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"I libri anticipano l'eternità"

Il suono del mondo a memoria – Giacomo Bevilacqua

Il suono del mondo a memoria è una graphic novel edita da Bao (192 pag., €21) e creata da Giacomo Bevilacqua. Il protagonista di questa tenera ed emozionante storia è Sam, un ragazzo che decide di vivere per due mesi a New York senza parlare, senza particolari contatti, tutto per scrivere un articolo su una rivista.


Già dalle prime tavole vediamo Sam immerso in questa avventura: ormai sa come pagare la padrona di casa, come gestire i contatti quotidiani, come farsi capire quando ha bisogno di un caffè o di ordinare qualcosa in un ristorante. Ha già compreso i meccanismi e tutto sembra procedere per il meglio. Il bianco e il nero in qualche modo sono la sua essenza, il suo modo di vivere, ma ad un certo punto questa monotonia, questa patina sbiadita, svanisce.
Sam ha una patina davanti agli occhi, una barriera da cui si può vedere tutto ma a niente e nessuno è permesso l’ingresso. La macchina fotografica, le cuffie, modi per entrare in contatto con il mondo e allo stesso tempo isolarsi. Ponendosi dietro l’obiettivo, Sam ha modo di vedere ciò che lo circonda, cercando di entrare a farne parte, senza essere toccato, senza soffrire.

Tra i colori scuri, ad un certo punto del racconto, iniziano ad esserci dei colori vivaci: colori che neanche Sam aveva notato e che iniziano a comparire ovunque, in qualsiasi luogo, in tutte le sue fotografie. È il colore che silenziosamente entra a far parte della sua vita, pur cercando di non vederlo.

“Le regole autoimposte nascono da un mio bisogno primario: soffrire il meno possibile”

Cosa è successo a Sam si capisce solo nelle ultime pagine. Le perdite che subiamo nella nostra vita ci portano a pensare che qualsiasi forma di contatto, di amore, equivalga a sofferenza. Portano l’isolamento, ci fanno chiudere come un riccio, e le spine ci aiutano a tenere lontane le cose brutte, ma anche quelle belle.

Il suono del mondo a memoria è una storia commovente, tenera e soprattutto vera. Tramite i colori pastello e le diverse sfumature, Giacomo Bevilacqua è riuscito a rappresentare New York perfettamente, con alcune tavole che ho trovato incredibilmente suggestive. L’armonia tra i colori ispira un senso di pace, tranquillità, quel silenzio che Sam vive in quei mesi e che improvvisamente diviene suono.

 

Stoner – John Williams 

In pochi anni, questa è la terza volta che rileggo Stoner, pubblicato da Fazi editore. È il mio porto sicuro, un po’ come La campana di vetro. È la certezza di ritrovarsi in parole già lette e ogni volta è un “ritrovarsi” diverso.

Il ritratto di Stoner è il ritratto di un uomo che mai si sarebbe aspettato di esser smosso da una passione. Stoner vive con i genitori a Booneville, li aiuta con la terra e proprio per fornire aiuto alla sua famiglia a diciannove anni, quasi per inerzia, si iscrive alla facoltà di Agraria all’Università del Missouri. Durante il secondo anno si imbatte in un esame richiesto a tutti gli studenti: letteratura inglese. Senza neanche accorgersene, dentro di lui si accende una luce che non aveva mai pensato di avere. Abbandona la facoltà di Agraria, spinto dall’unica persona che aveva visto in lui la scintilla, e inizia a studiare Lettere per diventare un insegnante.


Stoner si comporta da spettatore, osservando ciò che succede intorno a lui. L’insegnamento, un matrimonio infelice, due soli amici neanche tanto stretti: la vita di Stoner potrebbe essere definita una vita ordinaria e desolata ma, proprio come dice Peter Cameron nella postfazione, è stata la bravura di John Williams ad averla resa così appassionante e straziante.

“L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio.”

Questa citazione potrebbe rappresentare il percorso di Stoner nell’intero romanzo. Un incontro casuale e fortuito che porta a galla quello che non sapevi di avere. Lo scopri così e lo accetti perché ti è stato caldamente consigliato e poi diventa l’unica cosa che ti fa vivere, l’unica che ti fa sentire te stesso e che fino alla fine difendi con tutta la forza e l’orgoglio che hai. Una vita che trova uno scopo in una passione inspiegabile, non rappresentabile, intima, solo sua. La vita di Stoner è anche crescita simultanea, accettazione, consolazione e rammarico. Una storia il cui segreto non è ancora stato carpito. 

Incredibile anche il caso editoriale: un romanzo pubblicato nel 1965 e poi riscoperto nel 2006 con grande interesse da parte della critica e dei lettori. L’abilità di John Williams sta nel far vivere in simbiosi il lettore con il protagonista perché per quanto possa essere ordinaria la sua vita, Stoner affronta interrogativi profondi e onnipresenti dell’esistenza.

Sentivo di doverlo rileggere dopo aver recuperato Nulla, solo la notte e Butcher’s crossing, ma per quanto impeccabili e appassionanti, Stoner ha il primo posto nel mio cuore. Aspetto impazientemente l’uscita di Augustus, l’ultimo romanzo di John Williams per Fazi Editore (nonché la mia casa editrice preferita) ❤️

Vorrei dirvi altro ma mi fermo qui, vorrei che vi sorprendeste ad ogni piccola scoperta, proprio come ha fatto Stoner nella sua vita.

La mia seconda occasione a Philip Roth. Pastorale americana.

Mi ritrovo dopo cinque anni a parlare nuovamente di Philip Roth, questa volta in modo positivo. Mi approcciai a Roth scovando in biblioteca La macchia umana, piena di aspettative per un titolo che consideravo incredibile. Sarà stata l’età, sarà stata la mia immaturità come lettrice, sta di fatto che non riuscii ad apprezzarlo e lo abbandonai dopo circa cinquanta pagine. Sono qui adesso invece perché devo ASSOLUTAMENTE consigliarvi uno dei libri più rappresentativi dell’America, non a caso si chiama Pastorale americana. Dovrebbe essere qualcosa di simbolico, in un certo senso anche convenzionale, dipende però dal modo in cui lo si guarda.


Attraverso la ricerca di Nathan Zuckerman, uno pseudonimo che Roth usa spesso, percorriamo i passi del “vincente” Seymour Levov, chiamato Lo Svedese, una stella promettente nel mondo atletico. “Lo Svedesone” ha la vita programmata: è popolare, benestante, ogni pedina della sua vita è già sistemata, pronta a fare quello che lui desidera. La sua famiglia ebrea è una delle più importanti, conosciuta per la produzione di guanti in pelle. Seppure così portato nello sport, Seymour finisce a lavorare nell’azienda di famiglia, sposa una bellissima donna proclamata Miss New Jersey, concepisce una figlia in cui ripone tutte le sue speranze. Dovrebbe essere una normale famiglia americana, ma no, è proprio l’America. Ambientato all’epoca della guerra del Vietnam, Pastorale americana è l’emblema della decadenza: è la vita sconvolta da un uragano, dopo averla programmata passo per passo. Non è la storia di una guerra. Non è la storia di una figlia incompresa, influenzata, dirottata. Non è la storia di una ex Miss New Jersie etichettata per la sue bellezza e la sua mancanza di aspettative nella vita. È l’America privata del suo velo di perfezione. 

La caratterizzazione dei personaggi, in questo romanzo, è a dir poco eccezionale. Io ci provo a descrivere i miei preferiti, ma sminuirò sicuramente l’operato di Roth. Down, moglie dello Svedese, è una donna bellissima; ha partecipato a Miss New Jersie solo per poter vincere il premio in denaro in modo da poter alleggerire il peso di suo padre, ma l’etichetta della bellezza senza sostanza rimarrà sempre come una luce al neon sul suo volto.
Merry è sua figlia, dolce, piccola e balbuziente. Quanti anni passati per farla stare meglio, per comprendere il suo problema e risolverlo, ma Merry è coinvolta nella guerra, quella che hanno portato nel suo paese e che lei ha portato nella sua casa.

Tua figlia è il terremoto che non avevi programmato, quello che maledici e che ti fa pensare a cosa hai sbagliato nella vita, quello che ti fa pensare “perché a me”. Il lifting è quella cosa che fai per tirarti su, per stare meglio, per cancellare le sofferenze dal volto. L’amore è quella cosa che ricerchi, che ti fa combattere, ma da cui rifuggi per andare in lidi sconosciuti. E passo dopo passo ti accorgi che tutte le pedine che avevi predisposto sono cadute, sono andate a fuoco, hanno ribaltato il gioco.

A letto, di notte, vedeva tutta la sua vita come una bocca balbuziente e una faccia contorta: una vita senza scopo, senza senso e completamente sbagliata. Non aveva più la stessa nozione di ordine. Non c’era nessun ordine. Nessuno. Lo Svedese vedeva la sua vita come il pensiero di un balbuziente: totalmente sfuggita a ogni controllo.

Non ammazzatemi, io ci ho provato. In questo libro Philip Roth analizza la vita e l’America, due cose che in un singolo articolo non possono proprio starci. Ma ci tenevo a parlarvene, ci tenevo a consigliarvelo. Non credevo mi prendesse così tanto, ci sono andata piano per la delusione precedente e per l’ambientazione della guerra che (fortunatamente per i miei gusti) è trattata solo sullo sfondo. L’ho divorato in pochi giorni e rimarrà come un quadro dell’America impresso nella mia mente. Cinque stelle.

Sofia si veste sempre di nero – Paolo Cognetti

Ogni anno, o meglio ogni estate, mi propongo di rileggere alcuni libri: libri che magari ho letto anni fa, libri che sento di non aver compreso completamente, o semplicemente, libri che ho amato. Tra i sei prescelti, la prima rilettura di quest’estate è Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti, pubblicato nel 2012 da minimum fax. 

L’incipit è una poesia di Sylvia Plath, la mia poesia preferita di Sylvia Plath, quindi già dalla prima pagina non posso che amarlo. In realtà per questo libro non parliamo di romanzo ma di una raccolta di racconti, dieci per esattezza, incentrati sui diversi personaggi che in qualche modo hanno fatto parte della vita di Sofia, fin dal principio. Li definirei incredibilmente veri.


Entriamo a passi silenziosi nella vita dell’infermiera dell’ospedale il giorno che nacque Sofia, nella mente di sua madre piena di aspettative, ormai delusa dalla vita. Osserviamo suo padre, le sue donne e la sua triste percezione dell’amore. Sua zia Marta, la persona più vicina a Sofia per animo, per spirito rivoluzionario. I rapporti con le sue coinquiline e infine Pietro, un altro fratello mancato. Ognuno di questi dieci racconti è un tassello di un puzzle che il narratore cerca di comporre e che non porterà mai a termine: Sofia è un puzzle lasciato a metà, mancano dei pezzi a tutti, forse mancano anche a lei.

Sofia Muratore ha un particolare talento: quello di comprendere quando è giunta la fine, quando è il momento di mollare tutto e andare. Sofia fa l’attrice, eppure non sa piangere a comando. Sofia non ama mangiare eppure con le persone giuste sorvola questo ostacolo. Sofia ha tentato il suicidio a sedici anni. Sofia ha capito di non sentirsi “giusta” neanche a casa sua.

Così porti in giro le tue identità come sorelline litigiose, una che tira per correre avanti e l’altra che punta i piedi.

Sofia ha il viso asimmetrico, un occhio pigro, è piena di piercing e ha sempre una sigaretta in bocca. Ama fare il bagno di sera. Sofia abbandona Milano per studiare a Roma ed ogni weekend torna a fare la parte della figlia. Sofia regala qualcosa all’esistenza di ognuno di questi personaggi: regala di sé la parte psichedelica, quella capace di affrontare qualsiasi cosa, e allo stesso tempo quella spenta, stanca di essere guardata. Due volti apparentemente inconciliabili. 

Dieci racconti che parlano e non parlano di Sofia, dieci storie diverse, connesse. È un nastro che si riavvolge e torna indietro: un parallelismo tra il legame con Oscar e quello con Pietro; il ritorno alle storie dei pirati che impersonava da bambina.

Quello di Paolo Cognetti è un ottimo esercizio di stile, tanti racconti diversi ed un’unica particolare esistenza, ma non voglio svelarvi altro. 

Firmino – Sam Savage

Firmino è uno dei quei libri adatti a qualsiasi momento della vita, soprattutto se ti sei bloccato e credi che non sia il periodo giusto per leggere. Firmino è un topolino, il tredicesimo di una cucciolata di una pantegana ubriacona, che vive con la sua “famiglia” in una piccola tana all’interno della libreria Pembroke books di Boston.  Questo piccolo topo ha difficoltà ad entrare in sintonia con i fratelli, essendo l’ultimo, sappiamo come va, conosciamo le storie degli “ultimi”; in aggiunta il fatto che sua madre ha solo dodici mammelle quindi incapace (per costituzione) di scavalcare i fratelli, Firmino aspetta la fine della poppata e raccoglie quelle poche gocce di latte che rimangono. 


Preso dalla fame, trova una soluzione e inizia a mangiare i pezzi di carta sparsi per la tana. Solo come sempre, cercando qualcosa che occupasse le sue giornate, il piccolo topo intraprende l’esplorazione dei piccoli canali circostanti, fino a conoscere con il tempo l’intera libreria. Entrando nella sala, guardando la scrivania, Firmino osserva queste pagine di carta rilegate che diventano la sua fonte principale di cibo per la mente.

Tuttavia il concetto di dipendenza non è adeguato, né abbastanza profondo, per descrivere questo tipo di fame, che io chiamerei piuttosto amore. Agli albori forse, persino perverso, non corrisposto sicuro, ma comunque amore. Così ebbe inizio l’agglutinata passione che ha dominato la mia vita.

Firmino divora parole, una dietro l’altra, e si sente in colpa per quelle che ha masticato. Il suo cervello diventa più grande, la sua mente si espande: inadatto a comunicare con la sua specie, incapace di parlare come gli uomini. Quello che cerca è l’amore, un affetto, un’appartenenza. Il rifiuto di guardarsi allo specchio, il rigetto verso la sua specie, la paura di dimenticare, pensieri così umani che Savage riesce ad esporre in modo incredibile.

Penso sempre che ogni cosa durerà in eterno, ma non è mai così. In realtà, niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria. Cerco sempre di conservare dentro di me ogni momento – preferirei morire piuttosto che dimenticare.”

Tramite gli occhi di Firmino riscopriamo l’amore per i libri, quell’amore che ci porta a essere qualcosa di più.

Le prime quindici vite di Harry August – Claire North

Sono pochi quei libri che a cinquanta pagine dalla fine ti fanno pensare “non voglio finirlo”, anche se in realtà non vedi l’ora di finirlo per vedere cosa succede. Le prime quindici vite di Harry August è uno di questi.

Harry nasce nel 1919, vive la sua vita, muore e si ritrova a rinascere di nuovo come Harry August, adottato da una piccola famiglia, finanziato dalle zie, lontano dal padre disinteressato e dalla madre morta durante il parto. Quando Harry comprende i meccanismi di questa esistenza ripetitiva capisce che non vuole ripercorrere gli stessi passi: ecco che in una vita lo vediamo dottore, in un’altra studia giurisprudenza, vive in luoghi diversi e sposa donne diverse. Ricorda tutto. Ha la possibilità di cambiare completamente la propria esistenza e ha infinite occasioni per farlo, senza intromettersi nel corso degli eventi. La seconda guerra mondiale non si può evitare, così come non si può uccidere Hitler, ci sono delle regole nel Cronus Club, gruppo che riunisce tutte le persone come Harry: i kalachakra. Cosa succede se un kalachakra, l’unico che conosce la storia, la cambia? Succede che il mondo si avvia verso la sua fine e Harry deve evitarlo.

Ogni capitolo è un salto in avanti o indietro in una delle tante vite di Harry, un tassello da aggiungere al puzzle dei suoi 899 anni. Parlando di “salti temporali”, di punti di origine di ciascun kalachakra, è normale porsi delle domande, le stesse domande che mi pongo quando guardo Doctor Who e cerco di fare discorsi infiniti sul tempo e lo spazio che finiscono per confondermi. L’autrice non ha spiegato benissimo alcune di queste cose ma credo sia voluto, tanto che gli stessi kalachakra hanno delle domande sulla loro esistenza a cui è difficile trovare risposta.

A quanto pare, ciò che del tempo conosciamo meglio è come sprecarlo.

Potrei dirvi tutto dell’antagonista di Harry, del suo amico nemico, delle sue vite e delle sua costanti ma non voglio farlo perché voglio che abbiate gli stessi tuffi al cuore che ho provato io ad ogni colpo di scena. Claire North sa far muovere benissimo Harry nel mondo, richiamando gli eventi storici e facendoci soffrire ad ogni sua piccola sconfitta. Nonostante l’esperienza ci sono cose che facciamo fatica ad imparare, insite dentro di noi e difficili da smuovere. Dopo ottocento anni di vita, dopo quindici vite diverse, Harry prova gli stessi sentimenti, cade negli stessi schemi pur cercando di reinventarsi ogni volta. Un uomo dai capelli rossi che è mille persone diverse, eppure sempre lo stesso.

Centinaia di anni di vita: ma perché quest’uomo riusciva ancora a ridurmi a dire vuote banalità, a farmi sentire un bambino che si nascondeva dai rimproveri del padrone?

Cinque stelle meritatissime.

Le ragazze – Emma Cline

L’esordio più discusso del 2016; come sempre arrivo in ritardo. La protagonista di questo romanzo è Evie Boyd, una quattordicenne qualunque che desidera essere qualcosa. Evie oltre ad essere adolescente ha una vita scombussolata: genitori divorziati, padre assente e con una nuova relazione, madre che cambia uomo ogni settimana illudendosi che sia sempre quello giusto. Evie e la sua migliore amica Connie passano le giornate con inerzia, sperando che prima o poi nella loro vita accada qualcosa.


Un giorno al parco Evie rimane paralizzata alla vista di un gruppetto di tre ragazze, così sicure e lucenti, ai suoi occhi. E cosa succede quando vuoi ardentemente far parte di qualcosa? Fai di tutto. Inizi a rubare carta igienica, a fare uso di sostanze stupefacenti, sperando che il tuo comportamento sia abbastanza convincente per loro. Evie, attraverso gli occhi di Suzanne, si guarda con un’altra luce: si sente più grande, si sente accettata, fa parte di un mondo senza restrizioni, condivide un modo di vivere la vita che sembra quello giusto. Credo che la parola chiave sia “fremito cinematografico”, era questo che provava Evie al ranch, luogo di ritrovo dei seguaci di Russell, un uomo che tutto può, semplicemente predicando.

“…era una cosa triste solo nel vecchio mondo, mi dissi, dove le persone vivevano intimorite dall’amara medicina che era la loro vita. Dove i soldi rendevano tutti schiavi, dove ci si abbottonava la camicia fino al collo, strangolando tutto l’amore che si aveva dentro.”

Come è stato già annunciato più volte, il romanzo richiama la vicenda dell’omicidio di Sharon Tate e amici da parte dei seguaci di Charles Manson, nel 1969 a Beverly Hills. Ma andando oltre quella che è la vicenda che porta Evie a narrare la sua storia ormai quasi quindici anni dopo, credo che il fulcro del romanzo sia un altro, e no, non lo paragonerei alle Vergini suicide come è stato fatto più e più volte. Questo paragone mi ha mandata fuori strada, mi aspettavo un romanzo più introspettivo, mi aspettavo qualcosa di diverso.

“…sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa.”

Credo che questo sia il fondamento del romanzo e anche il perché di questo titolo: le ragazze non sono Suzanne, Donna o tutte le altre soggette alle direzioni di Russell o di Guy, le ragazze siamo noi. Il percorso di Evie è il percorso affrontato da qualsiasi adolescente nel momento più difficile della vita: quello in cui devi decidere cosa essere. Evie non ha sogni, non ha modelli, si lascia trasportare dagli eventi e pur di sentirsi parte di qualcosa, pur di sentirsi accettata, è capace di tutto. Non pensa alle conseguenze, non conosce i limiti, non riconosce il proprio valore. La comprensione del valore di una donna non può essere immediato, né può essere insegnato, si impara con gli errori.

Anni dopo Evie pensa ancora a Suzanne, al giorno dell’omicidio, alle parole che l’hanno condotta al di fuori di quell’evento, per salvarla o semplicemente per escluderla. Nonostante i suoi 27 anni la scrittura di Emma Cline è matura e considerando che questo è il suo esordio, si può dire che è ben riuscito. Pensavo che l’unica cosa sbagliata di tutto il romanzo fosse la scelta del titolo, invece no, è perfetto.

Il paradiso degli animali – David James Poissant

Per quanto riguarda le letture difficilmente seguo la cresta dell’onda, lo trovo veramente complicato; i miei acquisti sono premeditati, ragionati, quindi sì, ci ho messo un anno e alla fine l’ho letto anch’io! Il paradiso degli animali è una raccolta di racconti di David James Poissant, autore americano sbarcato in Italia da qualche tempo grazie alla NN Editore.

Non c’è niente da fare, quando un libro è di una casa editrice indipendente te ne accorgi: la cura nella grafica, la qualità della carta della copertina e delle pagine, i segnalibri! Avete visto quanto sono belli i segnalibri della NN?


Solitamente, quando scelgo un libro, prima di iniziare a leggere io lo accarezzo e lo osservo per un bel po’, poi passo alla quarta di copertina e in questo caso ecco che risalta ai miei occhi il nome di Carver. Sapete che per me Carver è il supremo, l’irraggiungibile, la perfezione, quindi un paragone con lui (per quanto mi riguarda) risulta impossibile. Beh, cari amici, mi sono ricreduta. Come in Carver questi sono racconti struggenti, distruttivi, non lontani dalla nostra vita.

“Non è il sogno americano ma un luogo più selvaggio e ai margini, dove fallimento e successo sono molto più vicini di quanto ci si aspetti..”

Se però con Carver siamo spettatori di cose già successe, con Poissant invece osserviamo ciò che conduce i protagonisti a quel momento di distruzione, di rivelazione. I racconti terminano un attimo prima, per proteggerci dai detriti.

Sono racconti familiari, relazionali. Gli animali sono con noi e sono una sorta di riflesso, o quel qualcosa che riporta a galla. Però perché Il paradiso degli animali? Per la speranza credo. Per la nostra incapacità di accettare le cose vane della vita. Per la nostra capacità di accettarle ma di non comprendere il perché. È una raccolta di racconti circolare, torniamo al punto di partenza sperando di aver imparato qualcosa, sperando di avere un’altra opportunità.

La prosa è essenziale, i messaggi sono nascosti. Come in Carver, lo stile appare semplice ma in realtà è ricercato fino al minimo punto, alla minima virgola, ed è ciò che ci travolge.

“Il braccio”, “La geometria della disperazione” e “Come aiutare tuo marito a morire”, credo siano i racconti più struggenti che io abbia mai letto. Ripeto questa parola perché è così che descriverei i racconti di Poissant.

Nessuno scompare davvero – Catherine Lacey

Da quanto desideravo questo romanzo? Da più di anno? Per un motivo o per un altro non riuscivo mai ad acquistarlo. L’occasione perfetta si è presentata il mese scorso: dovevo fare un grosso ordine di libri e c’era il 25% di sconto su una parte del coloratissimo catalogo Sur.  Attratta tantissimo dal titolo, dalla copertina, questo libro mi ha ispirata fin dall’inizio; queste atmosfere e pensieri alla Sylvia Plath che io non posso che amare.


Elyria è un persona con un passato complicato, lo comprendiamo dal flusso di pensieri che l’accompagna durante questo suo viaggio improvvisato verso la Nuova Zelanda: suo marito era il professore di sua sorella, suicida; sua madre un’alcolizzata. Quando si sposa, Elyria sembra trovare la pace, sembra aver trovato una persona con cui sta bene, che colma quel vuoto improvviso, eppure questa vita apparentemente perfetta non è sua.

…e anzi alcune mattine, pur essendo me stessa, vorrei comunque essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre..”

La combinazione di parole che ricorre maggiormente nel romanzo è “me stessa”, ecco cosa cerca Elyria. Cerca di fare luce sulla sua vita, sui suoi guai, sulla sua infelicità immotivata. Questo è la tematica che mi ricorda maggiormente Sylvia Plath: una vita perfetta, è quello che vogliono tutti, eppure non è mia. Non è quello di cui ho bisogno, non è quello che cerco. Il bufalo che possiede Elyria sembra distruggere ogni equilibrio.

…mi resi conto che anche se non mi avessero trovata mai più, anche se fossi rimasta lì per il resto della mia vita, per sempre dispersa, una persona scomparsa definitivamente dalle vite degli altri, io non sarei mai potuta scomparire da me stessa […. ] ed era questo che desideravo da tanto tempo, scomparire del tutto…

Nella vita tutti lasciamo delle tracce, nelle persone, nei luoghi, ma la traccia più grande è quella che lasciamo in noi stessi. Non possiamo cancellare i pezzi che non ci piacciono, non possiamo svanire nel nulla. Nessuno scompare davvero.

L’empatia in questo romanzo è essenziale per riuscire a comprendere Elyria; è un rapporto di amore e odio quello con il lettore. Per quanto alcune volte a possa sembrare folle, priva di potere decisionale sulla sua vita, il viaggio nella sua mente e per il paese vi aprirà prospettive diverse, in bilico tra il voler essere e la volontà di scomparire.

Il soffio di vento che ha smosso il mio cuore.

Siamo quello che abbiamo fatto, quello che abbiamo visto, i legami che abbiamo stretto e le emozioni che abbiamo provato. Credo sia questo il messaggio, o meglio, uno dei tanti messaggi che ci dona L’uomo montagna, una piccola graphic novel edita da Tunué di cinquanta pagine dedicata ai bambini dagli 8 anni in su, ma non solo.


Ho riletto questo libricino un paio di volte prima di riuscire a carpire tutti i messaggi che ci sono all’interno; sono messaggi che noi adulti analizziamo logicamente ma che probabilmente, per un bambino, sono cose naturali, semplici e immediate. Il volume fa parte della collana Tipitondi, una collana che ormai bramo quasi interamente nonostante sia dedicata ai più piccoli. Al centro del racconto c’è questo forte legame tra un nonno ormai al termine della sua vita e il suo piccolo nipote. Le avventure che hanno vissuto insieme sono eccezionali e tutte da raccontare ma il nonno ormai non ce la fa più, il peso delle montagne che gli sono cresciute sulla testa gli impedisce di affrontare un altro viaggio, o meglio, gli è rimasto un ultimissimo viaggio da affrontare, da solo.


Il bambino sembra non accettare questo senso di fine perché l’idea di mettersi in viaggio per lui acquista significato solo con il suo compagno preferito, il nonno; decide quindi di andare a trovare il vento più forte che si trova sulla montagna più alta che probabilmente riuscirà ad alleviare il peso del suo caro e che gli permetterà di compiere ancora insieme fantastiche avventure.

“Perché il mio viaggio più bello sei tu.”

Oltre ad essere graficamente perfetto, i concetti che le due autrici (Amélie Fléchais e Séverine Gauthier) presentano tramite i dialoghi e i disegni sono molteplici. Una delle costanti nella vita è la solitudine, personificata dal vento che deve stare lontano da tutti per evitare di fare del male e che finalmente, alla richiesta del bambino, si sente felice di poter aiutare qualcuno tramite il suo dono. Allo stesso tempo vi è la gioia della condivisione: tutti i personaggi che il bambino incontrerà gli faranno capire quanto si possa essere uniti, nonostante la diversità.

Il legame con il suo amato nonno è ciò che lo spinge ad allontanarsi dove nessuno è mai arrivato. Durante il percorso imparerà l’importanza dei ricordi, di vivere a pieno le belle avventure e ad accettare che tutto ha una fine- l’importante è il viaggio. Capirà che i legami che stringiamo ci proteggono, ci aiutano nei momenti difficili e che le cose che ci rendono felici hanno più valore se vengono condivise. Tornerà da questo viaggio consapevole del fatto che ognuno di noi ha delle radici e sono questi legami fortissimi, impossibili da spezzare anche nel tempo, anche sotto la più grande delle tempeste. Le esperienze che facciamo sono le montagne sulla nostra testa, sul nostro cuore, ci rendono pesanti con il tempo, ma felici.

Quello che ho scritto nel titolo è vero, queste cinquanta pagine mi hanno davvero smosso il cuore. Se avete intenzione di fare un piccolo regalo, a voi o a un vostro piccolo (e fatelo ora visto che fino al 31 Marzo c’è il 25% di sconto su tutto il catalogo), regalate L’uomo montagna: una gioia per gli occhi e per il cuore.