché onestamente non credo di aver mai ricevuto/acquistato così tanti libri tutti insieme (tranne al Salone del libro ma vabbé, lì spendo tutto il ricavato del lavoro di mamma e papà).

Questi nuovi libri che entrano a far parte della mia libreria sono parte di un ordine Mondadori (ultimamente fanno sempre sconti e ci sono molti libri al 40%), e poi ci sono altri libricini ricevuti in dono, che mi accingo a farvi vedere!

Il primo è Diario di un fantasma, la famosissima graphic novel edita da Eris edizioni che ho ricevuto come regalo di Natale in ritardo. Seguo Nicolas de Crecy su Instagram da un po’ e non so quale strana magia si nasconda all’interno della sua mano. È così che vedo questo libro: un viaggio in qualche modo magico e prodigioso.

Il secondo libro mi è stato inviato dalla casa editrice LiberAria con una gentilezza incredibile. Dal loro catalogo ho scelto Stelle ossee di Orazio Labbate. Non ho letto nulla di questo nuovo e giovane autore ma ho seguito diversi suoi incontri al Pisa book festival e ad altre fiere e devo dire che mi ha davvero incuriosita. Oltretutto, Stelle ossee mi sembra un libro particolarmente nelle mie corde.

Il paccozzo Mondadori contiene titoli molto diversi tra di loro e che non potevo assolutamente lasciare sul sito col 40% di sconto: innanzitutto ci sono Le fiabe di Beda e il Bardo, che sì, mea culpa, non avevo ancora letto.
Dopo circa sei anni di presenza nella mia lista desideri, ecco tra le mie mani I paradisi artificiali di Baudelaire. è un titolo che mi ha sempre intrigato e Baudelaire fa parte di quegli autori che mi hanno colpita particolarmente e che vorrei tanto approfondire di più.
Infine, il mio amato Carver, ben tre titoli: Il mestiere di scrivere, America oggi e Principianti. Il mestiere di scrivere l’ho già letto in ebook, dovevo solo recuperarlo. Per quanto riguarda gli altri due sono altre due raccolte dell’autore e sicuramente alcuni racconti li avrò già letti leggendo Da dove sto chiamando ma non fa mai male rileggere Carver. Anzi sì, in realtà per la mia instabilità emotiva di questo periodo, Carver è proprio il colpo di grazia e l’ho scelto di proposito perché mi piace farmi del male.

Un altro libro presente nella mia wishlist da tanto tempo e che finalmente ho tra le mie mani è: Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson. Ho sentito opinioni negative e opinioni positive ma mi sono buttata per due motivi: sia perché io con i libri vado molto a sensazioni e su questo ho buone sensazioni; secondo, non sono molto ferrata sul genere e vorrei dargli una possibilità. Questo l’ho comprato qualche giorno fa dopo aver superato l’esame di Arabo perché sì, io mi premio con i libri dopo gli esami (in realtà anche se vanno male compro comunque qualcosa per consolarmi).

L’ultimo libro è arrivato nella mia libreria per caso e per fortuna (che strana parola per me questa). Ho vinto il giveaway natalizio di Papermoon e la mia risposta a Diletta è stata “non ho mia vinto qualcosa in vita mia!”. Un piccola gioia insomma in un periodo brutto. Il premio del giveaway poteva sceglierlo il vincitore e io ho scelto Di bestia in bestia di Michele Mari. Conosco già l’autore e l’ho davvero amato con Roderick duddle, con le sue poesie a Ladyhawke e con Tutto il ferro della torre Eiffel ma credo che debba essere ancora approfondito, non ci si può fermare alla superficie.

Bene, detto questo vado a riordinare la mia libreria perché non ci sta più nulla!

Buone letture, Esther Greenwood

Felicità perduta – Anne Percin

Sapete che ogni tanto sparisco, ormai ci siete abituati! Questa volta però ho preso degli impegni e quindi il proposito di non sparire più spero di poterlo spuntare finalmente! Inauguro oggi una serie di articoli in collaborazione con il Book Bloggers Blabbering, se non sapete cosa sia, cliccateci sopra! Sono davvero contenta di essere entrata a far parte di questo progetto.

Il mese di Gennaio è il mese dedicato a Hop edizioni, una casa editrice che si occupa principalmente di graphic novel con un’impronta femminile. Nel loro catalogo però, ciò che è saltato ai miei occhi è un romanzo, “Felicità perduta” di Anne Percin, scrittrice ancora inedita in Italia. Questo piccolo libro fa parte della collana Bonheur, i libri della felicità.

Il protagonista, colui che narra questa storia, è Pierre: ventotto anni, una storia particolare, una sensibilità incredibile. Pierre dopo aver studiato filosofia, inizia a lavorare per conto suo, rimettendo a posto le anticaglie e vendendole, quel che vien definito un “pescatore di luna”. La specialità di Pierre sono le storie degli altri, così tanto che talvolta tende ad annullare se stesso. Ha perso il suo fratello gemello all’età di dieci anni e questo, la situazione della sua famiglia, gli ha reso più semplice andare via di casa e andare a vivere a Parigi. Neanche la vita parigina però gli si addice, quella dello studente che per guadagnare qualcosa fa il modello e si sente in qualche modo diverso da se stesso. Alla fine Pierre sceglie la solitudine della Provenza, che non sa se essere la sua più grande fortuna o una silenziosa condanna.

“La certezza che ho di amare è il solo bene che mi sembra immortale.”

Il romanzo procede come un flusso di coscienza del protagonista che tramite riflessioni riguardanti la filosofia, la poesia, l’arte, ci presenta tutti i frammenti della sua vita, quelli che lo hanno reso felice e quelli che ancora lo inseguono, come se fossero fantasmi. L’omosessualità di Pierre viene affrontata in maniera spontanea e sottile, così come dovrebbe essere. L’arte è onnipresente: Pierre lavora alla biografia di una pittrice dell’ottocento, è l’intento che fa da sfondo al racconto della sua vita.

“L’arte è una maschera. È la maschera che rende accettabile, tollerabile, visibile, persino apprezzabile, per la società, una singolarità che normalmente ti condanna al rifiuto.”

Proiettato verso il futuro, Pierre ci parla del suo passato, lanciandoci insegnamenti preziosi di pagina in pagina, con la malinconia di quella felicità in qualche modo impossibile da riconquistare.

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L’albero rosso – Shaun Tan (Tunué)

Scrivere un articolo per questo piccolo libro inizialmente mi sembrava superfluo. Le immagini sono le protagoniste e credo che solo loro siano in grado di esprimere tutta la solitudine e l’inquietudine che Shaun Tan ha celato all’interno. Poi l’ho riletto, e l’ho riletto, e l’ho riletto, e ho pensato che in qualche modo dovevo cercare di tirare fuori il dolore che questo libro mi ha causato, almeno per farvi capire quanto vale la pena comprarlo e sfogliarlo di tanto in tanto; per sentire un abbraccio rassicurante che nella vita di tutti i giorni molto spesso non riceviamo.

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Sulla copertina c’è una bambina dai capelli rossi su una barca piena di parole infelici. La vita che vuole rappresentare l’autore è una vita che procede in modo ordinario, aggravata dal peso dei pensieri oscuri e dell’incomprensibilità. Una vita che attende davanti alla finestra un cambiamento, ma nell’universo che configura Shaun Tan è come se non ci fossero suoni e a nessuno sembra importare più della luce che contraddistingue le persone. Succedono cose brutte inspiegabilmente. È un mondo in cui è difficile scegliere cosa fare, o che tipo di persona essere; un mondo in cui ci si perde per la sua vastità e complessità. Un universo non tanto diverso dal nostro.
Però rimane la speranza, la capacità di cogliere ciò che fiorisce inaspettatamente e di vedere quella luce che ormai teniamo nascosta dentro il petto, riflettersi anche fuori.

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Shaun Tan ci pone di fronte a 32 pagine strazianti e allo stesso tempo confortanti, con delle tavole incredibilmente belle. Credo sia un piccolo viaggio capace di adattarsi a ciascuno di noi.

La principessa che scriveva – Nerina Fiumanò, Angelo Ruta

La settimana scorsa vi ho parlato del Pisa book festival e della mia felicità nel vedere l’editoria indipendente così attiva e apprezzata. Oggi vi parlo della casa editrice che più mi ha colpita durante questo festival, e che, debbo ammettere, non conoscevo!
Avevo sentito nominare diverse volte Verbavolant edizioni ma non so per quale motivo non mi sono mai avvicinata al loro stand durante le varie fiere sparse per l’Italia; di conseguenza, non conoscevo il loro catalogo.

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Quello che più mi ha colpita è il modo in cui mi sono stati presentati i libri e la passione che ho sentito traboccare dalle parole degli editori. Credo sia difficile attribuire ad una categoria le pubblicazioni di Verbavolant, infatti il “libro” di cui vorrei parlarvi oggi è un ibrido, una via di mezzo tra un albo illustrato e un poster d’autore, tanto che il marchio “Libri da parati” è stato registrato proprio da loro.

La storia si segue tramite le diverse facciate di questo poster che si dispiega pian piano e che alla fine raggiunge le dimensioni 100×70. La scelta è stata davvero difficile tanto che ormai ho deciso che piano piano tutti i Libri da parati diventeranno miei e riempiranno le pareti della mia camera. Quello di cui non potevo fare a meno però, dopo averlo visto, è La principessa che scriveva.

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Questa bellissima storia narrata da Nerina Fiumanò e illustrata da Angelo Ruta inizia con “C’era una volta”. La protagonista è una principessa che viveva in un castello, in un regno tranquillo. La principessa amava scrivere, scriveva sempre e ciò la faceva sentire in pace.

“Perché il suo sentire il mondo
era un albero agitato del vento.”

Un giorno, l’ordine nel suo regno viene sconvolto e la principessa viene resa prigioniera in una piccola cella, con nulla di suo tranne penna e inchiostro. In quella terribile condizione, isolata da tutti e incapace di fare qualcosa, la principessa continuò a scrivere e l’inchiostro è come se scorresse dentro di lei, facendola sentire ancora viva.

“Scriveva con quell’unica penna
scriveva sulla sua veste,
sulla sua camicia,
sui piedi;
sulle mani
su ogni angolo di pelle del suo corpo.
Perché nulla restasse senza parole,
perché tutto rimanesse su di lei.”

Quando il regno fu liberato tutti gioirono alla visione della principessa sana e salva e rimasero colpiti guardando il suo corpo interamente ricoperto da tutto ciò che aveva vissuto. Una volta libera, la principessa decise di immergersi nelle acque di un fiume vicino, lavando via le parole che la ricoprivano, diffondendo nei luoghi vicini un messaggio di speranza.

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Sono rimasta davvero folgorata dai Libri da parati, a partire dalla carta in sé, finendo alle illustrazioni che ricoprono ogni singola facciata, per non parlare della poesia. Una cosa così bella non potevo non farvela conoscere, soprattutto ora che si avvicina il Natale!

Pisa book festival

Mi avevano parlato del Pisa book festival come di un evento triste e poco frequentato invece credo di non aver mai visto una comunità così attiva nella lettura come quella di Pisa.
Sono passati due mesi dal mio trasferimento in questa piccola città e una delle cose che ho notato, nonostante gli strani orari dei negozi, è la grande presenza delle librerie indipendenti con i loro lettori fidati.

Mi aspettavo un festival piccolo e mi sono ritrovata di fronte ad un festival ancora più piccolo, ma nel suo esiguo spazio il Pisa book festival ha saputo sfruttare tutte le possibilità che aveva. Anzi, forse è proprio l’essenzialità la sua carta vincente.
Il Pisa book festival è una fiera degli editori indipendenti che ormai si tiene da quindici anni e che fa della qualità il proprio credo: non ci sono programmi infiniti impossibili da gestire o labirintiche scale in cui perdersi. Ci sono due piani di stand, un’area junior e poco meno di dieci sale per gli incontri, il tutto facile da gestire per una persona che si perderebbe dentro casa sua e per una indecisa cronica che perde ore per decidere a quale incontro partecipare. Al visitatore viene offerto un ventaglio di circa cinque incontri diversi ogni ora, scelti con cura e divisi equamente per caratteristiche; la scelta è immediata e soddisfacente.

La mia presenza costante al festival era inevitabile: avevo voglia di spendere tanti soldini in libri e di immergermi in quell’atmosfera meravigliosa che mi fa sentire il cuore pieno. Il primo giorno, venerdì, sono andata a tastare il territorio: ho girato più volte l’edificio, ho segnato i possibili acquisti e mi sono anche innervosita per tutta la gente che c’era! Cosa super positiva e di cui sono stra contenta ma con tanta gente intorno, personalmente, non riesco a godermi l’esperienza appieno, ho bisogno di calma.

Sabato, tatticamente, sono entrata in fiera subito dopo pranzo e ho trovato la giusta tranquillità per fare un po’ di acquisti. Alle 16 invece mi attendeva un incontro con Minna Lindgren, autrice della trilogia di Helsinki (Mistero a Villa del Lieto Tramonto) e la sua traduttrice, Irene Sorrentino. Un incontro chiamato Women in writing in cui si è parlato del ruolo della donna nella letteratura e soprattutto delle scrittrici in Finlandia, e del grande potere che ha il lettore quando entra in libreria e fa una scelta, quella scelta che poi finirà nelle statistiche di mercato e determinerà le uscite successive.

Domenica, realizzato ormai che non ho più l’età per fare queste maratone ai festival, ho partecipato ad una serie di incontri interessanti:

  • “Cosa leggono gli scrittori d’oggi” con Vanni Santoni, Orazio Labbate, Ilaria Gaspari e Giuliano Pesce, in cui si è discusso delle opere che ispirano uno scrittore, quelle che buttano giù per la loro grandezza e quelle che danno la giusta dose di autostima per provarci. Mi è piaciuta soprattutto una riflessione di Ilaria Gaspari, “la letteratura è come un mercatino”: ci sono cose usate, cose brutte, cose che però pur essendo fatte male in qualche modo le prendi, le apprezzi e le puoi riutilizzare, le puoi rimodellare ed entrano a far parte di te o delle tue opere.
  • “Dare una voce al Kraken. Appunti di uno sceneggiatore”, presentazione del nuovo fumetto di Emiliano Pagani e Bruno Cannucciari, Kraken, edito da Tunué.
  • “Paolo Cognetti: Le otto montagne.” Ormai la mia ossessione per Cognetti la conoscete e qui confermo, nuovamente, che è un uomo adorabile. La mia copia de Le otto montagne purtroppo l’ho lasciata a casa in Puglia però mi consolo con la bellissima dedica che mi ha lasciato su New York stories.

Ed eccomi agli acquisti, lo so che stavate aspettando questa parte! Ho scelto le case editrici che mi hanno più impressionata, per passione, per gentilezza (caratteristica da non sottovalutare), per qualità. La mia scelta è ricaduta innanzitutto su Verbavolant edizioni e uno dei suoi bellissimi Libri da parati. Anche Add edizioni mi ha sedotta con “L’arte dell’attesa” che, a dire la verità, non era nella mia wishlist ma quando l’ho visto lì non ho potuto fare a meno di prenderlo. Infine due acquisti che avevo già programmato, devo dire la verità: “Il corpo che vuoi” di Alexandra Kleeman di Black coffee edizioni, da cui mi aspetto tantissimo, e “L’albero rosso” di Shaun Tan che mi ha letteralmente lasciata incantata.

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Quindi spoiler, ora sapete quali saranno i miei prossimi consigli di lettura!
Quando torno a casa da questi festival mi pervade una felicità strana, un tipo di felicità che solo i libri sanno donarmi, alimentata dalla passione che vedo nel momento in cui gli editori mi presentano un loro libro o dalle riflessioni che vengono fatte durante le presentazioni. Ci sono stati anche editori che mi hanno consigliato libri di altre case editrici, per puro amore nei confronti del proprio lavoro.

Vi lascio la pagina Facebook del blog dove condivido wishlist, giveaway di case editrici e citazioni meravigliose, e il mio Instagram, pieno di libri ❤

Buone letture, qualsiasi esse siano,
Esther Greenwood

Exit west – Mohsin Hamid

Ho iniziato questo libro con la consapevolezza che mi avrebbe colpita, ma non credevo mi avrebbe resa così infelice. Si tratta di una infelicità temporanea e inquieta, dovuta alla rara immedesimazione con i protagonisti di questa storia.

In un paese del medio oriente a noi sconosciuto, in un futuro non troppo lontano, due sguardi si incrociano. Saeed è un po’ impacciato, timido, Nadia indossa costantemente la tunica per scelta, per mantenere la sua indipendenza, e guida una moto sportiva. Il clima che si respira nella loro città è tossico: a cavallo di una guerra civile pronta a scoppiare. Vivere nel proprio paese smosso dalle sparatorie è difficile, ancora più difficile è fuggire. Ancora più difficile è accettare che il tuo paese ti sta rifiutando, sta cambiando, e che il luogo che hai sempre identificato come casa, è il luogo in cui sei in pericolo. Un luogo senza futuro.

Nadia e Saeed si incontrato in un’aula scolastica e cautamente iniziano a vedersi di nascosto perché uomini e donne non sposati non possono farsi vedere insieme. Si avvicinano tramite la lettura, la marjiuana, la musica, e dopo poco tempo si scoprono innamorati. Il loro amore ci viene dipinto come un amore giovane, timoroso ed esitante, represso dalla società e dalla religione di Saeed.

La guerra incalza e giornalmente ci sono tragiche notizie. Non c’è più la corrente, i cellulari smettono di funzionare e il mondo sembra fermarsi. Tutto diventa opaco, immobile. Non c’è modo di fuggire fino a quando, silenziosamente, si sparge la voce di alcune porte nascoste e controllate, capaci di portarti altrove. Difficile da credere e difficile da affrontare, dovendo pagare per fuggire e con il rischio di finire uccisi nell’intento.
Nadia lascia la sua casa, il suo giradischi, la sua indipendenza tanto guadagnata; Saeed lascia la sua famiglia.

…ma così vanno le cose, perché quando emigriamo assassiniamo coloro che ci lasciamo alle spalle.

Insieme a Nadia e Saeed, Hamid ritrae altri esseri umani sparsi per il mondo: immigrati, nativi, stranieri nella propria terra, facendoci capire quanto sia labile il confine o del tutto inesistente.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

Ciò che fa Hamid è colpirti silenziosamente: il narratore esterno non rende questa storia sottotono, non cerca di renderla triste in qualche modo, non ce n’è bisogno. Si tiene distante, semplicemente raccontando, e alla fine di ogni capitolo ti lancia un dardo, una riflessione capace di farti rimanere con il libro chiuso per un po’ di tempo a pensare. A immaginare come affronteresti tutto questo se al posto di Nadia e Saeed ci fossi tu.
Ho riscontrato nella scrittura di Hamid la grande capacità di farti immedesimare, tanto da rendere i miei giorni un po’ più infelici, influenzati da questa storia fin troppo vera e vicina a noi.

Atlante leggendario delle strade d’Islanda

In un luogo scarsamente popolato da esseri umani per il suo clima non proprio confortevole, troviamo un’infinità di creature magiche, a partire da reverendi con doti portentose finendo a elfi, spettri, trollesse e mostri marini. L’Atlante leggendario ci permette di avventurarci nei luoghi fantastici dell’Islanda, luoghi sconosciuti e poco accoglienti, seguendo la statale n°1 che percorre l’intera isola.

I racconti sono molto brevi (massimo quattro pagine) ed è possibile trovare qualche volta anche un’illustrazione che alimenta la nostra fantasia. Alla fine del libro si rivela una cartina apribile che ci mostra come queste sessanta leggende ricoprano tutto il territorio, tanto è vero che il volume è diviso in sei capitoli: Islanda Occidentale, Fiordi Occidentali, Islanda Settentrionale, Islanda Orientale, Islanda Meridionale e Islanda Centrale. Personalmente ho amato molto i racconti dell’Islanda orientale, popolati soprattutto da elfi e con protagonisti luoghi completamente disabitati.


Questo magico atlante è a cura di Jón R. Hjálmarsson, esperto in storia e cultura islandese, ed è tradotto da Silvia Cosimini. Se come me siete innamorati dell’Islanda quello che farete è un viaggio interiore con questi luoghi meravigliosi nella vostra mente. Sono storie talvolta macabre e “strane” ai nostri occhi, ma che fanno parte della cultura Islandese e sono particolarmente legate ai luoghi in cui si suppone siano avvenute.

Ho amato davvero tanto questa raccolta così come sto amando ogni singolo libro edito da Iperborea ma in questo caso ho notato una piccola mancanza: nonostante ci sia un’introduzione iniziale e un’introduzione per ogni leggenda, ci sarebbe bisogno di una guida per noi che leggiamo con occhi diversi, noi che non abbiamo occhi islandesi.
Ci sono creature che ricorrono molto spesso, di buon auspicio e non, e sarebbe stato bello comprendere come vengono viste queste creature nel loro immaginario (quello degli islandesi). Ecco, credo ci sarebbe voluta una piccola guida alle creature. Al di là di questo lo ritengo un libro perfetto.

Qualche colonna sonora migliore dei Sigur Ros per questo atlante? Mettetevi al buio sotto le coperte con le cuffie nelle orecchie e guardate la copertina del libro che sembra fatta a mano. Guardatela con attenzione e vi ritroverete lì al freddo, su una costa che sta per essere sepolta dal mare o nei pressi di un lago ghiacciato, e guardatevi sempre dietro, potrebbe esserci un elfo nascosto, una trollessa pronta a farvi un dispetto o uno spirito di qualcuno che non ha ancora trovato pace e che urla nella notte.