lacampanadivetro

"Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste."

Meglio sole che nuvole – Jane Alison

“Volevi essere marmo, ardesia, vetro, cromo: qualsiasi cosa ma non carne.”

J. ha deciso di cambiare aria, di tornare a Miami. Di allontanarsi dagli scenari del suo matrimonio appena terminato.
Si prende cura del suo gatto, ormai anziano, bisognoso di cure; e nei pressi di un laghetto, in questa sfavillante Miami, trova un’anatra a cui manca un’ala, e che decide di aiutare a tutti i costi.
Vive in un residence popolato da persone anziane: qualche pettegolezzo, particolari stranezze. La sua costante è Ovidio: deve tradurre ventiquattro racconti in versi, in centouno giorni. La sua però non è solo una traduzione, è un adattamento, è una riscoperta di sé attraverso le figure femminili che Ovidio presenta. Ci sono continui riferimenti interessanti alla mitologia, alle connessioni tra l’aria rarefatta delle leggende e la realtà quotidiana. È confortante, e curioso, vedere come nascono le cose, come non siano poi cambiate così tanto.

“Fammi d’osso, dicevano quegli occhi. Fammi di una materia così dura che nessuno possa penetrarla.” 

Da quello che si comprende, mentre passeggiamo nella sua mente, è che la nostra protagonista probabilmente soffre di disturbi ossessivo-compulsivi. Tende a contare tutto ciò che la circonda; sommato questo alla sua auto ironia, il risultato sono pagine davvero esilaranti.
Non è certo un libro per chi cerca una trama avvincente; è più un percorso: con Ovidio, con il suo gatto, con sua madre ormai ottantenne, passando in rassegna una serie di persone inadatte, una collezione di uomini banali e incapaci che la fanno riflettere sui suoi bisogni.
Siamo davvero incompleti, a metà? Perché una delle costanti dell’amore è il bisogno?

Il tema principale, che guida i suoi passi, è la frammentarietà insita nella donna. Ci rompiamo, da sempre. È nella nostra natura, veniamo rotte quando decidiamo di perdere la verginità, e non possiamo più essere riparate. Ci rompiamo nel momento in cui i nostri bisogni non sono più colmati, ma sembra che gli uomini non siano soggetti a questo problema.

“Bé, sì, è vero: sei partita sapendo di cosa eri fatta e sapendo che volevi continuare a essere così – di pietra – poi però un giorno di punto in bianco è arrivato qualcuno che ti ha squarciata, e lì dove prima eri compatta adesso c’è un vuoto.” 

J. si convince che ciò che ha le basta, e forse è davvero così. Che male c’è a bere da soli? A prendersi cura del proprio gatto, ad amare qualcuno che non è un compagno? Cosa c’è di male nell’autoerotismo, nel trovare appagante la traduzione di un autore antico? Cosa c’è di male in una donna che è “capace di scovare dentro di sé le risorse necessarie per resistere anche nei momenti più neri”?
Probabilmente niente ci completa, non sempre. Anche quando hai qualcuno accanto, non è detto che tu sia completo. O forse è come dice N.: “Congedarsi dall’amore, è come congedarsi dalla vita.”
Il diario di J. oscilla tra questi due concetti contrapposti.

L’autrice, ad un certo punto del libro, ci fa perdere tra le sue cause, tra il suo volersi integrare e aggrappare; quasi perdiamo la rotta. Ma l’aspetto interessante è proprio questo: non sappiamo dove arriveremo scivolando tra i suoi pensieri.

Il mese di Agosto dell’IndieBBBCaffé img_0282-1
è dedicato a NN editore,
che ringrazio davvero tanto per questo libro.

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Alla scoperta della collana Sorbonne di Edizioni Clichy

Cari lettori,
il mese di Luglio prosegue con Clichy edizioni, ospiti dell’IndieBBBCaffè.
La scorsa settimana vi ho parlato di un libro della collana Gare du Nord che si occupa di letteratura francese contemporanea. Oggi invece sono qui per farvi scoprire un’altra perla di questa casa editrice: la collana Sorbonne. È una collana che si occupa di biografie di personaggi importanti: da Totò a David Bowie, da Albert Einstein a Francis Bacon; ce ne è per tutti i gusti.

I libri di questa collana che ho letto in questi giorni sono biografie dei miei autori preferiti: Sylvia Plath e Raymond Carver.
I volumi si possono dividere principalmente in tre parti: la prima parte è una vera e propria biografia del personaggio, quindi a partire dalla data di nascita fino al giorno della sua morte. Tutti gli eventi salienti.
La seconda parte si occupa del pensiero: vi è un’analisi critica a cura di esperti; nel caso de Il lamento della regina (Sylvia Plath) la cura è di Leonetta Bentivoglio, mentre per L’incisore della vita (Raymond Carver) è di Antonio Lanza. Il pensiero dell’autore emerge chiaramente.
L’ultima parte si chiama Pensieri e parole: corredate da immagini ci sono poesie, frasi o racconti dell’autore. A coronare il tutto vi è anche una bibliografia, ottima per noi bibliofili che cerchiamo continuamente spunti.

Sono libricini di circa cento pagine ma incredibilmente completi. Ho trovato nuove informazioni su questi due autori e allo stesso tempo ho avuto l’occasione di confermare alcune mie teorie sulla percezione di alcuni scritti.

Non vedevo l’ora di leggerli e ringrazio Clichy per avermeli donati.

Voi avete altri libri di questa collana? O magari avete qualche amore letterario da approfondire?

Le parole mai dette – Violaine Bérot

“Dev’essere estenuante vivere in quella tensione, in quell’impossibilità di lasciarsi andare. Di lei si potrebbe dire che non sa niente della leggerezza, che non ne ha mai saputo niente.” 

Mi capita qualche volta di terminare un libro e di rimanere immobile a guardarlo, sperando che l’immobilità trattenga tutte le sensazioni che aleggiano dentro di me. Succede con quei libri pieni di cose non dette, quelle cose nascoste che forse proprio per questo fanno ancora più male. Così come le parole mai dette.

“Forse ha ragione, forse il suo male è nato dai troppi affronti fatti al suo corpo, da troppe ferite sepolte, da troppi dolori taciuti.”

Non conosciamo il nome della protagonista, così come non conosciamo il nome di suo padre, di sua madre e della sua schiera infinita di fratelli, ma ci ritroviamo ad osservarla fin dall’inizio, dal momento in cui sua madre rifiuta di spingere per farla uscire dal suo corpo; dal momento in cui ancor prima di nascere, rischia di morire.

È difficile definire il narratore di questa storia, forse i narratori siamo noi. Siamo noi che la osserviamo in silenzio farsi carico di questa vita pesante, della sua famiglia, di sua madre costantemente a letto, dei suoi fratelli impossibili da contare, delle promesse a suo padre, delle sofferenze del suo gruppo di amici.

“Lei è quella con cui tutti si sfogano. È particolarmente brava ad ascoltare. Quando chi parla riesce a confessare i proprio dolori, a verbalizzare ciò che nel più profondo lo ferisce, la vediamo a volte posare le mani, molto delicatamente, su una spalla o su una pancia, e abbiamo la sensazione che il dolore, sconfitto, defluisca.”

Lei è in qualche modo inviolabile; è quella che ascolta tutti ma che nessuno conosce davvero, nessuno è in grado di toccarla. Vive nella sua intimità, sognando.

“Sembra che leggere e sognare siano per lei due attività indissolubili.”

Ad un certo punto la vediamo smettere di voler essere la figlia maggiore e decidere di partire per la grande città, probabilmente per inseguire i propri sogni. Troverà un lavoro, troverà un amore. Un amore lieve, fraterno, quella figura superiore che non ha mai avuto, quel qualcuno che non si è mai preso cura di lei.
Da qui iniziano le sue scelte, solo sue, solo per lei. Possiamo giudicarle buone o cattive, non sta a noi decidere dove la porteranno, cosa ne faranno di lei. Arriverà Tom che le farà sentire cosa significa desiderare la pelle di qualcuno, toccare ogni minima parte del corpo, quel corpo che fino ad ora si era sempre celato nel pudore. Ci sono pagine fatte di sguardi; l’intensità mi ha trafitta.

“Tra le braccia di Tom lei si commuove di se stessa.”

Lei pensa di aver trovato qualcuno capace di amarla senza limiti, pensa di aver finalmente trovato un amore simile a quello dei suoi genitori. Ma non è detto che finirà bene. Non è detto che non giungerà alla deriva di se stessa; per parafrasare l’autrice: esiterà sulla vita.

Non voglio parlarvi oltre della trama, l’ho già fatto abbastanza e sapete che solitamente non lo faccio. Vorrei parlarvi delle presenze labili, di questi personaggi senza nome che la circondano. Vorrei parlarvi di questa bruttezza sempre citata, quella bruttezza che si ripresenta ogni volta che lei sta male, quando vive qualcosa che non le appartiene. Vorrei parlarvi della bulimia. Di questa incredibile capacità di immedesimazione; forse noi tutte siamo un po’ lei. Forse ci ritroviamo tutte a vivere momenti di solitudine estrema, ad esitare sulla vita, ad avere un attrazione per il non esserci più.

“Parla di se soltanto con se stessa.”

Quindi sì, ho letto questo libro tutto d’un fiato e poi sono rimasta immobile sul mio divano, perché tutte le parole mai dette mi hanno colpita direttamente allo stomaco.

Una nota particolare: non avrei mai letto questo libro se Franziska, allo stand Clichy al Salone del Libro, non me l’avesse caldamente consigliato, se non avesse pensato che era giusto per me. Vedete il potere dei libri?
Grazie davvero.

Violaine Bérot è un’autrice francese e il suo libro fa parte della collana Gare du Nord di Edizioni Clichy. Sono centocinquanta pagine che hanno la potenza di una calamita per i vostri occhi. Mettetevi comodi e prendetevi del tempo: non lo lascerete neanche per un secondo.

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Il mese di Luglio dell’IndieBBBCaffé, come avrete capito, è in compagnia di Clichy edizioni e io non potrei esserne più contenta.

Sono il guardiano del Faro – Éric Faye

L’IndieBBBCafé, per il mese di Giugno, ospita la casa editrice Racconti. Sappiamo benissimo che i lettori ci vanno cauti con questa forma letteraria, anzi, spesso ne hanno paura; è per questo che abbiamo scelto questa casa editrice, per farvi scoprire che i racconti, in realtà, non sono dei mostri agghiaccianti da cui fuggire.

Devo dire che la scelta è stata molto difficile, i titoli sono tutti interessanti e come sapete, io leggo molti racconti. Dopo vari tentennamenti, la scelta è ricaduta su Sono il guardiano del faro di Éric Faye, e ringrazio tantissimo la casa editrice per avermelo inviato.

Le ambientazioni di questi nove racconti sono in qualche modo fantastiche, oniriche, leggermente dislocate dalla realtà;  per un certo verso, in alcuni momenti mi hanno ricordato La montagna incantata di Thomas Mann. Ecco, se avete nostalgia di quel romanzo, direi che questi racconti sono la scelta giusta.

I protagonisti sono ai margini del mondo, dispersi nella neve, isolati in riva al mare. Sono anime solitarie piene di desideri, in cerca di un contatto o in preda alla solitudine per averlo appena perso. Sono persone dagli occhi sognanti, sempre in cerca di una risposta, di una significato al di là della mera rappresentazione.

“Sul dirupo delle solitudini, l’ibernazione diventava un rifugio per anime in pena.”

Si parla di attese continue e probabilmente interminabili, di legami spezzati, di possibilità mancate che potrebbero stravolgere la condizione di oblio.
Sono rimasta particolarmente folgorata da I mercanti di nostalgia, sono solo tre pagine, ma pregne di immagini così vivide e forti da scombussolarti completamente.

La scrittura di Faye non ha solo una grande potenza visiva, ma tattile. Gli oggetti e gli ambienti sono descritti in una maniera tale da dare al lettore la sensazione di toccare lo scenario con le proprie mani, di sentire con le proprie orecchie il rumore del mare, o lo stridio del treno.

“L’esistenza è fatta di piccole morti successive, annidate una dentro l’altra.”

I nove racconti presentano, in maniera differente, le tante sfaccettature di questa condizione esistenziale, di cui il racconto finale, Sono il guardiano del faro, ne è il culmine. La malinconia, la speranza in qualcosa che probabilmente non arriverà mai, un desiderio irrealizzabile. Il guardiano del faro è lì, attende la visita del Ministero, svolge impeccabilmente il suo lavoro da anni, e in quella luce che ogni tanto si palesa di fronte al suo faro scorge una possibilità, sogna un’alternativa, una compagna lontana che lo osserva, che gli è illusoriamente vicino. Qualcuno che possa accompagnarlo nella fase finale di questa esistenza ormai completamente permeata dalla solitudine.

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Ci tengo tantissimo a segnalarvi l’intervista che abbiamo fatto agli editori di Racconti, la trovate qui; è davvero interessante, ma soprattutto, anticipa le nuove uscite che sono già finite nella nostra wishlist.

Il libro della vagina – Nina Brochmann, Ellen Støkken Dahl

Cari lettori,
oggi ho intenzione di parlarvi di un libro sorprendente. Il libro della vagina si presenta come un saggio scritto in maniera semplice e divertente ma soprattutto adatto a tutti, non solo alle donne. È un libro capace di fare chiarezza su falsi miti e preoccupazioni, parlando direttamente al lettore; un’ottima guida all’educazione sessuale per coloro che magari non l’hanno ricevuta a scuola e per coloro che magari invece vorrebbero conoscere meglio il proprio corpo. Ci sono tantissime domande che attanagliano la vita di una donna ed è molto meglio ricevere le risposte da delle esperte piuttosto che da mille forum online in cui il più esperto è celhopiugrossoio85.

Questo volumetto edito da Sonzogno è di trecentocinquanta pagine e, a parte la ricchissima bibliografia finale e l’utilissimo indice iniziale, diciamo che si può dividere principalmente in due parti: la prima parte si occupa dell’apparato sessuale femminile nello specifico, con illustrazioni e vari disegnini divertenti, nonché della contraccezione e del sesso; la seconda parte si occupa di argomenti più seri, come l’endometriosi, il cancro, le malattie sessualmente trasmissibili e piccoli problemi che le donne possono riscontrare nel corso della loro vita.
La prima parte è davvero divertente ma soprattutto interessante, mi ha reso cosciente di tantissime cose che personalmente non sapevo neanche esistessero. Per esempio: voi sapevate che ci sono persone che si fanno “costruire” un imene finto per essere sicure di sanguinare durante il primo rapporto? Si chiama imenoplastica. Sapevate che, da feti nelle prime settimane, siamo esattamente uguali? Sia uomini che donne? Semplicemente la differenza sta nella direzione di sviluppo dell’organo sessuale, se interna o esterna. Sapevate che in realtà l’orgasmo vaginale non esiste? Sì, possiamo smetterla di sentirci tutte inadatte e mal funzionanti.
Si parla anche di assorbenti, tamponi, dei pericoli di alcuni di questi oggetti, e viene dedicato un intero capitolo alla contraccezione perché non è così semplice per una donna una scelta di questo tipo, ci sono da considerare tantissimi fattori che fanno sì che un metodo sia migliore di un altro per ognuna di noi.
Devo dire invece che la seconda parte è un po’ angosciante. Vi confesso che qui probabilmente entra in gioco una mia difficoltà perché sono ipocondriaca, ma leggendo di cancro, malattie, herpes, ovaio policistico e problemi vari, mi sono fatta qualche domanda. Diciamo che avrei preferito un po’ più di leggerezza anche nella seconda parte perché nella prima ho riso tantissimo, nella seconda stavo per chiamare la mia ginecologa.

In generale però posso dire di aver adorato questo libro ed ecco perché sono qui a consigliarvelo. Sono contenta di averlo letto e di averlo ostentato in treno, dovremmo smetterla di considerare questi argomenti un tabù e iniziare ad essere fiere del nostro corpo, a parlarne, ad essere più consapevoli e più informate; è grazie alla conoscenza che si evitano tante cose spiacevoli. E basta con la teoria di Freud, anzi, proprio per distaccarvi da questa teoria incredibilmente maschilista (gerarchia tra orgasmo vaginale e clitorideo) vi consiglio una chicca: Masters of sex. È una serie tv di Showtime di quattro stagioni che mette in scena i due dottori Masters e Johnson e la loro rivoluzione scientifica nell’ambito della sessualità negli anni 50. Io l’ho vista anni fa e proprio sulla scia di queste nuove conoscenze, quasi quasi vado a rivederla.

Spero comprerete questo libro ma soprattutto spero che lo regalerete. Diffondiamo il verbo, siamo più fiere dei nostri complessi ingranaggi, ma soprattutto, smettiamola di farci sentire insufficienti, difettose e inadeguate. Ostentiamo con coraggio la nostra eccezionalità.

Salone del libro di Torino 2018

Eccomi tornata alla mia fiera preferita; l’anno scorso non vi ho potuto partecipare e ora mi chiedo come diavolo ho fatto a rimanere a casa con il pensiero che a Torino, invece, c’era il mondo.

Devo dire che è stata una fiera “particolare”. Diversamente dagli altri anni ho sentito molto di più i difetti di questo Salone, forse anche per una maggiore consapevolezza o una maggiore conoscenza dell’ambiente. Nonostante queste piccole cose, come al solito sono tornata a casa contentissima, piena di felicità per aver conosciuto nuove case editrici, per aver incontrato tante persone ma soprattutto per aver allungato ancora di più la mia wishlist. Il motto è: tre vite non bastano.

Non ho partecipato a molti incontri, anzi, si può dire che non ho partecipato agli incontri. Purtroppo la maggior parte degli eventi che mi interessavano si tenevano in momenti in cui io non c’ero (ci sono stata da sabato pomeriggio a lunedì mattina), oppure erano cose davvero poco interessanti o cose per cui bisognava fare una fila immensa, vedi: Piero Angela. In compenso ho camminato tantissimo, per la maggior parte del tempo ho parlato con gli editori e sono davvero felicissima di aver conosciuto persone splendide all’interno di questo settore, che davvero si fanno in quattro per il loro lavoro.

Veniamo agli acquisti: pochi e ragionati. Avrei voluto fossero di più ma alcuni titoli che desideravo erano terminati. Da una parte va bene così, questa magistrale mi sta prosciugando la vita e il tempo per leggere ormai è nullo.
Da ABEditore ho preso una di quelle bustine bellissime contenenti favole, io ho scelto le Favole Provenzali. Non ho ancora aperto la busta perché non voglio rovinare il sigillo (lo so, sono matta), ma lo farò presto e ve ne parlerò. Oltretutto sono rimasta sorpresa dall’allestimento del loro stand, uno dei più belli di questo Salone, e il loro catalogo mi ha davvero incuriosita, sicuramente alla prossima fiera recupererò qualche loro pubblicazione.
Da Clichy, che ringrazio davvero tantissimo, mi sono stati donati tre titoli: due della collana Sorbonne che si occupa di biografie e analisi di grandi autori o personaggi, in particolare: Il lamento della regina a cura di Leonetta Bentivoglio, dedicato a Sylvia Plath e L’incisore della vita a cura di Antonio Lanza, dedicato a Raymond Carver; due dei miei principali amori letterari, come sapete. Il terzo libro mi è stato caldamente consigliato ed è Le parole mai dette di Violaine Bérot; fa parte della collana dedicata alla letteratura francese contemporanea e mi incuriosisce tantissimo, non vedo l’ora di leggerlo.
Infine, a parte la mappa del malandrino che in realtà è destinata a mia sorella, ho preso il primo volume di Gargantua e Pantagruele di François Rabelais, edito da Gorilla Sapiens. Mi sono innamorata delle illustrazioni ma, in generale, mi sono innamorata di loro. Li ho conosciuti a questo salone e sono rimasta davvero colpita dalla cura delle edizioni, dalla grafica, dal modo in cui il libro si approccia al lettore dalla quarta di copertina. Naturalmente tutti i loro titoli sono finiti in wishlist.

Credo di aver scritto abbastanza e di avervi annoiato abbastanza per oggi. Con felicità per aver vissuto quest’altra esperienza e tristezza perché è già finita vi dico che non vedo l’ora di parlarvi di tutti questi libri.

Buone letture, Esther Greenwood

Il disegno a inchiostro e altri racconti- Hjalmar Söderberg

“Cosa dovevo rispondere? Avrei dato molto per poterle dire cosa significasse; ma non potevo perché non significava proprio niente!”

Inizia così questa raccolta di racconti, con una donna che cerca di comprendere il significato di un disegno di un paesaggio; così è l’uomo, concettualizza e pensa che tutto abbia un senso, che al di sotto della trama della nostra vita ci sia un qualcosa di più grande che la muove.

Quest’idea, questa impossibilità di comprendere, è alla base dei venti racconti di questa raccolta; racconti molto brevi, per un totale di cento pagine. Ed è proprio questa l’abilità di Söderberg: quella di riuscire a inserire delle domande così imponenti all’interno di poche righe. Domande che non trovano risposta e in cui talvolta, anche il lettore stesso, con i protagonisti, si perde.

Una vita che gioca sulla speranza, su un qualcosa di futile in grado di risollevare e di dare un minimo senso fugace a tutte le nostre azioni. Söderberg è in grado di creare dei paesaggi meravigliosi e di inserirci all’interno tutta la futilità della vita umana. È in grado di creare atmosfere oniriche impregnate di significati oscuri.

“Non so se amo o odio la vita, ma vi sono attaccato con tutta la mia volontà e con tutti i miei desideri.”

Ambientati nella sua epoca, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, l’autore svedese ci pone di fronte diversi ritratti amari, nati originariamente per essere pubblicati su riviste e quotidiani.

Ho provato a scegliere i miei racconti preferiti ma non ci sono riuscita. Probabilmente Spleen mi ha particolarmente colpita, in cui un uomo trova la sua ragione di vita nella lotteria; è una vita di continua speranza e nel momento in cui vinci non ti rimane più niente. O Il sogno dell’eternità, in cui un uomo, tornando a casa, continua a salire le rampe di scale della sua abitazione; tre rampe di scale che diventano infinite, non si giunge mai alla fine. O La pelliccia, in cui il rimando a Gogol è inevitabile.
Sono affezionata in maniera differente a tutti i personaggi che compongono questo quadro di umanità insaziabile, capace ancora di credere pur essendo stata abbandonata a sé stessa.

Sono davvero contenta di aver letto Söderberg, era come un tassello mancante.

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Intervista a Lindau #IndieBBBCafé

Cari lettori,
il mese di Aprile dell’IndieBBBcafè è dedicato a Lindau e noi abbiamo intervistato la casa editrice. Operativa dal 1989 a Torino, Lindau ha un catalogo vastissimo e noi eravamo davvero curiose di conoscerla nel dettaglio. Devo ammettere che quando mi sono arrivate le loro risposte mi sono un po’ emozionata leggendole, ho sentito un’immensa passione al di sotto di queste parole. A risponderci è stata l’intera casa editrice e noi non potremmo essere più contente di così!

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Come prima domanda vorrei chiedervi come nasce Lindau: cosa ha scaturito la scelta di creare questa casa editrice che tra poco compie ben trenta anni di vita?

In realtà Lindau è stato il proseguimento e forse anche la maturazione dell’attività editoriale di Ezio Quarantelli, direttore di Lindau: in passato diresse i mensili «Mostre & Musei», «Contemporanea. International Art Magazine» e la casa editrice di Alessandria, «Il Quadrante», con cui pubblicò l’importante e fortunato libro di Luigi Ghirri, Viaggio in Italia (1984). Lindau quindi è il coronamento di un percorso cominciato ben più di 30
anni fa.

Sappiamo che il nome Lindau si ispira a questa città libera e centrale situata su un’isola del lago europeo di Costanza tra Germania, Svizzera e Austria. Com’è nata la scelta di questo nome? È stata ispirata più dall’ambiente geografico o dalla propensione di questa città, come definite voi, “libera e operosa”? E soprattutto, da chi è stato proposto questo nome, è stata una scelta comune?

Ci è piaciuto immaginare la casa editrice come una piccola isola al centro di un grande continente: un luogo appartato ma al contempo partecipe e protagonista di tutto quello che accade intorno. Non ci interessava però soltanto l’idea che poteva evocare l’essere isola, ma anche la parte storica di questa piccola città nel lago di Costanza. La «libera e
operosa» Lindau, infatti, ha rappresentato una frontiera di libertà per quanti scappavano dalla Germania nazista verso la Svizzera. Ha avuto anche una certa fortuna letteraria, è stata cantata da Montale, Lalla Romano, da Hölderlin… un nome, insomma, di cui essere fieri.

Chi conosce Lindau da tempo sa che è nata come una casa editrice prettamente improntata sulla saggistica cinematografica. Come mai poi c’è stato questo desiderio di ampliare le prospettive?

In 30 anni di attività abbiamo cambiato pelle tante volte ma Lindau ha avuto e ha tuttora lo stesso spirito controcorrente e la voglia di porre nuove domande e nuovi dibattiti ai suoi lettori. È stata una normale conseguenza ampliare il catalogo dei primi anni. Lavorando per anni sulla saggistica cinematografica si aprono mille porte: ti capita per la mani la biografia di un regista, scopri un retroscena che non sospettavi o un argomento che vorresti approfondire… e alla fine la «classica» saggistica inizia a starti un po’ stretta, vuoi andare a vedere cosa c’è, dietro quelle porte. Le prime deviazioni erano molto vicine all’ambito cinematografico, poi – un po’ perché era difficile mantenere un buon numero di uscite con la stessa qualità alla quale avevamo abituato i lettori, un po’ perché i nostri stessi interessi abbracciavano aree diverse – siamo passati ad altre aree del sapere. È sempre complicato spiegare come si è evoluto il nostro catalogo a chi non lo conosce, ma in realtà è stato un processo molto naturale: come un sasso lanciato nell’acqua, un libro pubblicato te ne fa scoprire altri cento, scopri voci interessantissime che vorresti far conoscere ai tuoi lettori e così dal cinema sconfini nella moda, poi nella saggistica storica, in quella contemporanea, da lì alla scienza e all’incontro tra religioni, e così via fino alla narrativa. Anche se forse è più giusto dire quello alla narrativa è stato un ritorno, visto che già negli anni ’80 erano usciti romanzi e racconti «firmati» Lindau. In trent’anni cambiano tante cose, e quindi è naturale che chi lavora con la cultura apra a diverse aree del sapere. Però il cinema è il nostro primo amore, e non lo abbandoneremo mai: ancora oggi alle fiere ci sono persone che vengono a chiederci un
titolo ormai introvabile o a fare due chiacchiere con chi condivide la stessa passione per la settima arte. Dopo tanti anni, alla produzione si è affiancata la costante riproposta di quelli che ormai sono diventati i mostri sacri del nostro «storico» catalogo cinematografico: a fine 2017 abbiamo deciso di dedicargli una nuova collana, «Il grande cinema», proprio per sottolineare quanto ci rappresentano e quanto crediamo abbiano
ancora da dire.

E dopo questa scelta si può dire che il vostro catalogo è diventato vastissimo, tocca diversi aspetti del sapere in generale, dalla classica letteratura e saggistica a psicologia, storia e scienza, comprendendo autori dell’intero globo terrestre quasi! Qual è quindi la caratteristica che accomuna tutte queste categorie? Qual è il criterio di scelta che fa sì che un libro venga pubblicato da Lindau?

Una prima risposta viene dal nome della collana di narrativa, Senza Frontiere. Non volevamo accontentarci di pubblicare libri accomunati dalla provenienza geografica, o dall’epoca di composizione. Sono caselle un po’ troppo strette per il lavoro che volevamo fare. Quello che accomuna tutti i nostri libri è la voce, in ognuna c’è un’idea forte, un messaggio che l’autore voleva far arrivare ai lettori e che secondo noi merita di essere
ascoltato. E questo vale per la narrativa, ma a maggior ragione per la saggistica. Pubblichiamo spesso (e volentieri) titoli che amiamo definire ‘fuori dal coro’, che magari non troverebbero spazio nel catalogo di altre case editrici indipendenti. Poi, un’attenzione al linguaggio e allo stile, ma spesso – lavorando con autori abituati a sudare sui propri testi finché non riescono a tirare fuori tutto quello che vogliono dire – questo viene da sé.

Nel vostro catalogo ci sono diverse opere di Lalla Romano, pubblicate soprattutto negli ultimi tempi. Siete particolarmente affezionati a questa autrice italiana?

Quello di Lalla Romano è un caso emblematico per il tipo di lavoro che cerchiamo di fare con i nostri titoli, soprattutto per quanto riguarda la parte italiana: grandi voci italiane del Novecento rischiano di essere dimenticate, sommerse dalla quantità di volumi pubblicati ogni giorno che affollano gli scaffali delle librerie. Il lavoro dell’editore dovrebbe anche essere quello di cercare testi destinati a restare, testi che possano parlare e arrivare al lettore contemporaneo. Vale per Lalla Romano come per Giovanni Arpino o per Marcello Venturi: se siamo pronti a dimenticare i giganti della nostra letteratura non possiamo sperare in quella nuova ondata di grandi autori italiani tanto invocata in troppi articoli e conferenze, spesso da chi conosce poco i nuovi autori e nonricorda bene i vecchi. Per tornare a Lalla Romano: certo che le siamo particolarmente affezionati, ma del resto come si potrebbe non esserlo? Riportare in libreria le sue opere fuori catalogo ci riempie di orgoglio, e i lettori non si sono fatti attendere: ci siamo subito trovati circondati da un coro di commenti positivi, tanto da chi l’aveva letta da giovane e l’ha riscoperta nelle nostre edizioni quanto da chi l’ha incontrata per la prima volta nel catalogo Lindau.

Lindau ha sede a Torino, una città abbastanza importante e attiva per quanto riguarda la letteratura e gli eventi culturali. Questo fattore ha giocato un ruolo importante nella scelta del luogo di nascita di Lindau?

Quella di Torino non è stata propriamente una scelta. Lindau è nata a Torino perché lì vivevano Ezio Quarantelli e gli altri amici che l’hanno fondata. Indiscutibilmente però la casa editrice ha cercato di fare propri molti dei tratti che caratterizzano la città: l’operosità, il rigore, la riservatezza… l’amore per il lavoro ben fatto e un certo fastidio per ciò che è soltanto apparenza.

Dopo l’acquisizione di nuovi marchi editoriali come L’Età dell’Acquario e Melchisedek, ci sono nuovi progetti in programma? Qualcosa di cui potete parlarci?

Per ora non sveliamo nulla, tuttavia una cosa possiamo dirla: come giustamente accennavi a inizio intervista, l’anno prossimo festeggeremo i 30 anni di attività di Lindau 1989 – 2019. Sarà un anno molto importante per noi, tutto da scoprire insieme ai nostri lettori. Insomma, teneteci d’occhio.

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Stelle ossee – Orazio Labbate

“Scrivo nel buio della mia camera. Devo fuggire da essa e accendere la luce perché possa smettere di sentirmi solo. Sento però che tutto quello che mi circonda non mi aiuterà a farlo. La mia tazza non può parlare, un muro non può dirmi addio, un mobile non ha le mani affinché mi sorregga.”

Presenze mancanti, buio pesto, malinconia. Ecco i tre elementi onnipresenti nei racconti di Orazio Labbate, raccolti in Stelle ossee e pubblicati da Liberaria. Diciassette racconti, alcuni pubblicati su famose riviste, in cui questo giovane autore scalfisce l’idea di ciò che per noi è cupo e macabro, e in qualche modo va oltre, facendoci comprendere di come il tutto, soprattutto gli esseri umani, siano permeati da oscurità e oblio.

I racconti sono per la maggior parte ambientati in contesti naturali, molto spesso siciliani o Americani, proprio perché l’ispirazione proviene da quel background letterario. È una scrittura che parla di carne e di ossa, di cose immateriali e preesistenti. Si nota come ogni parola sia ricercata e posta nel giusto spazio, ogni singolo termine ha un senso di per sé e vi riecheggerà dentro; per questo sono racconti che vanno centellinati e che richiedono una riflessione. Vi assicuro che dopo aver terminato il primo passerete almeno una mezz’ora a fissare il muro, incapaci di andare avanti perché dovrete mettere in ordine tutto quello che vi ha trasmesso.

“…ma io percepisco meccanismi delicati intorno a me, i secondi procedono quando arriva un altro giorno, le ore scadono condannando quest’omicidio buio all’inconsumazione: io invecchio e non c’è cosa più certa, nella mia intelligenza, che essere succube di un mastro orologiaio.”

Il buio è il protagonista dei racconti; il buio è il luogo in cui abitare. È il luogo in cui rimane tutto ciò che è perso, ciò che non è recuperabile e che quindi implica un attaccamento al passato, a ciò che si è dissipato e soprattutto alle persone che si sono dissolte nella terra. Perdite incolmabili che necessitano di un rifugio blindato per non affrontarle. Alcuni racconti sembrano essere soluzioni di contatto con questi esseri umani che ormai sono solo entità, e oltre alle persone vi è un particolare attaccamento a ciò che rimane, a ciò che si utilizza per cercare di sostituire e che permette di illudersi di poter uscire dall’oscurità.

“Perché allora ci siamo conosciuti in questa vita? Per amarci e poi disconoscerci una volta morti o una volta tu morto io dimenticarti a causa degli anni che stanno macerandosi?”

Vi dirò che prima di mettermi a scrivere ho riletto i racconti due volte, principalmente perché non potevo farne a meno. Perché c’è qualcosa di potente al di sotto di queste parole, e che va ricercato. I miei racconti preferiti sono: Un innamorato nell’Apocalisse e Il corvo del mausoleo e so che entreranno a far parte di quei testi che ogni tanto andrò a ripescare dalla libreria, proprio perché non ne potrò fare a meno.

Ringrazio Liberaria per avermi inviato questo libro e Orazio Labbate per averlo scritto. Sapete che io con i libri vado a sensazioni e qui vi dico che erano fortissime, un po’ per il titolo, un po’ per la copertina, un po’ perché quando un libro è nelle mie corde me lo sento. Le sensazioni che ho adesso dopo averlo letto sono ancora più incredibili.
So che i racconti per molti lettori sono visti come uno scoglio insormontabile, lo erano anche per me tempo fa, ma da quando ho iniziato con Carver non ho più smesso. Credo che questa raccolta sia un ottimo inizio per chi non riesce ad approcciarsi al genere e vi consiglio davvero di recuperarla (in ogni caso); io cercherò di far entrare nella mia libreria gli altri titoli di questo autore che ormai l’avrete capito: mi ha sconvolta.

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Meticcio – Bruno Barba

Questo Febbraio sta per giungere al termine e io sono contentissima di averlo passato in compagnia dei libri della casa editrice Effequ. Seppur molto diversi, i libri che ho scelto in realtà presentano delle tematiche simili, e se Orgasmi geneticamente modificati le aveva affrontate in maniera ironica, con Meticcio di Bruno Barba vediamo come vengono affrontate in maniera più “scientifica”.

Bruno Barba è ricercatore di Antropologia all’università di Genova e questo suo libro fa parte della collana Saggi pop di Effequ. È un saggio che “decolonizza la nostra mente” ed è proprio ciò che mi aspettavo da un libro che come sottotitolo ha “L’opportunità della differenza”, un’opportunità che, onestamente, noi non diamo spesso.

“Che errore commettiamo quando pensiamo che l’emigrante sia il rappresentate della propria cultura, come se le culture fossero omogenee…”

Potrei essere scontatissima e parlare di attualità, potrei dire che questo libro dovrebbe esser diffuso nelle scuole, nelle case, perché sono gli ambienti in cui si assorbe maggiormente il pensiero altrui, un pensiero talvolta modellato in maniera sbagliata, ma non renderei giustizia a questo saggio poiché è tutt’altro che scontato. Bruno Barba, partendo dalla storia, mette in luce ogni aspetto del meticciato, facendoci subito capire l’intento del libro con un esempio palese: gli spaghetti col sugo sono un piatto tipicamente italiano ma dobbiamo soffermarci a pensare che gli spaghetti vengono dalla Cina e che il pomodoro proviene dalle Americhe; ci rappresentiamo attraverso questo simbolo come se fosse un qualcosa di esclusivamente nostro quando in realtà è il risultato di un incrocio.

Siamo tutti coinvolti nel meticciato, da sempre; siamo tutti mescolati, non siamo puri come pensiamo di essere. 

Diviso in sette capitoli, questo saggio affronta problemi quotidiani, come per esempio le false informazioni che girano su internet, la fantomatica storia dei “40 euro al giorno agli immigrati” e tutte quelle bufale che naturalmente non possono che diffondersi in un ambiente in cui non si ha niente da perdere perché, fondamentalmente, su internet non siamo nessuno e ci sentiamo in grado di dire tutto, anche ciò che è sbagliato.
Sono rimasta sorpresa quando l’autore ha iniziato a spiegare tutto ciò che un immigrato deve affrontare nel momento in cui “sbarca” in un altro paese, sia per quanto riguarda l’aspetto burocratico (come per esempio le attese di accettazione che si protraggono fino ad un anno), sia sull’aspetto emotivo (lontananza da casa, impossibilità di costruire qualcosa di concreto). Continuiamo a non essere informati, continuiamo a dare per scontato che le persone che cercano asilo in realtà non hanno davvero bisogno di aiuto, e che siccome possono permettersi un cellulare (che serve per comunicare con la loro famiglia), allora hanno già tutto.

“Li odiamo questi uomini, perché ci ricordano in modo irritante quanto sia fragile ed effimero il nostro benessere, guadagnato, così ci sembra, con duro lavoro.”

Stimolata dalle parole di Barba, ho pensato a quelle poche volte in cui sono andata all’estero e a quando, dichiarando di essere italiana, mi è stato detto “ah mafia, Berlusconi!”. Proviamo a pensare a quanto è fastidiosa l’omologazione, come se gli italiani fossero tutti mafiosi, come se i tedeschi fossero tutti nazisti, come se gli arabi fossero tutti kamikaze.
Proprio l’altro giorno mi sono ritrovata a chiamare un call center per assistenza e il messaggio automatico mi ha stupita: “la chiamata verrà inoltrata a un nostro operatore all’interno dell’Unione Europea, se invece desidera parlare con un operatore di un call center italiano prema 1”, come se gli italiani fossero più competenti, come se fosse necessario continuare a marcare questa differenza inesistente. Più penso a questa cosa e più rimango senza parole.
Tutto ciò non fa altro che incrementare l’odio: la televisione, le false notizie sulla rete, la politica pro-razzismo, un odio verso ciò che è diverso ma che poi tanto diverso non è. Continua ad essere un ‘razzismo senza razza’.

“Non stiamo facendo nulla per fermare l’emorragia di persone capaci. L’Italia, è un dato, trascura i propri ricercatori, mette in difficoltà i propri insegnanti, tende a ridicolizzare i propri operatori culturali, penalizzando in questo modo i propri figli e il proprio futuro, ma contemporaneamente lamentandosi della ‘fuga di cervelli’ e del fatto che questi vengano piazzati con tanti migranti privi di istruzione.”

Illogicità nelle nostre parole e nelle nostre azioni, incapacità di informarsi perché in realtà tutto ciò che è a portata di mano è falso; necessità di riflettere.

Spero leggerete questo saggio, vi porterà a vedere le cose in modo diverso.
Ringrazio Effequ per la disponibilità e vi rimando al loro sito dove potrete trovare tanti altri saggi illuminanti.

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