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"I libri anticipano l'eternità"

Il libro del mare – Morten A. Stroksnes

Uscito per Iperborea qualche mese fa, finalmente ho nella mia libreria uno di quei libri che inspiegabilmente emanano vibrazioni fortissime, quelli che sai già che amerai, senza aver letto nulla. Un libro con una delle copertine più belle mai viste.

Il libro del mare (pp. 352, €17.50) è uno di quei libri che vorresti sempre avere come compagno di viaggio, che tu sia al mare o in montagna, o semplicemente steso sul divano ad immaginare luoghi che ti riprometti di ammirare, un giorno. Il sottotitolo “o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare” è esplicativo per quello che accade realmente, per la storia che il narratore decide di raccontarci, ma in realtà la storia non è una sola. Questa grande sfida, questa incredibile caccia allo squalo della Groenlandia diventa occasione per creare un compendio sulle creature marine, sulla storia del mondo, su quello che conosciamo e su quello che ancora temiamo. Citando la letteratura e la poesia marinaresca, Morten ci fa galleggiare insieme a lui e ad Hugo su questo gommone che potrebbe essere benissimo capovolto da un branco di orche incattivite, o disperso per la fortissima corrente.

“Ma a quanto ne sappiamo, negli abissi il numero di specie è superiore, e quasi tutta la vita laggiù ha caratteristiche stupefacenti, come se appartenesse a un altro pianeta, o fosse stata creata in un lontano passato in cui vigevano altre regole, e qualunque fantasia poteva realizzarsi.”

Un sorta di saggio/romanzo in cui si intrecciano mille storie e leggende: quella di Morten, quella di Hugo e di tutti i suoi antenati abili pescatori, le storie di tutte le persone che hanno catturato uno squalo della Groenlandia e dell’abilità che hanno sviluppato dopo un’impresa del genere.


Una ricerca senza fine per qualcosa che probabilmente non riusciremo mai a conoscere o ad ammirare. La bellezza dell’ignoto e di quello che nasconde. 

Ci sono libri che ti fanno comprendere determinate cose, libri che ti lasciano impassibile e libri che sembrano macigni per quello che ti lasciano dentro, Il libro del mare è uno di questi. Sicuramente sono io che ho una passione smisurata per il mare e per le creature che lo popolano, ma davvero, avrei voluto che fosse senza fine.

 

Cari lettori, il blog va in vacanza! Io no in realtà. Però vorrei prendermi una pausa da tutto il mondo social in generale e rifugiarmi nel grande classico che mi attende sul comodino quest’anno: Anna Karenina. Buone vacanze e buone letture! Ci rivediamo a Settembre.

 

Indiscrete domande letterarie Book Tag!

Non ho mai fatto un articolo del genere, credo sia arrivato il punto in cui è doveroso conoscerci meglio! Vi rimando al blog della mia cara amica Carla, da dove ho presto il tag! Siete tutti invitati a rispondere, anche solo commentando! Sono curiosa di conoscere le vostre abitudini.

1. Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni?

Ni. Tempo fa, non essendo pratica di social, sceglievo i libri in base alle sensazioni che mi davano, leggendo il titolo o guardando la copertina. Adesso devo dire che con il magico mondo di Instagram non ho più il problema del “non so cosa leggere” perché seguo tantissimissime persone che fanno della lettura il loro credo, quindi consiglio di qua, consiglio di là, ecco la mia wishlist di cento titoli!

2. Dove compri i libri? In libreria o online?

Anche quì, dipende. Al sud non ci sono molte librerie, anzi nel mio paese non ce ne sono affatto, quindi quando sono a casa in Puglia compro principalmente online, soprattutto perché spesso non trovo quello che cerco nelle librerie in città. Quando vivevo a Roma invece il mio passatempo preferito era andare in giro a scovare luoghi meravigliosi, in cui poter mangiare e leggere contemporaneamente ❤

3. Aspetti di finire un libro prima di comprarne un altro? O hai una scorta?

Ho sempre una scorta di circa quaranta titoli che non si esaurisce, MAI. Principalmente perché invece che smaltirli io continuo a comprare e comprare! Devo dire che mi sento un po’ in colpa ma in realtà la maggior parte dei libri ancora da leggere provengono da quel meraviglioso sito di scambi che è BOOKMOOCH (cliccate per leggere l’articolo), quindi l’idea di non aver speso soldi mi fa stare più tranquilla.

4. Di solito quando leggi?

Ehm, sempre? :’) Adesso che sono in vacanza tutto il giorno! Quando studio invece cerco di ritagliarmi un po’ di spazio la mattina appena sveglia o nei momenti morti, la sera sono troppo troppo stanca!

5. Ti fai influenzare dal numero di pagine quando compri un libro?

Quando lo compro no, quando devo leggerlo sì. Dipende in che mood sono, se ho bisogno di variare velocemente o se mi va di buttarmi in un mattone senza fine!

6. Genere preferito?

Lo sapete che lo sto cercando ma proprio non lo so? Fino a qualche anno fa avrei detto classici, ora invece sto sperimentando tantissimo andando dalle graphic novel alla letteratura contemporanea, americana ed europea. La risposta è: per ora non lo so.

7. Hai un autore preferito?

Sylvia Plath, assolutamente. Non ho ancora parlato per bene di lei ma credo che dal titolo del blog si intuisca quanto sia importante per me: è stata l’unica a dare a voce ai miei pensieri in un certo periodo della mia vita, a farmi sentire compresa e meno sola.

8. Quando è iniziata la tua passione per la lettura?

Fin da piccola. Iniziai con Geronimo Stilton e con i libri de Il battello a vapore che le maestre ci consigliavano a scuola. Mia madre era contraria a comprarmi libri e la sua giustificazione era “li finisci in un giorno!”, quindi io pur di leggere rileggevo in continuazione quelli che avevo ❤

9. Presti i libri?

Mmm, no. Credo che siano solo due le persone a cui presterei i miei libri perché so che li tratterebbero come li tratterei io. Tendo a tenere i miei libri immacolati, così come li ho acquistati e l’idea di non saperli al sicuro con me non mi fa stare tranquilla!

10. Leggi un libro alla volta o più libri insieme?

Dipende. Se ho un bel mattone da leggere cerco di alternarlo con qualcosa di leggero, magari una graphic novel o un romanzo di massimo duecento pagine.

11. I tuoi amici e familiari leggono?

Purtroppo no, ecco uno dei motivi principali per cui ho creato questo blog. Il mio bisogno di parlare di libri è smisurato e le persone che mi circondano si sono stancate del mio essere monotematica! Dico solo che l’unico libro che c’era in casa prima di iniziare a creare la mia libreria era quello di Maurizio Costanzo!

12. Quanto tempo ci metti mediamente a leggere un libro?

Dipende dalle pagine! La mia media è di circa venti pagine ogni mezz’ora. Poi ci sono quei libri scorrevolissimi con caratteri cubitali che riesci a terminare anche in un paio di ore 🙂

13. Quando vedi una persona che legge, ti metti a sbirciare il titolo?

Sì sì! Sono una persona che sbricia e che giudica molto in base a ciò che si legge; lo so, sono cattiva. Lo faccio anche con i gusti musicali delle persone! Credo che i gusti letterari e musicali siano rappresentativi della persona stessa, non posso fare a meno di tenerli in considerazione.

14. Se tutti i libri del mondo fossero distrutti e tu ne potessi salvare solo uno quale sceglieresti?

Sono scontata se dico La campana di vetro, vero? No, non lo so, troppo difficile!

15. Perché ti piace leggere?

Perché mi fa sentire piena, sazia, un po’ come Firmino.

16. Leggi libri in prestito da amici o biblioteca o solo quelli che compri?

In prestito da amici no, praticamente non è mai successo. La biblioteca ho smesso di frequentarla da un po’ perché mi ci affeziono troppo ai libri e va a finire che alla fine li compro comunque.

17. Qual è il libro che non sei mai riuscita a finire?

L’amante di Lady Chatterly che comunque conto di riprendere, un giorno. Dracula di Bram Stoker che so che non ce la farò mai a finirlo perché l’ho trovato incredibilmente pesante e Piccole donne, mamma mia quanto l’ho odiato! Ci sarebbero anche Caos Calmo di Veronesi e L’amore ai tempi del colera.

18. Hai mai comprato un libro solo perché ti piaceva la copertina? E cosa ti piace della copertina?

Assolutamente sì, per me la copertina è importantissima. Rappresenta il lavoro che è stato fatto dietro quel libro e le edizioni curate nei minimi dettagli sono quelle che apprezzo di più.

19. C’è una casa editrice che ami particolarmente e perché?

La Fazi, sicuramente. La grafica delle loro copertine è eccezionale, per non parlare del meraviglioso profumo delle pagine che solo i loro libri hanno! Loro spaziano molto, dai classici alla letteratura contemporanea e anche young adult. Al secondo posto o forse anche primo insieme alla Fazi sicuramente metterei la Bur, adoro tutto del loro catalogo. Ultimamente però sto apprezzando tantissimo anche Einaudi e Iperborea.

20. Porti i libri dappertutto? O li tieni al sicuro in casa?

Se è nuovo solitamente lo porto in borsa all’interno di una bustina, per non farlo rovinare. Se è usato oppure molto resistente lo butto un po’ così, senza danneggiarlo troppo però!

21. Qual è stato il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?

Cattedrale di Carver, regalatomi da Carla ❤ e Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari da parte dei miei amici, come regalo di compleanno.

22. Come scegli un libro da regalare?

Regalo libri o fumetti anche a chi di solito non legge, da qui potete capire quanto sono rompiscatole! Cerco di rispettare sempre i gusti e non so come ma solitamente mi viene spontaneo pensare un libro e associarlo a una persona a cui potrebbe piacere!

23. La tua libreria è ordinata secondo un criterio o in ordine sparso?

La mia libreria è ordinata secondo casa editrice e all’interno di questo ordine secondo autore. Cerco di rispettare i colori e trovo che la soluzione per casa editrice sia ottima.

24. Quando leggi un libro che ha le note le leggi?

Certo!

25. Leggi le prefazioni, postfazioni, introduzioni?

Sempre alla fine! Di alcuni libri non voglio sapere una virgola, voglio che sia tutto una sorpresa.

Ed eccoci alla fine, ce l’ho fatta! Solitamente non amo questi tag ma questo è abbastanza esaustivo e vi da un po’ di informazioni su di me. Ora voglio sapere tutto su di voi!

Vi lascio qualche link, se volete seguirmi su Instagram (dove posto solo libri in pratica) o sulla pagina Facebook del blog! Fresca fresca.

La linea sottile tra l’esilarante e l’amaro.

Sono stata assente, lo so, chiedo perdono! Posso attribuire anche la colpa al corriere? Dai sì. Mi farò perdonare con ben due articoli questa settimana!

Le mie mani fremono perché voglio parlarvi di una delle graphic novel più belle che io abbia mai letto: Residenza Arcadia di Daniel Cuello, edita da Bao (176 pag., €20). Come sempre ho delle grandi difficoltà a parlare di qualcosa che mi ha davvero colpita ed è anche la prima volta che cerco di non terminare una graphic novel, solitamente le divoro in poche ore! L’ho amata così tanto da centellinare le pagine in modo da finirla il più tardi possibile.

“Residenza Arcadia è un microcosmo che pullula di emozioni taciute. Lamentazioni, rivendicazioni e le insondabili profondità di animi che guardano il mondo dal silenzio dello spioncino.”

Residenza Arcadia, nella sua limitatezza in termini di personaggi e di ambienti (in quanto si svolge interamente in un condominio e i personaggi sono una decina), è incredibilmente rappresentativa del nostro tempo nonostante sia ambientata in un futuro prossimo. I protagonisti sono per lo più anziani, condòmini di questa residenza su cui incombe un pericolo: nuovi inquilini. La nazionalità e le caratteristiche di questa nuova famiglia non sono specificate, proprio per adattare questa forma di “razzismo”. Gli inquilini storici si rifiutano di accettare questo cambiamento, visto come una macchia sulla bella reputazione della residenza e come una rottura degli equilibri presenti. La coalizione contro i nuovi arrivati è inevitabile.

Alla base dei rapporti tra gli inquilini c’è il silenzio sulle loro vite, le urla invece per scegliere le petunie o le gardenie. C’è Mirta e la sua costante paura di essere derubata, Emilio e i social, Dirce e le apparenze, Dimitri, il riso che gli arriva per posta e i segreti condivisi con Ester, figura autoritaria di fronte la quale tutti si sentono in dovere di essere ben sistemati, nel giusto. Ad ogni appartamento è abbinata una tavola di colori, rappresentativa per i personaggi che ci vivono e per il tipo di storia che nascondono all’interno.

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Fin dal principio Residenza Arcadia si presenta come un racconto divertentissimo, capace di farti ridere a crepapelle anche se sei sui mezzi pubblici; in realtà questi appartamenti sono dei piccoli contenitori che si aprono al lettore circa a metà volume, rivelandoci storie di grande impatto, originali e soprattutto tristissime. Mi aspettavo una graphic novel divertente e invece mi sono ritrovata in una graphic novel divertente e ben strutturata, capace di farmi ridere a pagina 66 e farmi piangere a pagina 67.

Daniel Cuello penso lo conosciate già per le magnifiche vignette che propaga nel web, con uno stile che è già di per sé esilarante. Io mi sono innamorata delle sue tavole e ho voluto immediatamente recuperare il suo primo lavoro! Attendo i prossimi con impazienza.

Il suono del mondo a memoria – Giacomo Bevilacqua

Il suono del mondo a memoria è una graphic novel edita da Bao (192 pag., €21) e creata da Giacomo Bevilacqua. Il protagonista di questa tenera ed emozionante storia è Sam, un ragazzo che decide di vivere per due mesi a New York senza parlare, senza particolari contatti, tutto per scrivere un articolo su una rivista.


Già dalle prime tavole vediamo Sam immerso in questa avventura: ormai sa come pagare la padrona di casa, come gestire i contatti quotidiani, come farsi capire quando ha bisogno di un caffè o di ordinare qualcosa in un ristorante. Ha già compreso i meccanismi e tutto sembra procedere per il meglio. Il bianco e il nero in qualche modo sono la sua essenza, il suo modo di vivere, ma ad un certo punto questa monotonia, questa patina sbiadita, svanisce.
Sam ha una patina davanti agli occhi, una barriera da cui si può vedere tutto ma a niente e nessuno è permesso l’ingresso. La macchina fotografica, le cuffie, modi per entrare in contatto con il mondo e allo stesso tempo isolarsi. Ponendosi dietro l’obiettivo, Sam ha modo di vedere ciò che lo circonda, cercando di entrare a farne parte, senza essere toccato, senza soffrire.

Tra i colori scuri, ad un certo punto del racconto, iniziano ad esserci dei colori vivaci: colori che neanche Sam aveva notato e che iniziano a comparire ovunque, in qualsiasi luogo, in tutte le sue fotografie. È il colore che silenziosamente entra a far parte della sua vita, pur cercando di non vederlo.

“Le regole autoimposte nascono da un mio bisogno primario: soffrire il meno possibile”

Cosa è successo a Sam si capisce solo nelle ultime pagine. Le perdite che subiamo nella nostra vita ci portano a pensare che qualsiasi forma di contatto, di amore, equivalga a sofferenza. Portano l’isolamento, ci fanno chiudere come un riccio, e le spine ci aiutano a tenere lontane le cose brutte, ma anche quelle belle.

Il suono del mondo a memoria è una storia commovente, tenera e soprattutto vera. Tramite i colori pastello e le diverse sfumature, Giacomo Bevilacqua è riuscito a rappresentare New York perfettamente, con alcune tavole che ho trovato incredibilmente suggestive. L’armonia tra i colori ispira un senso di pace, tranquillità, quel silenzio che Sam vive in quei mesi e che improvvisamente diviene suono.

 

Stoner – John Williams 

In pochi anni, questa è la terza volta che rileggo Stoner, pubblicato da Fazi editore. È il mio porto sicuro, un po’ come La campana di vetro. È la certezza di ritrovarsi in parole già lette e ogni volta è un “ritrovarsi” diverso.

Il ritratto di Stoner è il ritratto di un uomo che mai si sarebbe aspettato di esser smosso da una passione. Stoner vive con i genitori a Booneville, li aiuta con la terra e proprio per fornire aiuto alla sua famiglia a diciannove anni, quasi per inerzia, si iscrive alla facoltà di Agraria all’Università del Missouri. Durante il secondo anno si imbatte in un esame richiesto a tutti gli studenti: letteratura inglese. Senza neanche accorgersene, dentro di lui si accende una luce che non aveva mai pensato di avere. Abbandona la facoltà di Agraria, spinto dall’unica persona che aveva visto in lui la scintilla, e inizia a studiare Lettere per diventare un insegnante.


Stoner si comporta da spettatore, osservando ciò che succede intorno a lui. L’insegnamento, un matrimonio infelice, due soli amici neanche tanto stretti: la vita di Stoner potrebbe essere definita una vita ordinaria e desolata ma, proprio come dice Peter Cameron nella postfazione, è stata la bravura di John Williams ad averla resa così appassionante e straziante.

“L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio.”

Questa citazione potrebbe rappresentare il percorso di Stoner nell’intero romanzo. Un incontro casuale e fortuito che porta a galla quello che non sapevi di avere. Lo scopri così e lo accetti perché ti è stato caldamente consigliato e poi diventa l’unica cosa che ti fa vivere, l’unica che ti fa sentire te stesso e che fino alla fine difendi con tutta la forza e l’orgoglio che hai. Una vita che trova uno scopo in una passione inspiegabile, non rappresentabile, intima, solo sua. La vita di Stoner è anche crescita simultanea, accettazione, consolazione e rammarico. Una storia il cui segreto non è ancora stato carpito. 

Incredibile anche il caso editoriale: un romanzo pubblicato nel 1965 e poi riscoperto nel 2006 con grande interesse da parte della critica e dei lettori. L’abilità di John Williams sta nel far vivere in simbiosi il lettore con il protagonista perché per quanto possa essere ordinaria la sua vita, Stoner affronta interrogativi profondi e onnipresenti dell’esistenza.

Sentivo di doverlo rileggere dopo aver recuperato Nulla, solo la notte e Butcher’s crossing, ma per quanto impeccabili e appassionanti, Stoner ha il primo posto nel mio cuore. Aspetto impazientemente l’uscita di Augustus, l’ultimo romanzo di John Williams per Fazi Editore (nonché la mia casa editrice preferita) ❤️

Vorrei dirvi altro ma mi fermo qui, vorrei che vi sorprendeste ad ogni piccola scoperta, proprio come ha fatto Stoner nella sua vita.

La mia seconda occasione a Philip Roth. Pastorale americana.

Mi ritrovo dopo cinque anni a parlare nuovamente di Philip Roth, questa volta in modo positivo. Mi approcciai a Roth scovando in biblioteca La macchia umana, piena di aspettative per un titolo che consideravo incredibile. Sarà stata l’età, sarà stata la mia immaturità come lettrice, sta di fatto che non riuscii ad apprezzarlo e lo abbandonai dopo circa cinquanta pagine. Sono qui adesso invece perché devo ASSOLUTAMENTE consigliarvi uno dei libri più rappresentativi dell’America, non a caso si chiama Pastorale americana. Dovrebbe essere qualcosa di simbolico, in un certo senso anche convenzionale, dipende però dal modo in cui lo si guarda.


Attraverso la ricerca di Nathan Zuckerman, uno pseudonimo che Roth usa spesso, percorriamo i passi del “vincente” Seymour Levov, chiamato Lo Svedese, una stella promettente nel mondo atletico. “Lo Svedesone” ha la vita programmata: è popolare, benestante, ogni pedina della sua vita è già sistemata, pronta a fare quello che lui desidera. La sua famiglia ebrea è una delle più importanti, conosciuta per la produzione di guanti in pelle. Seppure così portato nello sport, Seymour finisce a lavorare nell’azienda di famiglia, sposa una bellissima donna proclamata Miss New Jersey, concepisce una figlia in cui ripone tutte le sue speranze. Dovrebbe essere una normale famiglia americana, ma no, è proprio l’America. Ambientato all’epoca della guerra del Vietnam, Pastorale americana è l’emblema della decadenza: è la vita sconvolta da un uragano, dopo averla programmata passo per passo. Non è la storia di una guerra. Non è la storia di una figlia incompresa, influenzata, dirottata. Non è la storia di una ex Miss New Jersie etichettata per la sue bellezza e la sua mancanza di aspettative nella vita. È l’America privata del suo velo di perfezione. 

La caratterizzazione dei personaggi, in questo romanzo, è a dir poco eccezionale. Io ci provo a descrivere i miei preferiti, ma sminuirò sicuramente l’operato di Roth. Down, moglie dello Svedese, è una donna bellissima; ha partecipato a Miss New Jersie solo per poter vincere il premio in denaro in modo da poter alleggerire il peso di suo padre, ma l’etichetta della bellezza senza sostanza rimarrà sempre come una luce al neon sul suo volto.
Merry è sua figlia, dolce, piccola e balbuziente. Quanti anni passati per farla stare meglio, per comprendere il suo problema e risolverlo, ma Merry è coinvolta nella guerra, quella che hanno portato nel suo paese e che lei ha portato nella sua casa.

Tua figlia è il terremoto che non avevi programmato, quello che maledici e che ti fa pensare a cosa hai sbagliato nella vita, quello che ti fa pensare “perché a me”. Il lifting è quella cosa che fai per tirarti su, per stare meglio, per cancellare le sofferenze dal volto. L’amore è quella cosa che ricerchi, che ti fa combattere, ma da cui rifuggi per andare in lidi sconosciuti. E passo dopo passo ti accorgi che tutte le pedine che avevi predisposto sono cadute, sono andate a fuoco, hanno ribaltato il gioco.

A letto, di notte, vedeva tutta la sua vita come una bocca balbuziente e una faccia contorta: una vita senza scopo, senza senso e completamente sbagliata. Non aveva più la stessa nozione di ordine. Non c’era nessun ordine. Nessuno. Lo Svedese vedeva la sua vita come il pensiero di un balbuziente: totalmente sfuggita a ogni controllo.

Non ammazzatemi, io ci ho provato. In questo libro Philip Roth analizza la vita e l’America, due cose che in un singolo articolo non possono proprio starci. Ma ci tenevo a parlarvene, ci tenevo a consigliarvelo. Non credevo mi prendesse così tanto, ci sono andata piano per la delusione precedente e per l’ambientazione della guerra che (fortunatamente per i miei gusti) è trattata solo sullo sfondo. L’ho divorato in pochi giorni e rimarrà come un quadro dell’America impresso nella mia mente. Cinque stelle.

Sofia si veste sempre di nero – Paolo Cognetti

Ogni anno, o meglio ogni estate, mi propongo di rileggere alcuni libri: libri che magari ho letto anni fa, libri che sento di non aver compreso completamente, o semplicemente, libri che ho amato. Tra i sei prescelti, la prima rilettura di quest’estate è Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti, pubblicato nel 2012 da minimum fax. 

L’incipit è una poesia di Sylvia Plath, la mia poesia preferita di Sylvia Plath, quindi già dalla prima pagina non posso che amarlo. In realtà per questo libro non parliamo di romanzo ma di una raccolta di racconti, dieci per esattezza, incentrati sui diversi personaggi che in qualche modo hanno fatto parte della vita di Sofia, fin dal principio. Li definirei incredibilmente veri.


Entriamo a passi silenziosi nella vita dell’infermiera dell’ospedale il giorno che nacque Sofia, nella mente di sua madre piena di aspettative, ormai delusa dalla vita. Osserviamo suo padre, le sue donne e la sua triste percezione dell’amore. Sua zia Marta, la persona più vicina a Sofia per animo, per spirito rivoluzionario. I rapporti con le sue coinquiline e infine Pietro, un altro fratello mancato. Ognuno di questi dieci racconti è un tassello di un puzzle che il narratore cerca di comporre e che non porterà mai a termine: Sofia è un puzzle lasciato a metà, mancano dei pezzi a tutti, forse mancano anche a lei.

Sofia Muratore ha un particolare talento: quello di comprendere quando è giunta la fine, quando è il momento di mollare tutto e andare. Sofia fa l’attrice, eppure non sa piangere a comando. Sofia non ama mangiare eppure con le persone giuste sorvola questo ostacolo. Sofia ha tentato il suicidio a sedici anni. Sofia ha capito di non sentirsi “giusta” neanche a casa sua.

Così porti in giro le tue identità come sorelline litigiose, una che tira per correre avanti e l’altra che punta i piedi.

Sofia ha il viso asimmetrico, un occhio pigro, è piena di piercing e ha sempre una sigaretta in bocca. Ama fare il bagno di sera. Sofia abbandona Milano per studiare a Roma ed ogni weekend torna a fare la parte della figlia. Sofia regala qualcosa all’esistenza di ognuno di questi personaggi: regala di sé la parte psichedelica, quella capace di affrontare qualsiasi cosa, e allo stesso tempo quella spenta, stanca di essere guardata. Due volti apparentemente inconciliabili. 

Dieci racconti che parlano e non parlano di Sofia, dieci storie diverse, connesse. È un nastro che si riavvolge e torna indietro: un parallelismo tra il legame con Oscar e quello con Pietro; il ritorno alle storie dei pirati che impersonava da bambina.

Quello di Paolo Cognetti è un ottimo esercizio di stile, tanti racconti diversi ed un’unica particolare esistenza, ma non voglio svelarvi altro. 

Firmino – Sam Savage

Firmino è uno dei quei libri adatti a qualsiasi momento della vita, soprattutto se ti sei bloccato e credi che non sia il periodo giusto per leggere. Firmino è un topolino, il tredicesimo di una cucciolata di una pantegana ubriacona, che vive con la sua “famiglia” in una piccola tana all’interno della libreria Pembroke books di Boston.  Questo piccolo topo ha difficoltà ad entrare in sintonia con i fratelli, essendo l’ultimo, sappiamo come va, conosciamo le storie degli “ultimi”; in aggiunta il fatto che sua madre ha solo dodici mammelle quindi incapace (per costituzione) di scavalcare i fratelli, Firmino aspetta la fine della poppata e raccoglie quelle poche gocce di latte che rimangono. 


Preso dalla fame, trova una soluzione e inizia a mangiare i pezzi di carta sparsi per la tana. Solo come sempre, cercando qualcosa che occupasse le sue giornate, il piccolo topo intraprende l’esplorazione dei piccoli canali circostanti, fino a conoscere con il tempo l’intera libreria. Entrando nella sala, guardando la scrivania, Firmino osserva queste pagine di carta rilegate che diventano la sua fonte principale di cibo per la mente.

Tuttavia il concetto di dipendenza non è adeguato, né abbastanza profondo, per descrivere questo tipo di fame, che io chiamerei piuttosto amore. Agli albori forse, persino perverso, non corrisposto sicuro, ma comunque amore. Così ebbe inizio l’agglutinata passione che ha dominato la mia vita.

Firmino divora parole, una dietro l’altra, e si sente in colpa per quelle che ha masticato. Il suo cervello diventa più grande, la sua mente si espande: inadatto a comunicare con la sua specie, incapace di parlare come gli uomini. Quello che cerca è l’amore, un affetto, un’appartenenza. Il rifiuto di guardarsi allo specchio, il rigetto verso la sua specie, la paura di dimenticare, pensieri così umani che Savage riesce ad esporre in modo incredibile.

Penso sempre che ogni cosa durerà in eterno, ma non è mai così. In realtà, niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria. Cerco sempre di conservare dentro di me ogni momento – preferirei morire piuttosto che dimenticare.”

Tramite gli occhi di Firmino riscopriamo l’amore per i libri, quell’amore che ci porta a essere qualcosa di più.

Le prime quindici vite di Harry August – Claire North

Sono pochi quei libri che a cinquanta pagine dalla fine ti fanno pensare “non voglio finirlo”, anche se in realtà non vedi l’ora di finirlo per vedere cosa succede. Le prime quindici vite di Harry August è uno di questi.

Harry nasce nel 1919, vive la sua vita, muore e si ritrova a rinascere di nuovo come Harry August, adottato da una piccola famiglia, finanziato dalle zie, lontano dal padre disinteressato e dalla madre morta durante il parto. Quando Harry comprende i meccanismi di questa esistenza ripetitiva capisce che non vuole ripercorrere gli stessi passi: ecco che in una vita lo vediamo dottore, in un’altra studia giurisprudenza, vive in luoghi diversi e sposa donne diverse. Ricorda tutto. Ha la possibilità di cambiare completamente la propria esistenza e ha infinite occasioni per farlo, senza intromettersi nel corso degli eventi. La seconda guerra mondiale non si può evitare, così come non si può uccidere Hitler, ci sono delle regole nel Cronus Club, gruppo che riunisce tutte le persone come Harry: i kalachakra. Cosa succede se un kalachakra, l’unico che conosce la storia, la cambia? Succede che il mondo si avvia verso la sua fine e Harry deve evitarlo.

Ogni capitolo è un salto in avanti o indietro in una delle tante vite di Harry, un tassello da aggiungere al puzzle dei suoi 899 anni. Parlando di “salti temporali”, di punti di origine di ciascun kalachakra, è normale porsi delle domande, le stesse domande che mi pongo quando guardo Doctor Who e cerco di fare discorsi infiniti sul tempo e lo spazio che finiscono per confondermi. L’autrice non ha spiegato benissimo alcune di queste cose ma credo sia voluto, tanto che gli stessi kalachakra hanno delle domande sulla loro esistenza a cui è difficile trovare risposta.

A quanto pare, ciò che del tempo conosciamo meglio è come sprecarlo.

Potrei dirvi tutto dell’antagonista di Harry, del suo amico nemico, delle sue vite e delle sua costanti ma non voglio farlo perché voglio che abbiate gli stessi tuffi al cuore che ho provato io ad ogni colpo di scena. Claire North sa far muovere benissimo Harry nel mondo, richiamando gli eventi storici e facendoci soffrire ad ogni sua piccola sconfitta. Nonostante l’esperienza ci sono cose che facciamo fatica ad imparare, insite dentro di noi e difficili da smuovere. Dopo ottocento anni di vita, dopo quindici vite diverse, Harry prova gli stessi sentimenti, cade negli stessi schemi pur cercando di reinventarsi ogni volta. Un uomo dai capelli rossi che è mille persone diverse, eppure sempre lo stesso.

Centinaia di anni di vita: ma perché quest’uomo riusciva ancora a ridurmi a dire vuote banalità, a farmi sentire un bambino che si nascondeva dai rimproveri del padrone?

Cinque stelle meritatissime.

Le ragazze – Emma Cline

L’esordio più discusso del 2016; come sempre arrivo in ritardo. La protagonista di questo romanzo è Evie Boyd, una quattordicenne qualunque che desidera essere qualcosa. Evie oltre ad essere adolescente ha una vita scombussolata: genitori divorziati, padre assente e con una nuova relazione, madre che cambia uomo ogni settimana illudendosi che sia sempre quello giusto. Evie e la sua migliore amica Connie passano le giornate con inerzia, sperando che prima o poi nella loro vita accada qualcosa.


Un giorno al parco Evie rimane paralizzata alla vista di un gruppetto di tre ragazze, così sicure e lucenti, ai suoi occhi. E cosa succede quando vuoi ardentemente far parte di qualcosa? Fai di tutto. Inizi a rubare carta igienica, a fare uso di sostanze stupefacenti, sperando che il tuo comportamento sia abbastanza convincente per loro. Evie, attraverso gli occhi di Suzanne, si guarda con un’altra luce: si sente più grande, si sente accettata, fa parte di un mondo senza restrizioni, condivide un modo di vivere la vita che sembra quello giusto. Credo che la parola chiave sia “fremito cinematografico”, era questo che provava Evie al ranch, luogo di ritrovo dei seguaci di Russell, un uomo che tutto può, semplicemente predicando.

“…era una cosa triste solo nel vecchio mondo, mi dissi, dove le persone vivevano intimorite dall’amara medicina che era la loro vita. Dove i soldi rendevano tutti schiavi, dove ci si abbottonava la camicia fino al collo, strangolando tutto l’amore che si aveva dentro.”

Come è stato già annunciato più volte, il romanzo richiama la vicenda dell’omicidio di Sharon Tate e amici da parte dei seguaci di Charles Manson, nel 1969 a Beverly Hills. Ma andando oltre quella che è la vicenda che porta Evie a narrare la sua storia ormai quasi quindici anni dopo, credo che il fulcro del romanzo sia un altro, e no, non lo paragonerei alle Vergini suicide come è stato fatto più e più volte. Questo paragone mi ha mandata fuori strada, mi aspettavo un romanzo più introspettivo, mi aspettavo qualcosa di diverso.

“…sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa.”

Credo che questo sia il fondamento del romanzo e anche il perché di questo titolo: le ragazze non sono Suzanne, Donna o tutte le altre soggette alle direzioni di Russell o di Guy, le ragazze siamo noi. Il percorso di Evie è il percorso affrontato da qualsiasi adolescente nel momento più difficile della vita: quello in cui devi decidere cosa essere. Evie non ha sogni, non ha modelli, si lascia trasportare dagli eventi e pur di sentirsi parte di qualcosa, pur di sentirsi accettata, è capace di tutto. Non pensa alle conseguenze, non conosce i limiti, non riconosce il proprio valore. La comprensione del valore di una donna non può essere immediato, né può essere insegnato, si impara con gli errori.

Anni dopo Evie pensa ancora a Suzanne, al giorno dell’omicidio, alle parole che l’hanno condotta al di fuori di quell’evento, per salvarla o semplicemente per escluderla. Nonostante i suoi 27 anni la scrittura di Emma Cline è matura e considerando che questo è il suo esordio, si può dire che è ben riuscito. Pensavo che l’unica cosa sbagliata di tutto il romanzo fosse la scelta del titolo, invece no, è perfetto.